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diritti delle donne

12 petitions

Started 1 month ago

Petition to media, giornalisti, politica, Societá

Femminicidio. Si dice così.

Al presente fallato, con la speranza che queste parole vengano lette da un futuro migliore. I tristi fatti di Monte Carasso hanno scosso l’opinione pubblica creando un senso di cordoglio in tutto il Cantone. Insieme allo sconcerto, però, si è fatta strada l’indignazione per come i media ticinesi hanno riportato i fatti, guardandosene bene (salvo rarissime eccezioni!) dall’usare il termine preciso per parlarne e questo termine, piaccia o no, è “femminicidio”. È come se non si riuscisse a far venir fuori dalla gola (o dalla tastiera) questa parola, morsi dal timore inconscio di infrangere qualcosa di malsanamente radicato nella nostra società. Evidentemente, nominando il fatto non come femminicidio bensì come un generico caso di omicidio-suicidio, o un ancor più generico dramma famigliare, ci si mette al riparo dall’ eventualità che il mandante si senta, forse, offeso? Smascherato? E chi è mai questo mandante, se non il patriarcato imperante che governa a piene mani la nostra società che insiste nel considerare le donne come esseri subalterni agli uomini? Ebbene, il termine “femminicidio” lo afferma; tutto il resto sono parole per fare un titolo che una volta ancora neghi l’esistenza di un fenomeno orribile, da curare e da prevenire.  La  parola femminicidio non è stata inventata da poche ore.  Sulla  “Treccani”  si legge tra l’ altro che femminicidio “…è  un termine forte ma che rende l’idea: è l’olocausto patito dalle donne che subiscono violenza: da Nord a Sud, per aggressioni domestiche o fuori di casa, finendo all’ospedale quando non al cimitero. Per mano di famigliari, compagni, congiunti, per lo più”. Come riporta anche l’Accademia della Crusca, “con femminicidio s’intende non solo l’uccisione di una donna o di una ragazza, ma anche qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”. I giornalisti e le persone in genere fanno una scelta etica, buona o cattiva, quando comunicano e quando decidono di tacere, censurare, di non servire la verità dei fatti. E comunque, anche quando tacciono, comunicano - se non altro la loro scarsa aderenza alla verità. Vogliamo attirare l’attenzione sull’uso di una terminologia vecchia, fuorviante e ingiusta nei confronti delle vittime. È necessario portare un cambiamento nel lessico perché le parole contano, le parole hanno un peso. Basta parlare di “dramma”, “raptus di gelosia”, “omicidio passionale”! Per risolvere un problema, per sradicarlo dalla nostra società, bisogna prima nominarlo e riconoscerlo, definirlo. Altrimenti come lo si può combattere e prevenire?  A proposito delle responsabilità dei media, Francesco Pellegrinelli sul Corriere del Ticino del 29 marzo 2021, cita Alessia Di Dio  del Collettivo “Io l’8 ogni giorno”, secondo cui “femminicidio” è un termine che costringe a guardare l’accaduto oltre il singolo episodio, inquadrando la violenza di genere come un fenomeno strutturale; in questo caso, sul banco degli imputati ci sarebbe tutta la società con i suoi retaggi culturali e non solamente il carnefice e questo inevitabilmente fa paura. Potrebbe essere l’inizio della volontà di prevenzione chiedersi infine se il femminicidio sia conseguenza solo del patriarcato, oppure anche di altri fenomeni come un certo maschilismo arrogante, la cattiva educazione, il “machismo”, come una "cultura" nutrita solo di violenza e prevaricazione, come l'immaturità di certi uomini (si può chiamarli così?) che si illudono di imporre la forza e invece smascherano la propria incapacità di controllare i propri sentimenti e le proprie azioni. Usiamole, le parole che conducono ad un principio di cambiamento. Smettiamola di tentennare per non infastidire, perché la società intera è colpevole di omertà, non facendolo. E in primis i media. Femminicidio. Nominalo. Combattilo. ********************************************************************************************************** To this flawed present, with the hope that these words will be read from a better future. The sad events in Monte Carasso have shaken public opinion and created a sense of sorrow throughout the canton. However, along with the bewilderment, resentment about how the Ticino media have reported the facts has risen. The story has in fact been divulged by carefully avoiding (with sporadic exceptions) the use of the correct term to define it. And this term, like it or not, is "Femicide". It seems as if we could not get this word out of our throat (or keyboard), worn out by the unconscious fear of breaking something awfully rooted in our society. It appears that by merely naming this as a murder-suicide or as an even more general "family drama", we could be protecting ourselves from offending or exposing the instigator. And who might this instigator be, if not the prevailing patriarchy that governs our society with both hands and insists on considering women as subordinate to men? The word 'Femicide' precisely states this; everything else is just words to create a headline that once again denies the existence of a horrible phenomenon that needs to be cured and prevented. “Femicide” is not a new term.  On  "Merriam-Webster",  it is defined as "the gender-based murder of a woman or girl by a man". A Dictionary of Gender Studies (Oxford University Press), considers it "the deliberate killing of a woman [...] a sex-based hate crime." Also the World Health Organization shares its accurate definition, by stating that "Femicide is generally understood to involve intentional murder of women because they are women, but broader definitions include any killings of women or girls. [...] Femicide is usually perpetrated by men, but sometimes female family members may be involved. Femicide differs from male homicide in specific ways. For example, most cases of Femicide are committed by partners or ex-partners, and involve ongoing abuse in the home, threats or intimidation, sexual violence or situations where women have less power or fewer resources than their partner." Journalists and people generally need to make an ethical choice, either good or bad, both when they communicate and when they decide to remain silent, to censor, or not serve the truth of the facts. And by the way, even when they do remain silent, they tend to communicate something – their poor adherence to the truth, for example. Today we want to draw attention to the use of old, misleading and unfair terminology towards victims. It is necessary to bring about a change in the lexicon because words matter; words have weight. Enough about "drama", "jealousy rage", "crime of passion"! To solve a problem, to eradicate it from our society, this must first be named and recognized; it must be defined. Otherwise it could neither be fought nor prevented. On the responsibility of media, Francesco Pellegrinelli in the "Corriere del Ticino" issue of March 29, 2021 quotes Alessia Di Dio from the "Io l'8 ogni giorno" Collective. According to Alessia, "femicide" is a term that forces us to look at what happens beyond the single episode, setting gender-related violence as a structural problem. In this case, the whole society with its cultural heritage would be on the dock instead of the sole perpetrator. And this is inevitably scary. The beginning of our quest for prevention may come from asking ourselves whether Femicide is only a consequence of patriarchy or a set of other phenomena: a rather arrogant male chauvinism; a bad education; "machismo" as a "culture" that feeds itself only on violence and prevarication; the immaturity of certain men (if we can call them that) who think they can impose themselves and instead reveal their inability to control their feelings and actions... Finally, let's use the words that lead to change. It's time to stop hesitating because we are too scared to annoy others. The whole society is responsible for the "culture of silence" that surrounds us, starting with the media. Femicide. Name it. Fight it.

Femminicidio e Omertà
777 supporters
Started 1 month ago

Petition to Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

Sabrina Prioli: violenza sessuale come crimine di guerra, denuncia e silenzio dei governi

La cooperante Sabrina Prioli è stata vittima di una feroce aggressione in Sud Sudan nel 2016 dove si trovava come consulente per i progetti di cooperazione USAID. Sabrina è stata violentata da cinque soldati governativi entrati nel compound dove risiedeva e lavorava assieme a altri cooperanti internazionali. Oltre alle violenze sessuali, è stata selvaggiamente percossa e tentata di soffocare con uno spray Ddt. Intrappolata nel compound, che avrebbe dovuto esser protetto dall’ONU, durante tutto il pomeriggio e la notte, è stata soccorsa e liberata solamente la mattina dopo, nonostante il cessate il fuoco. Dal 2016 Sabrina ha continuato a denunciare coraggiosamente i crimini commessi contro di lei. L’attacco al compound è stato denunciato solamente dal proprietario. Ciò ha portato, nel 2017, a un processo civile nella corte marziale del Sud Sudan. Sabrina è stata l’unica vittima che coraggiosamente ha testimoniato davanti alla corte marziale di Juba, a seguito del quale è stato aperto un processo penale e i suoi aguzzini sono stati condannati e imprigionati. Con suo grande sgomento e della comunità internazionale, dopo un anno dal processo (settembre 2018), la corte militare sud sudanese le ha tuttavia riconosciuto solo 4 mila dollari «forfettari», un risarcimento assolutamente inadeguato rispetto alla grave aggressione subita. Inoltre, non è stato possibile fare appello alla sentenza in Corte Suprema del Sud Sudan, in quanto non è stato possibile accedere all’intero file del processo della corte marziale. Il file del processo è andato perso e non vengono date ulteriori spiegazioni in merito. Dal 2019 Sabrina sta cercando di negoziare per il risarcimento direttamente con il governo del Sud Sudan e, nonostante abbia già firmato due lettere di consenso alla loro offerta, il governo del Sud Sudan non sta rispettando la risoluzione. Oltre che rispondere a criteri di giustizia, i risarcimenti per crimini di guerra sono un obbligo internazionale di grande valore simbolico per le sopravvissute, i sopravvissuti e le vittime di questi atroci crimini e rappresentano un potenziale deterrente per possibili perpetratori—esecutori e mandanti. Sono anni che Sabrina combatte praticamente sola per i suoi diritti. Sabrina Prioli non è stata adeguatamente o efficacemente protetta e sostenuta dal governo italiano, contrariamente ai loro obblighi ai sensi degli articoli 19, 20, 22, 25 e 57 della Convenzione di Istanbul, dell'articolo 14 della Convenzione contro la tortura e della risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Sabrina non ha mai ricevuto supporto medico o legale globale, contrariamente alla dichiarazione del governo italiano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del luglio 2020 secondo cui alle vittime devono essere forniti tutti i mezzi necessari e adeguati per "far fronte alle conseguenze della violenza sessuale correlata al conflitto, compresi i servizi medici, l'assistenza legale e il supporto psicologico". Fino a al mese di novembre 2020, nessun membro del governo l'ha incontrata direttamente, ascoltata o informata adeguatamente delle azioni che avrebbe intrapreso per sostenere il suo diritto al risarcimento in quanto cittadina italiana e vittima di stupro di guerra. Grazie alla perseveranza di Sabrina e alla pressione dei media, nel mese di novembre del 2020 il Ministero degli Affari Esteri l'ha finalmente contattata. Da allora il Ministero ha inviato Note Verbali al Governo del Sud Sudan, ma la mancanza di un fermo e pieno impegno diplomatico da parte del Governo italiano volto ad esigere risposte, purtroppo, non ha prodotto alcun risultato significativo e nemmeno una risposta da parte del Governo del Sud Sudan. Il processo di ricerca di giustizia e risarcimento che Sabrina, da sola, sta intraprendendo dal 2016 rischia di essere vano perché il governo del Sud Sudan non ha risposto alle sue molteplici richieste di piena giustizia. Noi - membri della comunità umanitaria globale e connazionali - siamo risolutamente solidali con Sabrina e chiediamo al governo italiano di garantire ai nostri concittadini la piena protezione dei loro diritti. Il governo italiano sostiene il governo del Sud Sudan come parte del suo contributo bilaterale al rafforzamento delle infrastrutture economiche e sociali del Sud Sudan, di cui il rispetto dei diritti umani è parte integrante. Tuttavia, quando i diritti umani dei propri cittadini sono stati violati dal governo del Sud Sudan, il governo italiano non ha sostenuto la vittima per mitigarne il trauma, ne’ dispiegato un’azione diplomatica effettiva ed efficace per assicurarle giustizia e riparazione. Noi rappresentanti della società civile italiana e internazionale, chiediamo al governo italiano si impegni a garantire  pieno sostegno di Sabrina nella sua richiesta di giustizia. #GiustiziaxSabrinaPrioli English Version Sabrina Prioli, an Italian humanitarian aid worker, was a victim of a violent attack in South Sudan during a civil war in 2016 where she was working as a consultant for a USAID project. Sabrina Prioli was raped by 5 soldiers of the South Sudan military after they had breached the compound which should have been protected by the UN, where she lived and worked with other international aid workers. In addition to the rape, the soldiers savagely beat her and attempted to suffocate her with a DDT spray. Trapped in the compound overnight, she was only rescued the morning after, despite the ceasefire. Since 2016 Sabrina went on to courageously denounce the crimes which were committed against her. The attack of the compound was only reported by the owner. This led, in 2017, to a civil trial in South Sudan. Sabrina was the only victim who bravely testified before the martial court in Juba, as a result of which, a criminal trial has been opened and her perpetrators were convicted and imprisoned. To her dismay and the international community, one year after the trial (September 2018) however, the martial court awarded her USD$4,000 "flat-rate" in compensation, an absolutely inadequate sum for the egregious and shocking aggression she had endured. Sabrina attempted to appeal the award but the trial files, according to the martial court, went “missing” suddenly and since, there have been no significant efforts to locate them. Since 2019, Sabrina has been directly negotiating for her right to reparations with the Government of South Sudan. Despite having signed two letters of agreement to their offer, they show no effort to respect and enforce her reparations. In addition to meeting the criteria of justice, war crimes reparations are an international obligation of great symbolic value for the survivors, survivors and victims of these heinous crimes and represent a potential deterrent to possible the perpetrators - executors and principals. It has been years that Sabrina has been fighting almost singlehandedly for her rights. She has not been adequately or effectively protected or supported by the Italian Government, contrary to their obligations under Articles 19, 20, 22, 25 and 57 of the Istanbul Convention, Article 14 of the Convention Against Torture and UN Security Council Resolution 1325. Sabrina did not at any time receive holistic medical or legal support, contrary to the Italian Government’s own declaration to the UN Security Council in July 2020 that victims must be provided with all means necessary and adequate to “cope with the consequences of conflict-related sexual violence, including medical services, legal assistance and psychological support.” Until recently, no member of the government met directly with her, listened to, or adequately informed her of the actions it would take to support her right of reparations as an Italian citizen and a victim of conflict-related rape. Through her own perseverance and media pressure, the Ministry of Foreign Affairs finally contacted her. The Ministry has since sent Notes Verbales to the Government of South Sudan, but the lack of firm and full diplomatic commitment by the Italian Government, has unfortunately, produced no meaningful outcome or even an aimed at demanding answers from the South Sudan Government. The process of seeking justice and reparations that Sabrina, alone, has been undertaking since 2016 risks being in vain because the Government of South Sudan has not responded to her multiple requests for full justice. We - members of the global humanitarian community and fellow Italians - stand resolutely in solidarity with Sabrina, and, demand the Italian government to guarantee our fellow citizen the full protection of her rights. The Italian Government supports South Sudan's Government as part of its bilateral contribution to strengthening South Sudan's economic and social infrastructure. Respect for human rights is integral. Yet, when the Government of South Sudan violated their own citizen's human rights, the Italian Government did not support the victim to mitigate the trauma, nor did it deploy practical and effective diplomatic action to ensure justice and reparation. We representatives of Italian and international civil society ask the Italian government to commit itself to guaranteeing Sabrina's full support in her request for justice. #Justice4SabrinaPrioli    

Casa Internazionale delle Donne
2,452 supporters
Started 4 months ago

Petition to Roberto Speranza, Paola Testori Coggi, Emer Cooke, Stella Kyriakides, Nicola Magrini

Cancro al seno metastatico: non negateci una possibilità di cura

Negli ultimi anni il farmaco Alpelisib (venduto con il marchio Piqray da Novartis), utilizzato per il carcinoma mammario avanzato o metastatico, nelle donne in postmenopausa e negli uomini con recettori ormonali positivi (HR + / HER2-), PIK3CA-mutato, è stato oggetto di sperimentazione in uno studio clinico. I pazienti arruolati in questo studio hanno ricevuto in precedenza sia terapia endocrina che terapia endocrina + inibitori delle cicline (Ribociclib, Palbociclib, Abemaciclib).Il trattamento con Alpelisib ha prolungato la sopravvivenza libera da progressione per le pazienti (PIK3CA mutato) con carcinoma mammario avanzato o metastatico, che sono la maggioranza, e alla fine del 2018, lo studio Novartis ha mostrato gli ottimi risultatiIl 24 maggio 2019, negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration (FDA) ha approvato la commercializzazione di Alpelisib, per pazienti con carcinoma mammario avanzato o metastatico,  dopo un regime a base endocrina.Il 7 luglio 2020, l'Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha approvato  Alpelisib con una gravissima limitazione: "Piqray è usato con il medicinale Fulvestrant (trattamento ormonale per il cancro al seno) dopo che il solo trattamento ormonale ha fallito."Questa limitazione esclude l’utilizzo di Alpelisib per tutti i pazienti che hanno utilizzato in precedenza gli inibitori della cicline per trattare il cancro al seno avanzato o metastatico, sebbene lo studio abbia dimostrato l'importante miglioramento in termini di sopravvivenza globale e sopravvivenza libera da progressione anche per questa coorte di pazienti.In Italia l'Agenzia Italiana del Farmaco approverà probabilmente Alpelisib nei prossimi mesi e l'approvazione sarà sicuramente basata sulla decisione di Ema.Chiediamo che la commercializzazione di Alpelisib in Europa, e ancora di più in Italia, non sia sottoposta a questa grave limitazione e che venga proposto come linea terapeutica anche a pazienti con cancro al seno metastatico che abbiano già utilizzato gli inibitori delle cicline, così come viene concesso negli Stati Uniti e come è stata condotta la sperimentazione. During recent years the Alpesilip drug has been studied in a clinical trial. This drug (sold under the brand name Piqray by Novartis) is used in postmenopausal women and men with hormone receptor positive (HR - / HER2-), who are the majority of patients currently undergoing treatment for breast cancer, PIK3CA-mutated advanced or metastatic breast cancer. The patients enrolled in this trial received both endocrine therapy and endocrine therapy + cyclin-dependent kinase inhibitors previously (Ribociclib, Palbociclib, Abemaciclib).Treatment with Alpelisib prolonged progression-free survival for patients (with PIK3CA-mutated) with advanced or metastatic (AM) breast cancer and at the end of 2018, Novartis’ trial showed great results. On May 24th 2019, the Food and Drug Administration (FDA) approved Alpelisib (PIQRAY, Novartis Pharmaceuticals Corporation) after an endocrine-based regime. On July 7th 2020, the European Medicines Agency (EMA) approved Alpelisib with a strong and severe limitation: “Piqray is used with the medicine Fulvestrant (hormone treatment for breast cancer) after hormone treatment alone has failed.” This limitation excludes the drug for all patients who have used cyclin-dependent kinase inhibitors previously to treat AM breast cancer, although the trial demonstrated the important improvement in terms of overall survival (OS) and progression-free survival (PFS). In Italy, the Italian Medicines Agency will probably approve Alpelisib in the coming months and the approval will surely be based on Ema's decision. We ask that the sale of Alpelisib in Europe, and even more in Italy, is not subject to this great limitation; we ask that it is proposed as a drug also to patients with metastatic breast cancer who have already used cyclin-dependent kinase inhibitors, as FDA has already authorized.  

Le donne con il cancro al seno metastatico
12,959 supporters