

STOP al Mega-Parco Eolico accorpato "Parma A": 47 Torri sull'Appennino Parmense


STOP al Mega-Parco Eolico accorpato "Parma A": 47 Torri sull'Appennino Parmense
Il problema
STOP al Mega-Parco Eolico "Parma A": 47 Torri sull'Appennino Parmense — Il Governo non può distruggere le nostre montagne
Aggiornamento urgente alla petizione già firmata da migliaia di cittadini (petizione originale: change.org/cMBz9Kyv8q)
Cosa è successo
Il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), con nota ufficiale del 1° giugno 2026 (prot. n. 0116295), ha di fatto autorizzato Duferco Sviluppo S.p.A. a presentare un progetto eolico unificato (dai precedenti Parma A e Parma B) di dimensioni mai viste sull'Appennino parmense e italiano.
Il meccanismo usato è semplice quanto brutale: il Ministero aveva già avviato la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per il progetto "Parma A" (22 turbine, 136 MW). Poi è arrivato "Parma B" (155 MW). Quando si è capito che con "Parma B" tutto l'iter aveva problemi procedurali, in quanto appositamente presentato scorporato in due progetti per attenuarne l'impatto se presi singolarmente, anziché bloccare tutto, il Ministero ha semplicemente chiesto di fondere i due progetti in uno solo, facendolo passare come una mera "modifica" del procedimento già avviato.
Il risultato? Un unico colossale progetto — ancora chiamato "Parma A" — che ora prevede:
47 aerogeneratori · 6,2 MW ciascuno · 291,40 MW di potenza totale Comuni coinvolti: Bardi, Bore, Bedonia, Borgo Val di Taro, Compiano, Tornolo, Albareto, Valmozzola (PR) e Morfasso (PC)
La mostruosità del progetto
Per capire di cosa si parla concretamente, occorre visualizzare queste cifre sul territorio.
47 turbine alte tra i 180 e i 200 metri — più del grattacielo Pirelli di Milano — verrebbero installate su un Appennino che ha crinali tra i 1.000 e i 1.700 metri di quota, nelle valli del Ceno e del Taro. Un'area di straordinaria biodiversità, popolata da lupi, aquile reali, falchi pellegrini, caprioli, cervi, con boschi di faggio e castagneto antico che sono memoria viva di questo territorio. Comunità montane che su quella natura hanno costruito identità, cultura, economia e turismo lento.
Si tratta di uno dei comprensori montani più integri dell'Italia settentrionale. E non è un'opinione: è un dato certificato da vincoli, perimetri e designazioni europee che il proponente e il Ministero sembrano voler ignorare.
291 megawatt su un territorio così ristretto non sono energia rinnovabile: sono una devastazione industriale mascherata da transizione ecologica.
Aree protette violate: i vincoli che non si possono ignorare
Questa è forse la questione più grave, e quella su cui la procedura VIA dovrebbe già da sola condurre all'archiviazione del progetto.
L'area interessata ricade — in tutto o in parte — in prossimità o all'interno di:
Siti della Rete Natura 2000: Zone Speciali di Conservazione (ZSC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS) designate ai sensi delle Direttive Habitat (92/43/CEE) e Uccelli (2009/147/CE). La presenza di specie protette come l'aquila reale (Aquila chrysaetos), il biancone, il falco pecchiaiolo, il lupo appenninico (Canis lupus italicus) impone valutazioni di incidenza (VINCA) che, se condotte con onestà scientifica, portano a una sola conclusione: questo progetto è incompatibile con la conservazione di queste specie e di questi habitat.
Vincoli paesaggistici ai sensi del D.Lgs. 42/2004 (Codice dei Beni Culturali): i crinali appenninici, i corsi d'acqua, i boschi e i territori montani sopra i 1.200 metri sono beni paesaggistici tutelati per legge. Turbine alte 200 metri su questi crinali non sono compatibili con nessuna interpretazione ragionevole di tutela paesaggistica.
Parco dei Cento Laghi e aree contigue: il sistema di aree protette dell'Emilia Occidentale — gestito dall'Ente Gestore Parchi e Biodiversità Emilia Occidentale, anch'esso destinatario della comunicazione ministeriale — comprende habitat di interesse comunitario che verrebbero irrimediabilmente compromessi non solo dalle torri, ma dall'intera infrastruttura di cantiere, dalle strade di accesso, dalle linee di connessione elettrica.
Vincoli idrogeologici: l'intera area è classificata ad elevata pericolosità idrogeologica nei Piani di Assetto Idrogeologico (PAI) dell'Autorità di Bacino del Po. Scavare fondazioni profonde 20-30 metri per ancorare torri da 200 metri su crinali già fragili è un atto di irresponsabilità ingegneristica oltre che ambientale.
La risposta corretta di fronte a questo quadro non è chiedere integrazioni o mitigazioni. È fermare il progetto.
Il principio di sussidiarietà calpestato: Roma decide, la Valceno e la Valtaro subiscono
C'è una questione democratica fondamentale che va detta chiaramente.
Il principio di sussidiarietà — sancito dalla Costituzione italiana e dai Trattati europei — stabilisce che le decisioni devono essere prese al livello di governo più vicino ai cittadini e ai territori interessati, riservando ai livelli superiori solo ciò che non può essere efficacemente gestito localmente.
In questo caso accade esattamente il contrario.
Una Commissione Tecnica PNRR-PNIEC, insediata a Roma in via Cristoforo Colombo 70, decide del destino di Bardi, Bore, Compiano, Tornolo, Bedonia, Albareto, Valmozzola, Morfasso e Borgo Val di Taro. Burocrati e Funzionari che non hanno mai percorso la strada provinciale della Val Ceno, che non sanno come si chiama il torrente che scorre sotto il ponte di Bardi, che non conoscono i nostri siti archeologici del neolitico di valico........... si trovano a valutare se è accettabile trasformare quei crinali in un campo eolico industriale.
I Comuni interessati — alcuni dei quali con meno di 500 abitanti, già devastati dallo spopolamento — vengono informati della procedura con una PEC e invitati a pubblicare l'avviso sul proprio Albo Pretorio informatico. Questo è tutto ciò che la legge prevede come "partecipazione locale".
Non è stato chiesto il consenso. Non è stata aperta una discussione pubblica. Non è stato convocato nessun tavolo con le comunità, se non dai sindaci locali, quasi tutti molto preoccupati.
I Sindaci di questi Comuni, eletti dai propri concittadini, hanno certamente il dovere di depositare osservazioni formali e approfondite. Ma hanno soprattutto il diritto — e il dovere morale — di rivendicare che su decisioni di questa portata il territorio deve avere voce vincolante, non meramente consultiva. Il governo della montagna non può essere delegato a commissioni tecniche che applicano criteri nazionali astratti a realtà locali che non conoscono e che non hanno mai visitato. E quando quel governo centrale si muove in modo così palesemente contrario agli interessi del territorio, la risposta non può essere la negoziazione: deve essere il rifiuto netto.
Viabilità e fragilità infrastrutturale: un cantiere impossibile
Chi conosce la Val Ceno e la Val Taro sa benissimo di cosa parliamo quando diciamo che le strade di questi territori non reggerebbero il cantiere.
Per installare 47 turbine alte 200 metri occorre trasportare su quei crinali:
pale eoliche lunghe fino a 80-90 metri, non divisibili, che richiedono mezzi speciali di trasporto eccezionale
fusti delle torri in sezioni da decine di tonnellate ciascuna
basamenti in cemento armato con getti da centinaia di metri cubi
gru da cantiere di grandi dimensioni
migliaia di camion nell'arco di anni di lavori
Le strade provinciali e comunali della Val Ceno — la SP 359R, la SP 57, le strade di crinale verso Tornolo e Compiano — sono infrastrutture concepite per il traffico locale, già oggi insufficientemente mantenute, già oggi soggette a frane, cedimenti e interruzioni ogni inverno. I ponti che attraversano il Ceno e i suoi affluenti non sono stati progettati per carichi da trasporto eccezionale e in molti casi non sono stati oggetto di manutenzione straordinaria da decenni.
Chi pagherà il rifacimento delle strade distrutte dal cantiere? Chi risarcirà i danni alle abitazioni e alle infrastrutture lungo i percorsi di transito? Duferco incasserà gli incentivi per vent'anni. Le strade rotte rimarranno ai Comuni, alla Provincia, ai cittadini.
E non è solo una questione economica. È una questione di sicurezza pubblica. Questi sono territori dove d'inverno le strade vengono chiuse per neve e ghiaccio, dove le frane sono eventi ordinari, dove il dissesto idrogeologico è una realtà documentata anno dopo anno dalla Protezione Civile. Aprire decine di cantieri su questi crinali durante anni di lavori significa aumentare esponenzialmente il rischio di eventi franosi, di destabilizzazione dei versanti, di danni permanenti al reticolo idrografico. Significa mettere in pericolo le stesse persone che abitano quei luoghi. Anche questo, da solo, è motivo sufficiente per bloccare il progetto senza se e senza ma.
La fauna: quello che non si ricostruisce
Le turbine eoliche uccidono gli uccelli. Non è un'opinione ambientalista: è un dato scientifico documentato da decine di studi internazionali, inclusi quelli dell'ISPRA.
Nell'area della Val Ceno e Val Taro vivono e nidificano specie di altissimo valore conservazionistico:
Aquila reale (Aquila chrysaetos): nidifica stabilmente sull'Appennino parmense. È una specie territoriale con home range vastissimi, estremamente sensibile alle perturbazioni. Le turbine in rotazione su crinali aperti sono una trappola mortale per questa specie. In Italia ci sono meno di 700 coppie nidificanti: ogni coppia persa è una perdita irreversibile.
Biancone (Circaetus gallicus): rapace migratore che utilizza esattamente i crinali e le aree aperte dell'Appennino per la caccia e la migrazione. Classificato come vulnerabile nella lista rossa italiana.
Falco pellegrino (Falco peregrinus) e Falco pecchiaiolo (Pernis apivorus): entrambi presenti, entrambi tutelati dalla Direttiva Uccelli.
Lupo appenninico (Canis lupus italicus): il nucleo appenninico tosco-emiliano è uno dei più importanti d'Italia. La sottospecie è protetta dalla Convenzione di Berna e dalla Direttiva Habitat. La frammentazione dell'habitat causata dal cantiere e dalle infrastrutture permanenti taglia i corridoi ecologici che permettono alla popolazione di mantenere la connettività genetica necessaria alla sopravvivenza della specie.
Chirotteri (pipistrelli): le turbine eoliche sono tra le principali cause di mortalità per i chirotteri in Europa. Il barotrauma causato dalla depressione d'aria vicino alle pale è letale. Nell'area sono presenti specie protette dalla Direttiva Habitat, Allegato IV.
Invertebrati e flora: i crinali dell'Appennino parmense ospitano habitat di prateria montana e vegetazione di cresta con specie endemiche e rare, molte delle quali in allegati della Direttiva Habitat. La costruzione di strade di cantiere e piazzole di lavoro su queste aree significa distruzione diretta e irreversibile di habitat che hanno impiegato secoli per formarsi.
Nessuna compensazione ambientale può restituire un'aquila reale. Nessun "progetto di mitigazione" può ricostruire un habitat di prateria di crinale una volta asfaltato. Non esiste una versione corretta o mitigata di questo progetto: va fermato.
Perché questo progetto non sta in piedi senza soldi pubblici
Duferco Sviluppo S.p.A. non investirebbe un euro su questi crinali se non ci fossero gli incentivi statali garantiti dal GSE (Gestore dei Servizi Energetici), pagati in bolletta da tutti gli italiani. L'eolico industriale in Italia non è libero mercato: è un sistema in cui i profitti — garantiti per vent'anni da contratti con lo Stato — vanno ai proponenti privati, e i costi, sia economici che ambientali, ricadono sulla collettività.
Stiamo parlando di decine di milioni di euro all'anno di incentivi pubblici che confluiranno nelle casse di una società privata, mentre:
gli ospedali di montagna chiudono o vengono ridotti a presidi inutili
le scuole dei piccoli Comuni vengono accorpate o soppresse per mancanza di alunni e di fondi
le strade franano e restano rotte per anni
i servizi di trasporto pubblico verso i centri minori sono ridotti all'osso o inesistenti
i giovani continuano ad andarsene perché non c'è lavoro né servizi
Le comunità dell'Appennino parmense vengono abbandonate come persone e sfruttate come territorio. Prima si lascia spopolare la montagna, poi si installa l'industria eolica nei luoghi rimasti vuoti, incassando gli incentivi e lasciando ai pochi rimasti il paesaggio distrutto.
Questa non è transizione energetica. È colonialismo energetico. Il fine è il profitto di pochi, le quotazioni azionarie, sulle spalle della collettività.
Quello che chiediamo: fermare questo progetto, senza condizioni
Non chiediamo integrazioni progettuali. Non chiediamo studi aggiuntivi. Non chiediamo che Duferco presenti una versione rivista o ridotta. Sappiamo già come funziona: si chiede una modifica, si riduce temporaneamente il numero di turbine, si aspetta che l'attenzione cali, e poi si ripresenta tutto com'era o peggio.
Chiediamo l'archiviazione definitiva del procedimento VIA ID_VIP 14050 — WEB-VIA-VIAVIAF00000491, la cessazione immediata di qualsiasi iter autorizzativo relativo al parco eolico "Parma A" nella sua configurazione unificata da 47 aerogeneratori, e il rigetto di qualsiasi futura riproposizione dello stesso progetto sotto altro nome o altra veste procedurale.
Chiediamo al Ministero dell'Ambiente di prendere atto che:
1. La fusione di "Parma A" e "Parma B" in un unico procedimento non è una modifica tecnica: è un raddoppio dell'impatto su un territorio che non è nelle condizioni di sostenerlo, operato attraverso uno stratagemma burocratico che va rigettato.
2. Un progetto da 291 MW su crinali vincolati, in prossimità di Siti Natura 2000, in aree ad alta pericolosità idrogeologica, su infrastrutture viarie inadeguate, in habitat di specie strettamente protette, non supera la soglia minima di compatibilità ambientale. Non con qualche integrazione. Non con qualche mitigazione. Non lo supera.
3. Il principio di sussidiarietà impone che le comunità locali abbiano voce vincolante — non consultiva — sulle trasformazioni irreversibili del proprio territorio. Questo non è avvenuto, e la procedura va fermata anche per questo motivo.
4. Nessun incentivo pubblico può essere destinato a un progetto che viola in modo così evidente i diritti delle comunità montane, le norme di tutela ambientale e il buon senso istituzionale, oltre che l'art 9) della Costituzione Italiana.
Cosa puoi fare adesso — subito
Firma questa petizione e condividila ovunque: sui social, nelle chat di famiglia, con i tuoi colleghi. Chi non conosce la Val Ceno e la Val Taro deve sapere cosa sta per accadere su uno degli Appennini più belli d'Italia.
Deposita osservazioni formali sul portale ministeriale: è un tuo diritto garantito dall'art. 24 del D.Lgs. 152/2006. Hai 30 giorni dalla pubblicazione della documentazione. Non serve essere esperti: basta essere cittadini. Il link è: 👉 https://va.mite.gov.it/it-IT/Oggetti/Info/11772
Se sei un professionista — geologo, ingegnere ambientale, naturalista, ornitologo, avvocato amministrativista, urbanista — il tuo contributo tecnico nelle osservazioni formali è prezioso e può fare la differenza concreta nel procedimento.
Se sei un Sindaco o un amministratore di uno dei Comuni coinvolti o limitrofi: questo è il momento di alzarsi e dire no. Il vostro territorio non è una zona industriale. La vostra voce nel procedimento VIA è legittima, necessaria e attesa dai vostri cittadini.
Se sei un giornalista, un consigliere regionale, un parlamentare: questa storia merita attenzione nazionale. Un progetto da 291 MW, nato dalla fusione silenziosa di due procedimenti, su uno degli Appennini più integri d'Italia, non può passare nel silenzio dell'estate.
L'Appennino parmense non è una zona industriale, è una bellissima zona ancora naturale da preservare per sempre. La Val Ceno e la Val Taro non sono terra di nessuno. Le nostre montagne non si svendono e non si svendono a nessun prezzo.
F.to
Ing. F. Cortesi, Varsi (PR)

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Il problema
STOP al Mega-Parco Eolico "Parma A": 47 Torri sull'Appennino Parmense — Il Governo non può distruggere le nostre montagne
Aggiornamento urgente alla petizione già firmata da migliaia di cittadini (petizione originale: change.org/cMBz9Kyv8q)
Cosa è successo
Il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), con nota ufficiale del 1° giugno 2026 (prot. n. 0116295), ha di fatto autorizzato Duferco Sviluppo S.p.A. a presentare un progetto eolico unificato (dai precedenti Parma A e Parma B) di dimensioni mai viste sull'Appennino parmense e italiano.
Il meccanismo usato è semplice quanto brutale: il Ministero aveva già avviato la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per il progetto "Parma A" (22 turbine, 136 MW). Poi è arrivato "Parma B" (155 MW). Quando si è capito che con "Parma B" tutto l'iter aveva problemi procedurali, in quanto appositamente presentato scorporato in due progetti per attenuarne l'impatto se presi singolarmente, anziché bloccare tutto, il Ministero ha semplicemente chiesto di fondere i due progetti in uno solo, facendolo passare come una mera "modifica" del procedimento già avviato.
Il risultato? Un unico colossale progetto — ancora chiamato "Parma A" — che ora prevede:
47 aerogeneratori · 6,2 MW ciascuno · 291,40 MW di potenza totale Comuni coinvolti: Bardi, Bore, Bedonia, Borgo Val di Taro, Compiano, Tornolo, Albareto, Valmozzola (PR) e Morfasso (PC)
La mostruosità del progetto
Per capire di cosa si parla concretamente, occorre visualizzare queste cifre sul territorio.
47 turbine alte tra i 180 e i 200 metri — più del grattacielo Pirelli di Milano — verrebbero installate su un Appennino che ha crinali tra i 1.000 e i 1.700 metri di quota, nelle valli del Ceno e del Taro. Un'area di straordinaria biodiversità, popolata da lupi, aquile reali, falchi pellegrini, caprioli, cervi, con boschi di faggio e castagneto antico che sono memoria viva di questo territorio. Comunità montane che su quella natura hanno costruito identità, cultura, economia e turismo lento.
Si tratta di uno dei comprensori montani più integri dell'Italia settentrionale. E non è un'opinione: è un dato certificato da vincoli, perimetri e designazioni europee che il proponente e il Ministero sembrano voler ignorare.
291 megawatt su un territorio così ristretto non sono energia rinnovabile: sono una devastazione industriale mascherata da transizione ecologica.
Aree protette violate: i vincoli che non si possono ignorare
Questa è forse la questione più grave, e quella su cui la procedura VIA dovrebbe già da sola condurre all'archiviazione del progetto.
L'area interessata ricade — in tutto o in parte — in prossimità o all'interno di:
Siti della Rete Natura 2000: Zone Speciali di Conservazione (ZSC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS) designate ai sensi delle Direttive Habitat (92/43/CEE) e Uccelli (2009/147/CE). La presenza di specie protette come l'aquila reale (Aquila chrysaetos), il biancone, il falco pecchiaiolo, il lupo appenninico (Canis lupus italicus) impone valutazioni di incidenza (VINCA) che, se condotte con onestà scientifica, portano a una sola conclusione: questo progetto è incompatibile con la conservazione di queste specie e di questi habitat.
Vincoli paesaggistici ai sensi del D.Lgs. 42/2004 (Codice dei Beni Culturali): i crinali appenninici, i corsi d'acqua, i boschi e i territori montani sopra i 1.200 metri sono beni paesaggistici tutelati per legge. Turbine alte 200 metri su questi crinali non sono compatibili con nessuna interpretazione ragionevole di tutela paesaggistica.
Parco dei Cento Laghi e aree contigue: il sistema di aree protette dell'Emilia Occidentale — gestito dall'Ente Gestore Parchi e Biodiversità Emilia Occidentale, anch'esso destinatario della comunicazione ministeriale — comprende habitat di interesse comunitario che verrebbero irrimediabilmente compromessi non solo dalle torri, ma dall'intera infrastruttura di cantiere, dalle strade di accesso, dalle linee di connessione elettrica.
Vincoli idrogeologici: l'intera area è classificata ad elevata pericolosità idrogeologica nei Piani di Assetto Idrogeologico (PAI) dell'Autorità di Bacino del Po. Scavare fondazioni profonde 20-30 metri per ancorare torri da 200 metri su crinali già fragili è un atto di irresponsabilità ingegneristica oltre che ambientale.
La risposta corretta di fronte a questo quadro non è chiedere integrazioni o mitigazioni. È fermare il progetto.
Il principio di sussidiarietà calpestato: Roma decide, la Valceno e la Valtaro subiscono
C'è una questione democratica fondamentale che va detta chiaramente.
Il principio di sussidiarietà — sancito dalla Costituzione italiana e dai Trattati europei — stabilisce che le decisioni devono essere prese al livello di governo più vicino ai cittadini e ai territori interessati, riservando ai livelli superiori solo ciò che non può essere efficacemente gestito localmente.
In questo caso accade esattamente il contrario.
Una Commissione Tecnica PNRR-PNIEC, insediata a Roma in via Cristoforo Colombo 70, decide del destino di Bardi, Bore, Compiano, Tornolo, Bedonia, Albareto, Valmozzola, Morfasso e Borgo Val di Taro. Burocrati e Funzionari che non hanno mai percorso la strada provinciale della Val Ceno, che non sanno come si chiama il torrente che scorre sotto il ponte di Bardi, che non conoscono i nostri siti archeologici del neolitico di valico........... si trovano a valutare se è accettabile trasformare quei crinali in un campo eolico industriale.
I Comuni interessati — alcuni dei quali con meno di 500 abitanti, già devastati dallo spopolamento — vengono informati della procedura con una PEC e invitati a pubblicare l'avviso sul proprio Albo Pretorio informatico. Questo è tutto ciò che la legge prevede come "partecipazione locale".
Non è stato chiesto il consenso. Non è stata aperta una discussione pubblica. Non è stato convocato nessun tavolo con le comunità, se non dai sindaci locali, quasi tutti molto preoccupati.
I Sindaci di questi Comuni, eletti dai propri concittadini, hanno certamente il dovere di depositare osservazioni formali e approfondite. Ma hanno soprattutto il diritto — e il dovere morale — di rivendicare che su decisioni di questa portata il territorio deve avere voce vincolante, non meramente consultiva. Il governo della montagna non può essere delegato a commissioni tecniche che applicano criteri nazionali astratti a realtà locali che non conoscono e che non hanno mai visitato. E quando quel governo centrale si muove in modo così palesemente contrario agli interessi del territorio, la risposta non può essere la negoziazione: deve essere il rifiuto netto.
Viabilità e fragilità infrastrutturale: un cantiere impossibile
Chi conosce la Val Ceno e la Val Taro sa benissimo di cosa parliamo quando diciamo che le strade di questi territori non reggerebbero il cantiere.
Per installare 47 turbine alte 200 metri occorre trasportare su quei crinali:
pale eoliche lunghe fino a 80-90 metri, non divisibili, che richiedono mezzi speciali di trasporto eccezionale
fusti delle torri in sezioni da decine di tonnellate ciascuna
basamenti in cemento armato con getti da centinaia di metri cubi
gru da cantiere di grandi dimensioni
migliaia di camion nell'arco di anni di lavori
Le strade provinciali e comunali della Val Ceno — la SP 359R, la SP 57, le strade di crinale verso Tornolo e Compiano — sono infrastrutture concepite per il traffico locale, già oggi insufficientemente mantenute, già oggi soggette a frane, cedimenti e interruzioni ogni inverno. I ponti che attraversano il Ceno e i suoi affluenti non sono stati progettati per carichi da trasporto eccezionale e in molti casi non sono stati oggetto di manutenzione straordinaria da decenni.
Chi pagherà il rifacimento delle strade distrutte dal cantiere? Chi risarcirà i danni alle abitazioni e alle infrastrutture lungo i percorsi di transito? Duferco incasserà gli incentivi per vent'anni. Le strade rotte rimarranno ai Comuni, alla Provincia, ai cittadini.
E non è solo una questione economica. È una questione di sicurezza pubblica. Questi sono territori dove d'inverno le strade vengono chiuse per neve e ghiaccio, dove le frane sono eventi ordinari, dove il dissesto idrogeologico è una realtà documentata anno dopo anno dalla Protezione Civile. Aprire decine di cantieri su questi crinali durante anni di lavori significa aumentare esponenzialmente il rischio di eventi franosi, di destabilizzazione dei versanti, di danni permanenti al reticolo idrografico. Significa mettere in pericolo le stesse persone che abitano quei luoghi. Anche questo, da solo, è motivo sufficiente per bloccare il progetto senza se e senza ma.
La fauna: quello che non si ricostruisce
Le turbine eoliche uccidono gli uccelli. Non è un'opinione ambientalista: è un dato scientifico documentato da decine di studi internazionali, inclusi quelli dell'ISPRA.
Nell'area della Val Ceno e Val Taro vivono e nidificano specie di altissimo valore conservazionistico:
Aquila reale (Aquila chrysaetos): nidifica stabilmente sull'Appennino parmense. È una specie territoriale con home range vastissimi, estremamente sensibile alle perturbazioni. Le turbine in rotazione su crinali aperti sono una trappola mortale per questa specie. In Italia ci sono meno di 700 coppie nidificanti: ogni coppia persa è una perdita irreversibile.
Biancone (Circaetus gallicus): rapace migratore che utilizza esattamente i crinali e le aree aperte dell'Appennino per la caccia e la migrazione. Classificato come vulnerabile nella lista rossa italiana.
Falco pellegrino (Falco peregrinus) e Falco pecchiaiolo (Pernis apivorus): entrambi presenti, entrambi tutelati dalla Direttiva Uccelli.
Lupo appenninico (Canis lupus italicus): il nucleo appenninico tosco-emiliano è uno dei più importanti d'Italia. La sottospecie è protetta dalla Convenzione di Berna e dalla Direttiva Habitat. La frammentazione dell'habitat causata dal cantiere e dalle infrastrutture permanenti taglia i corridoi ecologici che permettono alla popolazione di mantenere la connettività genetica necessaria alla sopravvivenza della specie.
Chirotteri (pipistrelli): le turbine eoliche sono tra le principali cause di mortalità per i chirotteri in Europa. Il barotrauma causato dalla depressione d'aria vicino alle pale è letale. Nell'area sono presenti specie protette dalla Direttiva Habitat, Allegato IV.
Invertebrati e flora: i crinali dell'Appennino parmense ospitano habitat di prateria montana e vegetazione di cresta con specie endemiche e rare, molte delle quali in allegati della Direttiva Habitat. La costruzione di strade di cantiere e piazzole di lavoro su queste aree significa distruzione diretta e irreversibile di habitat che hanno impiegato secoli per formarsi.
Nessuna compensazione ambientale può restituire un'aquila reale. Nessun "progetto di mitigazione" può ricostruire un habitat di prateria di crinale una volta asfaltato. Non esiste una versione corretta o mitigata di questo progetto: va fermato.
Perché questo progetto non sta in piedi senza soldi pubblici
Duferco Sviluppo S.p.A. non investirebbe un euro su questi crinali se non ci fossero gli incentivi statali garantiti dal GSE (Gestore dei Servizi Energetici), pagati in bolletta da tutti gli italiani. L'eolico industriale in Italia non è libero mercato: è un sistema in cui i profitti — garantiti per vent'anni da contratti con lo Stato — vanno ai proponenti privati, e i costi, sia economici che ambientali, ricadono sulla collettività.
Stiamo parlando di decine di milioni di euro all'anno di incentivi pubblici che confluiranno nelle casse di una società privata, mentre:
gli ospedali di montagna chiudono o vengono ridotti a presidi inutili
le scuole dei piccoli Comuni vengono accorpate o soppresse per mancanza di alunni e di fondi
le strade franano e restano rotte per anni
i servizi di trasporto pubblico verso i centri minori sono ridotti all'osso o inesistenti
i giovani continuano ad andarsene perché non c'è lavoro né servizi
Le comunità dell'Appennino parmense vengono abbandonate come persone e sfruttate come territorio. Prima si lascia spopolare la montagna, poi si installa l'industria eolica nei luoghi rimasti vuoti, incassando gli incentivi e lasciando ai pochi rimasti il paesaggio distrutto.
Questa non è transizione energetica. È colonialismo energetico. Il fine è il profitto di pochi, le quotazioni azionarie, sulle spalle della collettività.
Quello che chiediamo: fermare questo progetto, senza condizioni
Non chiediamo integrazioni progettuali. Non chiediamo studi aggiuntivi. Non chiediamo che Duferco presenti una versione rivista o ridotta. Sappiamo già come funziona: si chiede una modifica, si riduce temporaneamente il numero di turbine, si aspetta che l'attenzione cali, e poi si ripresenta tutto com'era o peggio.
Chiediamo l'archiviazione definitiva del procedimento VIA ID_VIP 14050 — WEB-VIA-VIAVIAF00000491, la cessazione immediata di qualsiasi iter autorizzativo relativo al parco eolico "Parma A" nella sua configurazione unificata da 47 aerogeneratori, e il rigetto di qualsiasi futura riproposizione dello stesso progetto sotto altro nome o altra veste procedurale.
Chiediamo al Ministero dell'Ambiente di prendere atto che:
1. La fusione di "Parma A" e "Parma B" in un unico procedimento non è una modifica tecnica: è un raddoppio dell'impatto su un territorio che non è nelle condizioni di sostenerlo, operato attraverso uno stratagemma burocratico che va rigettato.
2. Un progetto da 291 MW su crinali vincolati, in prossimità di Siti Natura 2000, in aree ad alta pericolosità idrogeologica, su infrastrutture viarie inadeguate, in habitat di specie strettamente protette, non supera la soglia minima di compatibilità ambientale. Non con qualche integrazione. Non con qualche mitigazione. Non lo supera.
3. Il principio di sussidiarietà impone che le comunità locali abbiano voce vincolante — non consultiva — sulle trasformazioni irreversibili del proprio territorio. Questo non è avvenuto, e la procedura va fermata anche per questo motivo.
4. Nessun incentivo pubblico può essere destinato a un progetto che viola in modo così evidente i diritti delle comunità montane, le norme di tutela ambientale e il buon senso istituzionale, oltre che l'art 9) della Costituzione Italiana.
Cosa puoi fare adesso — subito
Firma questa petizione e condividila ovunque: sui social, nelle chat di famiglia, con i tuoi colleghi. Chi non conosce la Val Ceno e la Val Taro deve sapere cosa sta per accadere su uno degli Appennini più belli d'Italia.
Deposita osservazioni formali sul portale ministeriale: è un tuo diritto garantito dall'art. 24 del D.Lgs. 152/2006. Hai 30 giorni dalla pubblicazione della documentazione. Non serve essere esperti: basta essere cittadini. Il link è: 👉 https://va.mite.gov.it/it-IT/Oggetti/Info/11772
Se sei un professionista — geologo, ingegnere ambientale, naturalista, ornitologo, avvocato amministrativista, urbanista — il tuo contributo tecnico nelle osservazioni formali è prezioso e può fare la differenza concreta nel procedimento.
Se sei un Sindaco o un amministratore di uno dei Comuni coinvolti o limitrofi: questo è il momento di alzarsi e dire no. Il vostro territorio non è una zona industriale. La vostra voce nel procedimento VIA è legittima, necessaria e attesa dai vostri cittadini.
Se sei un giornalista, un consigliere regionale, un parlamentare: questa storia merita attenzione nazionale. Un progetto da 291 MW, nato dalla fusione silenziosa di due procedimenti, su uno degli Appennini più integri d'Italia, non può passare nel silenzio dell'estate.
L'Appennino parmense non è una zona industriale, è una bellissima zona ancora naturale da preservare per sempre. La Val Ceno e la Val Taro non sono terra di nessuno. Le nostre montagne non si svendono e non si svendono a nessun prezzo.
F.to
Ing. F. Cortesi, Varsi (PR)

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Petizione creata in data 6 giugno 2026