#TUTELIAMOILCONGEDODIMATERNITA'

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Il MIPPE, Movimento Italiano di Psicologia Perinatale, si pone in modo critico relativamente all’emendamento approvato alla manovra che cancella l’obbligo di astensione dal lavoro prima della nascita e che consentirà alle donne di scegliere di lavorare fino al nono mese. La questione è delicata in quanto, se da un parte tale proposta può essere letta come uno strumento che dona maggiore libertà alle madri di scegliere da quando astenersi dal lavoro, aggiungendo potenzialmente un mese di maternità dalla nascita del figli*, dall’altra rischia di legittimare una svalutazione del periodo prenatale. Come psicologhe sappiamo bene che i mesi precedenti al parto, in particolare l’ultimo trimestre di gravidanza, sono fondamentali per la preparazione e l’accoglienza del cambiamento che comporterà l’arrivo del propri* figli*. Durante i mesi precedenti alla nascita del bambin*, la madre vive delle modificazioni fisiche, psichiche e biologiche rapide ed indispensabili che richiedono di rallentare i ritmi di vita per agevolare e promuovere la sintonizzazione con il/la bambin* nella pancia e continuare a nutrire quella relazione che richiederà tutto il tempo dell’esogestazione (nove mesi dopo il parto) per essere avviata nel migliore dei modi. I cambiamenti previsti che riguardano, ad esempio, il sonno, il bisogno di riposo, una maggiore emotività e il bisogno di sintonizzazione al bambin* sono essenziali alla preparazione al parto, alla nascita, al cambiamento identitario e relazionale nella famiglia in divenire e al puerperio, fase fisiologica particolarmente critica anche psicologicamente, che attraversano le donne nel mese successivo alla nascita. Molti sono gli studi che attestano una correlazione tra lo stress in gravidanza e l’aumentato rischio per la salute del bambin* e della madre, compresa la probabilità di insorgenza di depressione post-partum. Da questo punto di vista, l’affievolimento dell’obbligo all’astensione dal lavoro nel mese precedente alla nascita rischia di incidere negativamente sul diritto alla salute (art. 32 cost.).  Affinché vada tutto nel migliore dei modi, non basta un certificato medico che attesti la buona salute della donna, ma alla madre deve essere garantita la possibilità di avere tempo per potersi ascoltare, per poter rallentare i propri ritmi ed abituarsi a quelli del neonat* che nascerà. 

Come Movimento Italiano di Psicologia Perinatale riconosciamo il diritto delle donne di autodeterminarsi nell’attività lavorativa, e quindi di scegliere il comportamento da tenere, ma riteniamo essenziale, per la salute bio-psico-sociale di madre e bambino, che tale diritto venga tutelato da tutte quelle possibili pressioni psicologiche e dagli svariati condizionamenti ambientali a cui una donna lavoratrice potrebbe essere sottoposta. Ci domandiamo infatti quanto possano essere libere le scelte di una donna lavoratrice, consapevole da una parte di poter avere ripercussioni negative sul suo rapporto di lavoro e dall’altra di rischiare di compromettere la salute propria e del bambino. La normativa Italiana vigente, a riguardo, è in grado di tutelare le donne proprio da questo pericolo e quindi riteniamo che un’eventuale modifica derivante dall’approvazione del suddetto emendamento possa influire negativamente sui diritti delle lavoratrici in gravidanza. La conciliazione della vita familiare e professionale non deve essere il risultato di una diminuzione delle tutele sulla salute di madre e bambino, bensì essa deve provenire, al contrario, da un’estensione di tutele e garanzie che proteggano maggiormente il momento della nascita.



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