Rendere il morality trolling un reato, e regolamentare i social media più severamente


Rendere il morality trolling un reato, e regolamentare i social media più severamente
Il problema
Negli ultimi anni, l'uso di Internet e delle piattaforme online è lievitato a dismisura. Non c'è oramai aspetto della nostra vita che non sia inerente al WWW e al suo uso.
Con la diffusione di Internet, sono aumentati anche i crimini informatici.
Nella fattispecie, quelli commessi da minorenni. I giovanissimi, spesso complici genitori troppo permissivi o negligenti, hanno non di rado accesso senza restrizioni alla vastissima rete che è Internet, capace di metterli in contatto con miliardi di persone, buone o cattive che siano.
E, non avendo né maturità né formazione specifica per usare tali mezzi, mettono facilmente loro stessi in pericolo, e a volte le loro attività online sono persino pericolose per la gente con cui interagiscono, se non addirittura criminali.
La mia esperienza personale, da persona che usa i social media "soltanto" dall'età di 16 anni, mentre le generazioni più giovani cominciano alla metà degli anni — esatto, nonostante la legge vigente stabilisca un'età minima di 13 o 14 anni, bambini in età scolare hanno già accesso illimitato ai social media. Spesso eludono le policy mentendo sull'età in fase di registrazione —, come si evince dai toni, non è stata per niente piacevole, e addirittura a tratti traumatica.
Nelle community online, mi sono difatti trovato spesso in situazioni nelle quali ero completamente solo e indifeso, perdendo la fiducia degli utenti e subendo insulti di continuo.
E ho paura che persone vulnerabili, come me (sono invalido civile), siano esposte anch'esse a minacce del genere.
Il modo peggiore in cui un minorenne può rovinare la reputazione a un adulto online è accusarlo di pedofilia (o altri reati sessuali).
Una volta raccolte "prove" (anche se si tratta di piccolezze), il minore si mette a spargerle, assieme a una testimonianza dai toni credibili e drammatici, in giro per il web.
Ciò rientra nella gamma di comportamenti chiamata dagli psicologi DARVO (abbreviazione di Deny responsibility, Attack, Reverse roles between Victim and Offender, ovvero negare la responsabilità, attaccare, e invertire la vittima e l'aggressore).
Difatti, di fronte alle accuse, negheranno tutto, e addirittura diranno di volerti aiutare, o ti chiederanno di "smetterla di molestarli".
E la gente ci crede. Perché le persone vogliono stare al sicuro, e vogliono evitare le persone pericolose o che le mettono a rischio.
Come conseguenza, tali accuse, una volta sparse, sono a tutti gli effetti virali, e si diffondono molto velocemente (in maniera non molto dissimile dalla piaga del revenge porn) e con effetti disastrosi sulla morale dell'"aggressore" (in realtà vittima).
Tale comportamento è già punibile per legge (diffamazione/calunnia). Tuttavia, diversi fattori impediscono la procedibilità dei fatti, tra cui il fatto che siano coinvolti reati da Codice Rosso, l'eta delle "vittime", e il fatto che avvenga tutto online, dove è possibile fare abbondante danno morale rimanendo anonimi e non identificati.
E, come è risaputo, l'anonimato su Internet è una brutta cosa.
Le accuse possono sfociare nella pericolosissima cancel culture, il fenomeno di rumoroso boicottaggio online su base morale, che nei social media, grazie alla possibilità di postare e condividere liberamente, fiorisce alla grande.
La vittima (innocente) più famosa di tale fenomeno è senza dubbio l'attore Johnny Depp, accusato dalla ex-moglie e collega Amber Heard (entrambi adulti) di violenza sessuale. Alla fine le accuse si sono rivelate false, tuttavia nel frattempo Depp ha perso diversi ingaggi e ha subito un inferno psicologico.
Per questo, ispirato da una precedente petizione su tutt'altro tema, ma sempre legata alla diffamazione, chiedo che sia realizzata una proposta di legge per rendere tali comportamenti — che hanno un nome preciso, e si chiamano morality trolling — punibili a tutti gli effetti, non importa l'età di chi li perpetra.
Perché questo comportamento, anche se all'apparenza è un tentativo di portare giustizia, è in realtà un atto pienamente in malafede, al chiaro scopo di infangare/eliminare la persona scomoda o fastidiosa dalla community in questione.
L'utente che lo fa, difatti, non si sente veramente infastidito o poco al sicuro, vuole solo trollare.
Vittime frequenti di tali atti sono spesso persone vulnerabili, irascibili, disabili, con bassa empatia cognitiva, problemi di regolazione dell'umore, o che cercano conforto online a causa di problemi nella loro situazione sociale reale.
In conclusione, tali comportamenti si configurano come una forma di cyberbullismo molto subdolo e difficilissimo da contrastare, in quanto mascherato da "fare giustizia".
La proposta di legge dovrebbe:
- abbassare l'età di perseguibilità a 10 anni dagli attuali 14, ovviamente con la responsabilità condivisa dai genitori;
- rendere gli adolescenti con 14 anni (o più grandi) pienamente perseguibili per i reati informatici (devono rispondere delle loro azioni);
- introdurre un aggravante per il reato di diffamazione e calunnia, se ciò avviene online e alla presenza di un pubblico vasto e un gran numero di condivisioni;
- richiedere l'identificazione, almeno nei casi di sospetta violazione della legge, degli utenti delle principali piattaforme social media (quelle con almeno 35 milioni di utenti attivi in tutto il mondo) tramite documento di riconoscimento (CIE o SPID), da ;
- fornire strumenti legali, e facilitare l'organizzazione di corsi di formazione di qualunque iniziativa, per aiutare le persone in difficoltà a gestire la loro reputazione.
Nell'era di Internet, la reputazione è fondamentale per poter mantenere il proprio posto nella società, il proprio reddito e le proprie relazioni.
E va protetta ad ogni costo.
I minorenni, avendo meno rischi per la loro vita rispetto agli adulti — e non avendo bisogno di un reddito proprio, in quanto coperti dai loro genitori — hanno ben poco da perdere con l'introduzione di tali leggi. Anzi, le condanne previste intendono essere esperienze formative per i ragazzi, capaci di riportarli sulla via del rispetto.
Gli adulti lavoratori, con i nuovi strumenti legali (e materiali formativi), potranno tutelare loro stessi e le persone attorno a loro più facilmente.
Vi chiedo di firmare per rendere Internet un posto più regolamentato e sicuro, dove le offese hanno le stesse conseguenze che avrebbero nella vita reale.
E salvare gli stipendi di migliaia di Italiani.

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Il problema
Negli ultimi anni, l'uso di Internet e delle piattaforme online è lievitato a dismisura. Non c'è oramai aspetto della nostra vita che non sia inerente al WWW e al suo uso.
Con la diffusione di Internet, sono aumentati anche i crimini informatici.
Nella fattispecie, quelli commessi da minorenni. I giovanissimi, spesso complici genitori troppo permissivi o negligenti, hanno non di rado accesso senza restrizioni alla vastissima rete che è Internet, capace di metterli in contatto con miliardi di persone, buone o cattive che siano.
E, non avendo né maturità né formazione specifica per usare tali mezzi, mettono facilmente loro stessi in pericolo, e a volte le loro attività online sono persino pericolose per la gente con cui interagiscono, se non addirittura criminali.
La mia esperienza personale, da persona che usa i social media "soltanto" dall'età di 16 anni, mentre le generazioni più giovani cominciano alla metà degli anni — esatto, nonostante la legge vigente stabilisca un'età minima di 13 o 14 anni, bambini in età scolare hanno già accesso illimitato ai social media. Spesso eludono le policy mentendo sull'età in fase di registrazione —, come si evince dai toni, non è stata per niente piacevole, e addirittura a tratti traumatica.
Nelle community online, mi sono difatti trovato spesso in situazioni nelle quali ero completamente solo e indifeso, perdendo la fiducia degli utenti e subendo insulti di continuo.
E ho paura che persone vulnerabili, come me (sono invalido civile), siano esposte anch'esse a minacce del genere.
Il modo peggiore in cui un minorenne può rovinare la reputazione a un adulto online è accusarlo di pedofilia (o altri reati sessuali).
Una volta raccolte "prove" (anche se si tratta di piccolezze), il minore si mette a spargerle, assieme a una testimonianza dai toni credibili e drammatici, in giro per il web.
Ciò rientra nella gamma di comportamenti chiamata dagli psicologi DARVO (abbreviazione di Deny responsibility, Attack, Reverse roles between Victim and Offender, ovvero negare la responsabilità, attaccare, e invertire la vittima e l'aggressore).
Difatti, di fronte alle accuse, negheranno tutto, e addirittura diranno di volerti aiutare, o ti chiederanno di "smetterla di molestarli".
E la gente ci crede. Perché le persone vogliono stare al sicuro, e vogliono evitare le persone pericolose o che le mettono a rischio.
Come conseguenza, tali accuse, una volta sparse, sono a tutti gli effetti virali, e si diffondono molto velocemente (in maniera non molto dissimile dalla piaga del revenge porn) e con effetti disastrosi sulla morale dell'"aggressore" (in realtà vittima).
Tale comportamento è già punibile per legge (diffamazione/calunnia). Tuttavia, diversi fattori impediscono la procedibilità dei fatti, tra cui il fatto che siano coinvolti reati da Codice Rosso, l'eta delle "vittime", e il fatto che avvenga tutto online, dove è possibile fare abbondante danno morale rimanendo anonimi e non identificati.
E, come è risaputo, l'anonimato su Internet è una brutta cosa.
Le accuse possono sfociare nella pericolosissima cancel culture, il fenomeno di rumoroso boicottaggio online su base morale, che nei social media, grazie alla possibilità di postare e condividere liberamente, fiorisce alla grande.
La vittima (innocente) più famosa di tale fenomeno è senza dubbio l'attore Johnny Depp, accusato dalla ex-moglie e collega Amber Heard (entrambi adulti) di violenza sessuale. Alla fine le accuse si sono rivelate false, tuttavia nel frattempo Depp ha perso diversi ingaggi e ha subito un inferno psicologico.
Per questo, ispirato da una precedente petizione su tutt'altro tema, ma sempre legata alla diffamazione, chiedo che sia realizzata una proposta di legge per rendere tali comportamenti — che hanno un nome preciso, e si chiamano morality trolling — punibili a tutti gli effetti, non importa l'età di chi li perpetra.
Perché questo comportamento, anche se all'apparenza è un tentativo di portare giustizia, è in realtà un atto pienamente in malafede, al chiaro scopo di infangare/eliminare la persona scomoda o fastidiosa dalla community in questione.
L'utente che lo fa, difatti, non si sente veramente infastidito o poco al sicuro, vuole solo trollare.
Vittime frequenti di tali atti sono spesso persone vulnerabili, irascibili, disabili, con bassa empatia cognitiva, problemi di regolazione dell'umore, o che cercano conforto online a causa di problemi nella loro situazione sociale reale.
In conclusione, tali comportamenti si configurano come una forma di cyberbullismo molto subdolo e difficilissimo da contrastare, in quanto mascherato da "fare giustizia".
La proposta di legge dovrebbe:
- abbassare l'età di perseguibilità a 10 anni dagli attuali 14, ovviamente con la responsabilità condivisa dai genitori;
- rendere gli adolescenti con 14 anni (o più grandi) pienamente perseguibili per i reati informatici (devono rispondere delle loro azioni);
- introdurre un aggravante per il reato di diffamazione e calunnia, se ciò avviene online e alla presenza di un pubblico vasto e un gran numero di condivisioni;
- richiedere l'identificazione, almeno nei casi di sospetta violazione della legge, degli utenti delle principali piattaforme social media (quelle con almeno 35 milioni di utenti attivi in tutto il mondo) tramite documento di riconoscimento (CIE o SPID), da ;
- fornire strumenti legali, e facilitare l'organizzazione di corsi di formazione di qualunque iniziativa, per aiutare le persone in difficoltà a gestire la loro reputazione.
Nell'era di Internet, la reputazione è fondamentale per poter mantenere il proprio posto nella società, il proprio reddito e le proprie relazioni.
E va protetta ad ogni costo.
I minorenni, avendo meno rischi per la loro vita rispetto agli adulti — e non avendo bisogno di un reddito proprio, in quanto coperti dai loro genitori — hanno ben poco da perdere con l'introduzione di tali leggi. Anzi, le condanne previste intendono essere esperienze formative per i ragazzi, capaci di riportarli sulla via del rispetto.
Gli adulti lavoratori, con i nuovi strumenti legali (e materiali formativi), potranno tutelare loro stessi e le persone attorno a loro più facilmente.
Vi chiedo di firmare per rendere Internet un posto più regolamentato e sicuro, dove le offese hanno le stesse conseguenze che avrebbero nella vita reale.
E salvare gli stipendi di migliaia di Italiani.

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Petizione creata in data 29 gennaio 2025