

Il percorso prosegue. E oggi è necessario ribadire un punto che troppo spesso viene attenuato, aggirato o trattato come secondario:
la difesa del Disturbo da Gioco d’Azzardo non è un tema sanitario isolato, ma una questione strutturale di sistema.
Il DGA non nasce nel vuoto.
Non è un evento casuale.
È l’effetto di un’esposizione continua, normalizzata e crescente al gioco d’azzardo, soprattutto in ambienti digitali dove l’accesso è immediato, ripetuto e spesso privo di reali barriere.
Si continua a intervenire a valle, quando il problema è già conclamato.
Si parla di cura, di supporto, di recupero.
Ma a monte, il meccanismo resta intatto.
Ed è qui che si genera la frattura.
Perché se il sistema continua ad espandersi — in offerta, in accessibilità, in pressione comunicativa — il DGA non può che seguire la stessa traiettoria.
Non è una deriva individuale. È una conseguenza prevedibile.
Come stakeholder esterno, il mio impegno resta chiaro:
portare all’attenzione istituzionale europea questa contraddizione.
Nel contesto del Digital Services Act, il tema non è vietare, ma riconoscere il rischio sistemico:
esposizione dei minori
sollecitazioni continue al comportamento di gioco
ambienti digitali progettati per trattenere e ripetere l’azione
Elementi che, nel loro insieme, contribuiscono a creare terreno fertile per il DGA.
Difendere il DGA significa quindi intervenire prima, non dopo.
Significa riequilibrare un sistema che oggi corre più veloce della capacità di protezione.
La vostra adesione a questa petizione continua ad avere un valore preciso:
non simbolico, ma strutturale.
Perché tiene aperta una posizione indipendente, libera da interessi di comparto,
e orientata a una domanda semplice ma decisiva:
quanto ancora possiamo permetterci di intervenire solo sulle conseguenze, ignorando le cause?
Il percorso continua.
Con voi.