Una firma per l’Italia. Petizione popolare contro l’autonomia differenziata

Una firma per l’Italia. Petizione popolare contro l’autonomia differenziata

Il problema

L’avvicinarsi dell’approvazione in via definitiva da parte della Camera dei Deputati del controverso disegno di legge sull’autonomia differenziata (il c.d. ddl Calderoli) ha riacceso l’attenzione critica della stampa, e non solo di quella pregiudizialmente ostile al governo presieduto da Giorgia Meloni. Alle riserve di gran parte dei mezzi d’informazione si aggiungono poi quelle di insigni costituzionalisti, economisti, docenti, secondo cui il progetto di autonomia differenziata metterebbe a serio rischio l’unità nazionale e la competitività del sistema-Paese in settori strategici come energia, comunicazioni, servizi di rete, commercio estero e grandi infrastrutture non abbisognevoli della preventiva definizione dei cosiddetti Lep (Livelli essenziali delle prestazioni).

I sottoscrittori del presente testo riconoscono la fondatezza e la giustezza di tali tesi, cui aggiungono

alcune autonome riflessioni utili ad illuminare aspetti inesplorati della vicenda, a partire dalla constatazione che la scelta di implementare l’autonomia differenziata non solo risulta del tutto incoerente con la storia e l’azione politica del centrodestra, ma finisce soprattutto per rivelarsi un errore politico, oltre che come una clamorosa abdicazione identitaria.

Sotto il profilo politico, infatti, l’introduzione dell’autonomia differenziata costituisce la legittimazione della sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione voluta dalla sinistra nel 2001. Una riforma che ha accentuato la postura regionalista della Repubblica sovvertendo le naturali gerarchie istituzionali, che ha cancellato il riferimento al Sud dalla nostra Carta Fondamentale e che ha introdotto la legislazione concorrente generando un enorme contenzioso tra poteri.

Sotto il profilo istituzionale appare invece fin troppo incombente il rischio insito nella prospettiva federalista, sottesa al novellato Titolo V e ora spalancata dal ddl Calderoli. Il federalismo, infatti, obbliga a ripensare le Regioni alla stregua di Stati titolari di competenze e poteri esclusivi in settori strategici per la competitività del sistema-Paese. Tale prospettiva non potrebbe che risultare letale per l’interesse e l’unità nazionale, con l’esito paradossale di un governo di destra-centro che s’intesta la paternità della disintegrazione dello Stato.

Sotto il profilo del dualismo Nord-Sud, infine, è persino illusorio immaginare che dall’autonomia differenziata possano discendere effetti benefici per il nostro Mezzogiorno. È purtroppo vero il contrario: una volta approvato, il ddl Calderoli danneggerà il Sud senza apportare alcun beneficio ad un Nord a quel punto scippato del suo ruolo di locomotiva nazionale e ridotto a vagoncino di lusso a rimorchio delle possenti motrici economico-produttive dell’Europa centro-settentrionale.

Pertanto, prima di compiere a cuor leggero un passaggio fatale, destinato a cambiare il destino del nostro Paese, prima di lasciarci prendere da utilità parziali e contingenti, dimenticando le questioni centrali ed essenziali, ripensiamo il ruolo dell’Italia con senso storico e critico.

L’Italia si è unificata, modernizzata, alfabetizzata, industrializzata fino a diventare una grande nazione capace di eclissare le sue storiche frammentazioni. Ha superato, in quell’arco di tempo che si aprì dopo il Risorgimento e la pur controversa Unità d’Italia, grandi traumi come l’emigrazione, le differenze tra nord e sud, due guerre mondiali, una guerra civile, adottando il modello di uno Stato unitario, centrale, con cento province e prefetture.

Il modello italiano si è affermato non solo per quel sistema misto tra pubblico e privato in economia

ma anche perché all’intraprendenza dell’imprenditoria industriale al nord ha corrisposto la presenza

di un ceto pubblico, nelle scuole, nelle forze dell’ordine, nei presidi istituzionali, nell’impiego statale nella sua dirigenza, proveniente largamente dal Meridione d’Italia. Un equilibrio che ha consentito al nostro Paese di diventare la quinta potenza industriale nel mondo.

Piaccia o meno, il declino istituzionale, amministrativo, morale e civile d’Italia, coincide con la nascita delle Regioni, nel 1970, poi aggravato dal novellato Titolo V. L’autonomia differenziata, ora, renderebbe definitiva la torsione regionalista continuando a moltiplicare burocrazie, apparati clientelari, inefficienze, spesa pubblica, parassitismi con conseguente riacutizzazione del divario Nord-Sud.

Dovremmo, al contrario, porci l’obiettivo di salvaguardare e rinvigorire l’unità dello Stato attraverso un nuovo patto nazionale, necessario a rimarginare antiche lacerazioni storiche e territoriali, rinsaldando così la comune appartenenza all’identità italiana.

Non compromettiamo con le decisioni di oggi le generazioni di domani e l’avvenire di una nazione, di una Patria che non vuole finire in brandelli, o evaporare e presentarsi disarticolata sullo scenario internazionale. La nostra storia – politica, culturale e valoriale – ci ha sempre insegnato ad anteporre la nazione alla fazione. Non sottovalutiamo, perciò, il passo che si vorrebbe ora compiere e che getterebbe le basi per la disintegrazione del nostro Paese. Senza nulla togliere alle nostre identità locali, civiche e provinciali, siamo e ci sentiamo compatrioti e fratelli d’Italia. E tali vogliamo restare, nella buona e nella cattiva sorte.

 

Amedeo Laboccetta, già parlamentare

Mario Landolfi, già ministro delle Telecomunicazioni

Domenico Nania, ex vicepresidente del Senato

Nicola Bono, già sottosegretario

Vincenzo D’Anna, già parlamentare

Gennaro Malgieri, già parlamentare

Franco Cardiello, già parlamentare

Rosario Polizzi, già parlamentare

Salvatore Torrisi, già parlamentare

Franco Nappi, già consigliere regionale Campania

Dario Cigliano, già consigliere comunale di Napoli

Antonino Funaro, già consigliere comunale di Napoli

Ciro Signoriello, già consigliere comunale di Napoli

Giacomo Pascale, sindaco di Lacco Ameno (Ischia)

Sabino Morano, scrittore

Prof. Sergio Barile

Prof. Luigi Branchini

Prof. Luigi Santini

Prof. Gerardo Botti

Prof.ssa Clara Guarino

Prof.ssa Pinuccia Novi

Prof. Nunzio Tricarico

Prof. Elio Fusco

Prof. Angelo Saviano

Prof. Filippo Fusco

Mauro Finocchito, giornalista, editore

Filiberto Passananti, giornalista

Laura Caico, giornalista

Avv. Gennaro Famiglietti

Avv. Salvatore Sbrizzi

Avv. Ernesto Piano

Avv. Stefano Marzatico

Avv. Enrica Paesano

Avv. Raffaele Pellegrino

Avv. Maria Pia Granese

Avv. Flavio Bournique

Avv. Riccardo Vizzino

Avv. Ileana Longobardi

Avv. Brunella Postiglione

Avv. Stefano Bouché

Avv. Angelo Tabellini

Avv. Marco Santoro

Avv. Carmine Ippolito

Avv. Francesca Romano

Avv. Fortuna Quero

Gen. Giovanni Albano

Gen. Pasquale Iovino

Nicola Di Paola, già funzionario Inps

Riccardo Riccardi, medico

Marielva Torino, medico

Bruno Grieco, imprenditore

Enzo Stabile, imprenditore

Gianluigi Ricciolio, imprenditore

Luigi Imperatore, imprenditore

Pippo Maimone, imprenditore

Mimmo Contessa, imprenditore

Mimmo Raccioppoli, imprenditore

Guglielmo Esposito, imprenditore

Francesco Viale, imprenditore

Tiziana Menna, imprenditrice

Massimo Massaccesi, assicuratore

Gianfranco Greco, assicuratore

Tommaso Maggiore, farmacista, già pres. Federfarma Campania

Carmine Santaniello, già direttore Conservatorio San Pietro a Majella

Corrado D’Ambrosio, magistrato

Principessa Marina Caracciolo di Vietri

Ing. Marco Di Stefano

Ing. Antonio Mattei, già direttore generale CIRA

Arch. Pierluigi Gallo

Dott. Pasquale Del Gaudio, dirigente Comune di Napoli

Francesco Pollice, manager

Paola Bovier, già dirigente Sovrintendenza di Napoli

Gabriella De Cicco, pensionata

Patrizia Volpicella, commerciante

Luca Lupoli, tenore

Tullio Del Matto, attore

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Amedeo LaboccettaPromotore della petizione
Questa petizione aveva 210 sostenitori

Il problema

L’avvicinarsi dell’approvazione in via definitiva da parte della Camera dei Deputati del controverso disegno di legge sull’autonomia differenziata (il c.d. ddl Calderoli) ha riacceso l’attenzione critica della stampa, e non solo di quella pregiudizialmente ostile al governo presieduto da Giorgia Meloni. Alle riserve di gran parte dei mezzi d’informazione si aggiungono poi quelle di insigni costituzionalisti, economisti, docenti, secondo cui il progetto di autonomia differenziata metterebbe a serio rischio l’unità nazionale e la competitività del sistema-Paese in settori strategici come energia, comunicazioni, servizi di rete, commercio estero e grandi infrastrutture non abbisognevoli della preventiva definizione dei cosiddetti Lep (Livelli essenziali delle prestazioni).

I sottoscrittori del presente testo riconoscono la fondatezza e la giustezza di tali tesi, cui aggiungono

alcune autonome riflessioni utili ad illuminare aspetti inesplorati della vicenda, a partire dalla constatazione che la scelta di implementare l’autonomia differenziata non solo risulta del tutto incoerente con la storia e l’azione politica del centrodestra, ma finisce soprattutto per rivelarsi un errore politico, oltre che come una clamorosa abdicazione identitaria.

Sotto il profilo politico, infatti, l’introduzione dell’autonomia differenziata costituisce la legittimazione della sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione voluta dalla sinistra nel 2001. Una riforma che ha accentuato la postura regionalista della Repubblica sovvertendo le naturali gerarchie istituzionali, che ha cancellato il riferimento al Sud dalla nostra Carta Fondamentale e che ha introdotto la legislazione concorrente generando un enorme contenzioso tra poteri.

Sotto il profilo istituzionale appare invece fin troppo incombente il rischio insito nella prospettiva federalista, sottesa al novellato Titolo V e ora spalancata dal ddl Calderoli. Il federalismo, infatti, obbliga a ripensare le Regioni alla stregua di Stati titolari di competenze e poteri esclusivi in settori strategici per la competitività del sistema-Paese. Tale prospettiva non potrebbe che risultare letale per l’interesse e l’unità nazionale, con l’esito paradossale di un governo di destra-centro che s’intesta la paternità della disintegrazione dello Stato.

Sotto il profilo del dualismo Nord-Sud, infine, è persino illusorio immaginare che dall’autonomia differenziata possano discendere effetti benefici per il nostro Mezzogiorno. È purtroppo vero il contrario: una volta approvato, il ddl Calderoli danneggerà il Sud senza apportare alcun beneficio ad un Nord a quel punto scippato del suo ruolo di locomotiva nazionale e ridotto a vagoncino di lusso a rimorchio delle possenti motrici economico-produttive dell’Europa centro-settentrionale.

Pertanto, prima di compiere a cuor leggero un passaggio fatale, destinato a cambiare il destino del nostro Paese, prima di lasciarci prendere da utilità parziali e contingenti, dimenticando le questioni centrali ed essenziali, ripensiamo il ruolo dell’Italia con senso storico e critico.

L’Italia si è unificata, modernizzata, alfabetizzata, industrializzata fino a diventare una grande nazione capace di eclissare le sue storiche frammentazioni. Ha superato, in quell’arco di tempo che si aprì dopo il Risorgimento e la pur controversa Unità d’Italia, grandi traumi come l’emigrazione, le differenze tra nord e sud, due guerre mondiali, una guerra civile, adottando il modello di uno Stato unitario, centrale, con cento province e prefetture.

Il modello italiano si è affermato non solo per quel sistema misto tra pubblico e privato in economia

ma anche perché all’intraprendenza dell’imprenditoria industriale al nord ha corrisposto la presenza

di un ceto pubblico, nelle scuole, nelle forze dell’ordine, nei presidi istituzionali, nell’impiego statale nella sua dirigenza, proveniente largamente dal Meridione d’Italia. Un equilibrio che ha consentito al nostro Paese di diventare la quinta potenza industriale nel mondo.

Piaccia o meno, il declino istituzionale, amministrativo, morale e civile d’Italia, coincide con la nascita delle Regioni, nel 1970, poi aggravato dal novellato Titolo V. L’autonomia differenziata, ora, renderebbe definitiva la torsione regionalista continuando a moltiplicare burocrazie, apparati clientelari, inefficienze, spesa pubblica, parassitismi con conseguente riacutizzazione del divario Nord-Sud.

Dovremmo, al contrario, porci l’obiettivo di salvaguardare e rinvigorire l’unità dello Stato attraverso un nuovo patto nazionale, necessario a rimarginare antiche lacerazioni storiche e territoriali, rinsaldando così la comune appartenenza all’identità italiana.

Non compromettiamo con le decisioni di oggi le generazioni di domani e l’avvenire di una nazione, di una Patria che non vuole finire in brandelli, o evaporare e presentarsi disarticolata sullo scenario internazionale. La nostra storia – politica, culturale e valoriale – ci ha sempre insegnato ad anteporre la nazione alla fazione. Non sottovalutiamo, perciò, il passo che si vorrebbe ora compiere e che getterebbe le basi per la disintegrazione del nostro Paese. Senza nulla togliere alle nostre identità locali, civiche e provinciali, siamo e ci sentiamo compatrioti e fratelli d’Italia. E tali vogliamo restare, nella buona e nella cattiva sorte.

 

Amedeo Laboccetta, già parlamentare

Mario Landolfi, già ministro delle Telecomunicazioni

Domenico Nania, ex vicepresidente del Senato

Nicola Bono, già sottosegretario

Vincenzo D’Anna, già parlamentare

Gennaro Malgieri, già parlamentare

Franco Cardiello, già parlamentare

Rosario Polizzi, già parlamentare

Salvatore Torrisi, già parlamentare

Franco Nappi, già consigliere regionale Campania

Dario Cigliano, già consigliere comunale di Napoli

Antonino Funaro, già consigliere comunale di Napoli

Ciro Signoriello, già consigliere comunale di Napoli

Giacomo Pascale, sindaco di Lacco Ameno (Ischia)

Sabino Morano, scrittore

Prof. Sergio Barile

Prof. Luigi Branchini

Prof. Luigi Santini

Prof. Gerardo Botti

Prof.ssa Clara Guarino

Prof.ssa Pinuccia Novi

Prof. Nunzio Tricarico

Prof. Elio Fusco

Prof. Angelo Saviano

Prof. Filippo Fusco

Mauro Finocchito, giornalista, editore

Filiberto Passananti, giornalista

Laura Caico, giornalista

Avv. Gennaro Famiglietti

Avv. Salvatore Sbrizzi

Avv. Ernesto Piano

Avv. Stefano Marzatico

Avv. Enrica Paesano

Avv. Raffaele Pellegrino

Avv. Maria Pia Granese

Avv. Flavio Bournique

Avv. Riccardo Vizzino

Avv. Ileana Longobardi

Avv. Brunella Postiglione

Avv. Stefano Bouché

Avv. Angelo Tabellini

Avv. Marco Santoro

Avv. Carmine Ippolito

Avv. Francesca Romano

Avv. Fortuna Quero

Gen. Giovanni Albano

Gen. Pasquale Iovino

Nicola Di Paola, già funzionario Inps

Riccardo Riccardi, medico

Marielva Torino, medico

Bruno Grieco, imprenditore

Enzo Stabile, imprenditore

Gianluigi Ricciolio, imprenditore

Luigi Imperatore, imprenditore

Pippo Maimone, imprenditore

Mimmo Contessa, imprenditore

Mimmo Raccioppoli, imprenditore

Guglielmo Esposito, imprenditore

Francesco Viale, imprenditore

Tiziana Menna, imprenditrice

Massimo Massaccesi, assicuratore

Gianfranco Greco, assicuratore

Tommaso Maggiore, farmacista, già pres. Federfarma Campania

Carmine Santaniello, già direttore Conservatorio San Pietro a Majella

Corrado D’Ambrosio, magistrato

Principessa Marina Caracciolo di Vietri

Ing. Marco Di Stefano

Ing. Antonio Mattei, già direttore generale CIRA

Arch. Pierluigi Gallo

Dott. Pasquale Del Gaudio, dirigente Comune di Napoli

Francesco Pollice, manager

Paola Bovier, già dirigente Sovrintendenza di Napoli

Gabriella De Cicco, pensionata

Patrizia Volpicella, commerciante

Luca Lupoli, tenore

Tullio Del Matto, attore

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Amedeo LaboccettaPromotore della petizione

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