QUANDO LA STAMPA PRENDE ATTO DELLE MOSTRUOSITA' ATROCI DEL RAZZISMO VERDE


L'importanza di sempre maggiori inchieste sul fenomeno falso-ecologista speculativo
MASSIMA SOTTOSCRIZIONE E CONDIVISIONE DELLA URGENTE PETIZIONE:
Vediamo alcuni casi.
1)
MOSTRUOSO avvelenano le isole, isole Tremiti in Puglia incluse, in nome della salvezza della biodiversità, finalmente si comincia a capire l'orrore del razzismo verde e cominciano a uscire delle inchieste ben sviluppate di stigmatizzazione di questo andazzo speculativo anomalo tutto particolarmente italiano, da leggere con molta attenzione per non incappare più in questa ideologia folle del biocidio da razzismo verde da fermare sempre e ovunque. Speriamo la Natura ripristini i danni causati da questi folli, ma vanno fermati:
Estrapoliamo questo recentissimo articolo:
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Avvelenare gli invasori non protegge gli ecosistemi
Un’indagine sugli errori italiani nella tutela della biodiversità, a partire dal caso delle berte minori nelle isole del Mediterraneo.
https://www.iltascabile.com/scienze/avvelenare-invasori-non-protegge-ecosistemi/
Articolo di Lisa Signorile è biologa e divulgatrice scientifica. Scrive per National Geographic Italia, Le Scienze e altre testate a diffusione nazionale o internazionale. Ha pubblicato vari libri sull’ecologia, la fisiologia e l’evoluzione degli animali, tra cui "L’orologiaio miope" e "Il coccodrillo come fa", per i tipi di Codice.
Nel Mar Mediterraneo ci sono migliaia di piccole isole, almeno 3.000, ma qualcuno ne stima anche 10.000, in base alla definizione di isola. Molte di queste sono troppo piccole per essere abitate, ma sono preziosi luoghi di nidificazione per gli uccelli marini, tra cui soprattutto tre specie di procellarie, la berta minore mediterranea, la berta maggiore e l’uccello delle tempeste mediterraneo e altre specie rare come il marangone dal ciuffo o il gabbiano corso. Tra queste specie la più minacciata è senza dubbio la berta minore, un uccello iconico del Mediterraneo celebrata anche da Giovanni Pascoli nella sua poesia I puffini dell’Adriatico.
Sfortunatamente questi uccelli sono esposti a svariate minacce. Secondo l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN, International Union for the Conservation of Nature), per esempio, il principale fattore di rischio per la berta minore è la “morte dovuta a catture accidentali durante le attività di pesca commerciali o artigianali”. Una ricerca eseguita nelle isole francesi del Mediterraneo e a Malta dimostra che la morte accidentale dovuta all’impigliarsi nelle reti da pesca è davvero un fattore critico per la sopravvivenza di questa specie, dato che a Malta la mortalità degli adulti era massima durante la stagione non riproduttiva, quando gli uccelli sono in mare a nutrirsi, e la sopravvivenza degli adulti nei territori francesi rimaneva bassa anche dopo aver rimosso i gatti dalle isole.
Altre cause di mortalità delle berte sono costituite, sempre secondo la IUCN, dalla predazione a opera di specie invasive come ratti e gatti; dall’eccessivo prelievo di pesce durante la pesca, che depaupera i mari e lascia senza cibo gli animali che si nutrono di acciughe o altri piccoli pesci; dalla persecuzione diretta, soprattutto a Malta, dove si spara ancora alle procellarie; dal turismo crescente e dall’urbanizzazione delle coste dove gli animali nidificano; dalle luci e dai rumori notturni, che confondono gli uccelli; dall’inquinamento, soprattutto da plastica e da versamenti di petrolio in mare, incrementato dal traffico marino sempre più intenso e dagli scontri con le turbine eoliche. Anche i recenti cambiamenti climatici potrebbero costituire un pericolo a causa dell’aumento delle piogge torrentizie sulle scogliere verticali dove le berte minori nidificano. Dato che le procellarie vivono molto a lungo e hanno un basso tasso riproduttivo, gli esemplari morti vengono sostituiti dalle nuove generazioni solo molto lentamente e con difficoltà.
In Italia, fattori di rischio come le catture accidentali nelle reti da pesca, l’eccesso di prelievo di pesce, la persecuzione diretta, l’urbanizzazione delle coste sono stati completamente ignorati.
Stranamente, dato che questi fattori di rischio sono diffusi in tutto il Mediterraneo, il sito italiano della IUCN, che è in revisione al momento della pubblicazione di questo articolo, riporta come uniche minacce per le berte minori “Predazione da parte di Rattus rattus e gatto domestico. Diminuzione del pescato”. Non una parola sulle reti a strascico, sul turismo, sull’inquinamento luminoso, e ci si chiede come mai. Sembra in effetti esserci una differenza di punti di vista tra i ricercatori italiani e quelli del resto d’Europa. Sempre secondo quanto riportato dal sito della IUCN, le berte minori italiane sono in declino a causa dei predatori, prevalentemente ratti, che si nutrirebbero di uova e pulcini. Tuttavia secondo uno studio di Jean-Louis Martin e altri ricercatori francesi i ratti sono stati introdotti nelle isole del Mediterraneo dall’Asia dai romani oltre 2.000 anni fa. In tutto questo tempo, sembra inverosimile che non sia stato raggiunto un equilibrio ecologico tra prede e predatori: l’arrivo delle specie alloctone di solito porta all’estinzione in poco tempo, se non si stabiliscono equilibri, oppure si arriva a una coesistenza. Come mai i ratti sarebbero i soli responsabili del declino delle berte italiane, dopo due millenni? Stesso discorso vale per i gatti, anche loro probabilmente introdotti dai romani. Uno studio condotto da Elsa Bonnaud nel 2012 nelle isole di Hyères, in Costa Azzurra, attribuisce ai gatti presenti il declino delle berte, deducendo dai resti trovati in alcune feci l’uccisione di centinaia di esemplari. Un’attenta analisi di questo studio, tuttavia, fa emergere errori metodologici e matematici che si riflettono in stime falsate in largo eccesso.
Questo puntare su ratti e gatti come principale fattore di declino, in Italia, si riflette sulle azioni di conservazione adottate per proteggere le berte minori e gli altri uccelli mediterranei a rischio. Dal 1998 al 2024 otto progetti LIFE europei sono stati messi in atto nelle isole minori italiane, tutti concentrati sulla eradicazione dei ratti, mentre altri fattori di rischio come la cattura accidentale nelle reti da pesca, l’eccesso di prelievo di pesce, la persecuzione diretta, l’urbanizzazione delle coste sono stati completamente ignorati. I progetti hanno coinvolto le isole dell’Arcipelago Toscano, le isole Pontine e le isole Tremiti. Inoltre è ancora in corso il progetto LIFE Tetide, esteso tra Italia (Palmarola), Francia e Croazia. Nel complesso i progetti italiani con la finalità della derattizzazione sono costati ai contribuenti europei circa 14 milioni di euro, senza contare i progetti finanziati diversamente. Molti di questi si riproponevano anche di rimuovere specie vegetali alloctone, ma sulle isole di Montecristo e Giannutri il processo ha coinvolto altresì la gestione di una razza di capra introdotta in tempi preromani e strettamente imparentata con la capra selvatica, Capra aegagrus. Non tutte le derattizzazioni hanno avuto successo, e non tutte le specie alloctone sono state rimosse. Se si confrontano questi con altri progetti europei, si nota altrove una maggiore attenzione a una protezione integrata dell’ecosistema, per esempio costruendo passerelle per evitare il disturbo da parte dei turisti, la ripiantumazione di specie vegetali importanti, la riduzione delle luci costiere e anche il monitoraggio dell’impatto dei pescherecci. Il fatto che in Italia vengano approvati progetti che ignorano totalmente i fattori di rischio antropici è curioso. Ma c’è dell’altro.
Il Brodifacoum è molto tossico per gli uccelli, anche se ciascuna specie tollera una dose differente, e quindi il rischio di avvelenare proprio le specie che si vogliono proteggere è molto alto.
La rimozione dei ratti è avvenuta quasi ovunque tramite un anticoagulante di seconda generazione chiamato Brodifacoum. Questa sostanza agisce bloccando la sintesi della vitamina K, responsabile della coagulazione del sangue nei vertebrati. La morte avviene per shock emorragico a causa della perdita di sangue dagli orifizi del corpo e per emorragie gastriche. Infatti questa tossina rende i vasi sanguigni permeabili, per cui il sangue fuoriesce dai capillari. La morte tuttavia non è immediata, perché per arrivare allo shock è necessario che si accumuli nell’organismo una quantità sufficiente di tossina (variabile in base alla specie). Una volta ingerito, il Brodifacoum può permanere all’interno dell’organismo per molti mesi a livello subletale e pertanto i sintomi di avvelenamento possono comparire anche diverse settimane dopo la sua assunzione. In particolare resta intatto soprattutto nel fegato delle vittime, vive o morte, innescando un meccanismo di bioaccumulo lungo la catena alimentare. Il problema principale infatti è che questa sostanza si degrada molto lentamente negli ecosistemi, dove può rimanere per mesi o anni, a seconda delle condizioni ambientali. Una volta entrato a far parte delle reti trofiche passa da un animale all’altro, accumulandosi in particolar modo al vertice, ovvero nei predatori. Un recente studio italiano guidato da Carmela Musto dell’Università di Bologna ha individuato anticoagulanti di seconda generazione, tra cui il Brodifacoum, in 115 su 186 lupi trovati morti per varie cause, a conferma della diffusione di questi veleni in specie non bersaglio e della loro permanenza nelle catene alimentari.
Il Brodifacoum, inoltre, è molto tossico per gli uccelli, anche se ciascuna specie tollera una dose differente, e quindi il rischio di avvelenare proprio le specie che si vogliono proteggere è molto alto, soprattutto per i rapaci che si nutrono di roditori. Un caso di studio interessante è l’isola di Montecristo, dove nel 2010 è iniziato un progetto LIFE volto alla salvaguardia delle berte minori e al risanamento ambientale tramite l’eradicazione delle specie alloctone, soprattutto i ratti neri, i conigli selvatici e l’ailanto. Secondo uno studio condotto da Rosario Fico, presidente della Società italiana di scienze forensi veterinarie, “Nei mesi di gennaio e febbraio 2012 furono effettuati due lanci da elicottero sull’intera superficie dell’isola con la dispersione di circa 14.000 chilogrammi di pellets contenenti Brodifacoum (in media 10,3 kg per ettaro), a eccezione di un’area ristretta di circa 30 ettari, comprendente la zona abitata di Cala Maestra, ove il pellet era stato distribuito attraverso appositi contenitori”. In breve, l’intera isola è stata cosparsa di esche a base di veleno anticoagulante. Vista la conformazione dell’isola, un cono con pareti molto scoscese, è logico pensare che parte di queste esche siano scivolate in mare. La notizia della dispersione di pellets sull’Isola di Montecristo suscitò numerose proteste da parte di associazioni animaliste e di privati, preoccupati per la tossicità ambientale del Brodifacoum, che sfociarono in segnalazioni alla magistratura e persino interrogazioni parlamentari. Il Centro di referenza nazionale per la medicina forense veterinaria, consultato dal ministero della Salute, confermò il sospetto della persistente tossicità ambientale del Brodifacoum; essendo stato violato l’art. 6 dell’ordinanza ministeriale in vigore, lo stesso ministero passò il fascicolo alla magistratura per provvedimenti sanzionatori nei confronti dei responsabili del progetto.
La pericolosità del Brodifacoum su specie non-target è nota da decenni, ci si chiede allora come mai si continui a voler agire con queste modalità, concentrandosi inoltre solo sull’eliminazione dei ratti invece che su un generale risanamento ambientale.
Sul lungo termine, tuttavia, il progetto di derattizzazione di Montecristo ha effettivamente aiutato le berte minori? La verità è che non si sa, perché i dati disponibili sono insufficienti. Sempre secondo lo studio di Rosario Fico, prima dell’operazione di derattizzazione, nel 2010, su Montecristo erano state stimate 400-750 coppie nidificanti. Non ci sono dati di censimenti successivi alla derattizzazione, ad eccezione di una tabella del 2016 a firma Capizzi et al. che stima la popolazione complessiva delle isole di Montecristo e Molara a 500-600 coppie, quindi non sembrerebbe esserci variazione. Quel che è certo è che si continuano a registrare morie di berte minori sulle coste, probabilmente ascrivibili ai pescherecci, o ad alghe tossiche, ma non ai ratti. Ci si chiede tuttavia come mai non ci siano dati a lungo o a breve termine per determinare l’efficacia di queste operazioni di derattizzazione, costose ed ecologicamente poco sostenibili. L’unico dato sicuro è che la specie rimane “vulnerabile” secondo i criteri della IUCN.
Se sulle berte non abbiamo dati, ne abbiamo tuttavia per altre specie, per esempio sul gabbiano reale, sempre a Montecristo. Nel 2010, prima degli interventi descritti, se ne censivano 1800 coppie nidificanti, diventate 1000 nel 2011, 600 nel 2012 e, dopo la dispersione aerea di pellets con Brodifacoum, rimanevano solo 300 coppie. Sembra quindi che il declino di questa specie non sia stato fermato dall’eliminazione dei ratti ma sia da ascriversi ad altre cause non chiarite. Dopo l’intervento di eradicazione, inoltre, sono scomparse le due coppie di corvo imperiale precedentemente censite. Sugli organismi marini abbiamo pochi dati, ma lo spiaggiamento di massa di 122 delfini, avvenuto circa un anno dopo lo spargimento di tossine a Montecristo, è compatibile con una intossicazione subletale da Brodifacoum. Purtroppo, ancora una volta, mancano dati certi in quanto gli esami tossicologici effettuati sui delfini non includevano la ricerca di anticoagulanti nei tessuti. “Tuttavia” dice Rosario Fico “sui cetacei dove è stato possibile effettuare gli esami istopatologici, è stata diagnosticata un’infiammazione cronica di molti organi, una compromissione del sistema immunitario associata ad un’eccezionale carica parassitaria nonché uno shock settico causato da una inconsueta presenza di patogeni”. Questi sintomi sono stati attribuiti al virus del morbillo dei cetacei e a residui di pesticidi, ma sarebbe stato interessante, dato il meccanismo di azione degli anticoagulanti di seconda generazione, ricercare anche la presenza del Brodifacoum. Dato che la pericolosità del Brodifacoum su specie non-target è nota da decenni, ci si chiede come mai si continui a voler agire con queste modalità, concentrandosi inoltre solo sull’eliminazione dei ratti invece che su un generale risanamento ambientale che limiti i disturbi antropici.
Se davvero si vuole proteggere la specie, è allarmante che non ci siano interventi mirati a ridurre il principale fattore di rischio, ovvero le onnipresenti reti da pesca.
Pochi mesi dopo l’intervento con gli anticoagulanti, mi sono trovata a fare una gita in barca alle isole Tremiti. Come turista, ho trovato piuttosto disturbante vedere i corpi intatti di diversi gabbiani reali morti in acqua. I decessi sono stati attribuiti al Brodifacoum dai veterinari a cui ho mostrato le foto. D’altro canto, malgrado i divieti, ho anche notato un pesante disturbo umano da parte di turisti che entravano nelle grotte che ospitano i siti di nidificazione delle berte minori. Le pareti di queste isole, inoltre, sono pressoché verticali, ed è difficile immaginare che un gatto o un ratto possa arrivare agli inaccessibili nidi degli uccelli marini.
Alla luce di ciò risulta chiaro che problematiche come quelle affrontare richiedono risposte articolate, e spargere veleno non sembra essere quella giusta. Ma quanto descritto lascia anche altri interrogativi, a partire dalle motivazioni che spingono l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) a non monitorare con censimenti ad hoc la densità delle specie target e non target prima e dopo l’intervento. Se questi censimenti vengono invece effettuati, ci si aspetterebbe la pubblicazione dei risultati, in modo che anche il pubblico possa capire se questi interventi siano efficaci o se, come Rosario Fico e molti altri pensano, siano al contrario nocivi per l’ecosistema che si sta cercando di proteggere. Se davvero si vuole proteggere la specie, è allarmante che non ci siano interventi mirati a ridurre il principale fattore di rischio, ovvero le onnipresenti reti da pesca. E non da ultimo, una seria questione di salute pubblica: se i lupi si intossicano con gli anticoagulanti, quante probabilità abbiamo noi umani di intossicarci a nostra volta, mangiando pesce contaminato con il Brodifacoum?
Cittadini e appassionati di conservazione meriterebbero delle risposte a questi interrogativi. D’altro canto, altri interventi di risanamento sono possibili, come ci mostrano gli altri Paesi europei, ma richiedono il coinvolgimento della politica e azioni di lobby per ridurre l’impatto della pesca e la distruzione dell’ambiente costiero. Sfortunatamente queste azioni sono invise ad alcune categorie e di conseguenza alla politica, perché l’ennesimo hotel sulla costiera ligure offre un vantaggio più immediato di un nido di berte. La ricerca è un fattore chiave per trovare fattori che mitighino il declino delle specie a rischio, ma è necessario anche il coinvolgimento dei cittadini, che dovrebbero essere educati a pensare all’estinzione di una specie come a un evento drammatico e non come a una ossessione da animalisti. Sarebbe inoltre strategicamente importante la trasparenza sui metodi usati e sui risultati ottenuti, per ottenere il giusto equilibrio che protegga sia gli uccelli a rischio e i loro ecosistemi, sia gli interessi della popolazione umana.
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2)
Un articolo dell' 11 gennaio 2019 dal titolo: "QUELLO STRANO PARCO NAZIONALE CHE MASSACRA LA PROPRIA FAUNA - Ci riferiamo al Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano"
https://www.italiauomoambiente.it/?p=375259
Hanno demonizzato i meravigliosi Mufloni come "mangiafoglie" per dirli dannosi per la conservazione della flora ... dopo decenni e decenni di loro presenza nei territori e quindi di raggiunto ormai equilibrio ecosistemico!
Vedi anche il video del 23 maggio 2023: "No all’abbattimento dei mufloni del Giglio. Conferenza dei biologi nella giornata della Biodiversità" https://www.youtube.com/watch?v=7tU51jNn50g
Vedi anche il seguente video:
https://www.youtube.com/watch?v=_q9GKMT7hZo
Vedi per approfondire questo articolo del 30 luglio 2022 dal titolo "Mufloni del Giglio: studio scientifico rivela un DNA ancestrale, altrove perduto" https://www.giglionews.it/mufloni-del-giglio-studio-scientifico-rivela-un-dna-ancestrale-altrove-perduto
Uno studio scientifico indipendente condotto sulla genetica dei mufloni dell’Isola del Giglio intitolato “Islands as Time Capsules for Genetic Conservation: The Case of the Giglio Island Mouflon”, ovvero “Le isole come capsule temporali per la conservazione della diversità genetica: Il caso del muflone dell'Isola del Giglio” è stato recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Diversity (https://www.mdpi.com/1424-2818/14/8/609).
I risultati del lavoro con caratterizzazione genetica del muflone del Giglio attraverso l'indagine di marcatori mitocondriali e nucleari rivelano che i mufloni presenti al Giglio sono molto probabilmente una popolazione relitta altrove estinta. Gli scienziati concludono che i mufloni del Giglio hanno un'alta priorità di conservazione e non devono essere eradicati come invece vuole fare l'ente parco con progetti speculativi mistificatori detti LIFE che in inglese vuol dire vita, ma piuttosto salvaguardati in quanto elemento unico di Biodiversità.
Invertiamo allora completamente il paradigma con questa richiesta:
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NEL PARCO OTRANTO-SANTA MARIA DI LEUCA SIANO INTRODOTTI MUFLONI E CAPRE SELVATICHE EGAGRO!
Spero in un impegno in tal senso degli enti preposti e delle masseria didattiche, nonché della ATC.
Dei nuclei pascolanti liberi fertili per valutare lo sviluppo di un equilibrio dinamico con i lupi tornati nelle aree del parco, così anche da fornire loro un potenziale autorigenerante di prede selvatiche, per ridurre in tal modo gli attacchi dei lupi ai capi di bestiame domestico, ma anche per dare un respiro mediterraneo maggiore al parco ubicato nel cuore del bacino del Mediterraneo con l'aggiunta di questa biodiversità mediterranea in cui echeggiano antiche diffusioni neolitiche dei progenitori di capre (l'egagro) e pecore (il muflone).
Già alta è la presenza di ovicaprini nel parco da attività pastorale, per cui non si dirà ora che sia insostenibile l'impatto di pochi mufloni e capre selvatiche, non sarebbe ammissibile. Inoltre la conclamata presenza del lupo come predatore assicura l'impossibilità di una eccessiva crescita demografica di questi erbivori.
Nel mentre i gregge domestici vanno difesi da cani pastore del tipo maremmano-abruzzese fertili non castrati naturalmente e protetti da "vraccale" (tradizionale collare di metallo con spuntoni di metallo contro il morso al collo tentato dai lupi nei conflitti).
Il ritorno turistico sarebbe altissimo del resto a seguito della possibilità di ammirare mufloni ed egagri in libertà.
Sulle strade adeguata segnaletica per attraversamento possibile di fauna selvatica e domestica porterebbe ad una maggiore moderazione della velocità dei veicoli a motore per la maggiore sicurezza di tutti.
Inoltre quei segnali darebbero un alto fascino al territorio del parco animando nei visitatori la curiosità e la speranza di imbattersi negli animali selvatici per una foto a distanza.
Ora il parco, dobbiamo ammettere con tristezza, è un quasi biodeserto per quanto riguarda i grandi mammiferi selvatici, così non era in passato come raccontano i cospicui e variegati resti archeologici nelle sue grotte persino con dipinti ed incisioni e più in generale i suoi giacimenti archeologici e paleontologici.
I Mufloni vivono oggi in Sardegna, Corsica e isole toscane, nonché altrove in Italia, Gargano incluso in Puglia; dalle isole toscane piani dissennati di falsa ecologia stanno procedendo con ogni scusa ad abbattimenti che stanno riducendo assai il potenziale turistico-naturalistico di quei luoghi.
Si potrebbero chiedere capi fertili da quei luoghi o da riserve di caccia in Europa dove la specie è stata meritoriamente diffusa e dove magari in assenza di predatori selvatici è localmente in sovrannumero.
La Capra selvatica (egagro) vive ancora a Creta dove è chiamata kri-kri, in Armenia dove è appellata bezoar; sull'Isola di Montecristo in Toscana da capre domestiche di vetusto inselvatichimento si è tornati per selezione naturale alla forma ancestrale dell'egagro.
All'egagro erano prossime del resto le prime capre giunte in tempi neolitici-protostorici in sud Italia.
Dalle Capre di Montecristo un nucleo riproduttivo è stato traslato nel bioparco di Roma, altro ente che si potrebbe coinvolgere per reperire dei capi per le introduzioni in Salento.
Il becco, caprone, ritratto nel mosaico medioevale pavimentale della Cattedrale di Otranto ben ci ricorda proprio l'egagro.
Le rupi costiere del parco ben si confanno agli habitat più graditi a queste due specie.
Chiaramente è solo un inizio, altre specie selvatiche devono essere reintrodotte in Salento come daini, caprioli, cervi, diffusi maggiormente i cinghiali, linci, galline prataiole, grandi otarde, occhioni, conigli selvatici, lepri, coturnici, starne, fagiani, francolini neri, re di quaglie, ecc., ecc.
I parchi li abbiamo istituiti per una naturalizzazione e rinaturalizzazione attiva da parte degli enti di gestione, anche con rimboschimenti e reintroduzione di specie scomparse anche botanicamente parlando, non per fare dipingere con margheritine stilizzate i cassonetti della spazzatura ai bambini, né tantomeno per aggredire le importanti specie esotiche naturalizzate che son anche esse ricchezza di biovarietà, né per intralciare la zootecnia bucolica che ha salvato tante suggestioni e specie pleistoceniche [come l'uro solo ad esempio, il toro selvatico europeo che viveva in Salento, nella forma oggi della domestica mucca podolica pugliese allevata purtroppo oggi solo in pochissime masserie in provincia di Lecce. Presenza più diffusa nel recente passato agricolo.
Così anche le Bufale mediterranee allevate nel recente passato a pascolo brado nelle paludi di Ugento e Alimini, oggi purtroppo non più, ci ricordano dei Bufali che vivevano selvatici in Europa in tempi pleistocenici nelle nicchie ecologiche loro confacenti sempre in aree paludose.
Persino negli allevamenti sperimentali di Struzzi oggi possiamo vedere un richiamo agli Stuzzi che nel Pleistocene vivevano in Europa, specie assai prossime.
Così anche negli equini domestici autoctoni di Terra d'Otranto, il Cavallo murgese e l'Asino di Martina, pur nella distanza genetica, possiamo vedere un rioccupare comunque nel territorio a pascolo brado da parte loro quelle nicchie ecologiche che nel Pleistocene erano occupate in Puglia da Cavalli selvatici e dagli Onagri asini selvatici detti idruntini].
La antica Masseria Caprara nell'entroterra immediato di Capo d'Otranto, con il suo toponimo, con i suoi "jazzi" ("ncurtaturi” o “curtali" detti anche), recinti in pietra a secco per il ricovero della capre ed altri animali, con le sue grandi cisterne, ci ricorda come fosse florido nel territorio oggi del parco l'allevamento non solo ovino ma anche proprio quello caprino.
Fasti da recuperare non solo tornando ad allevare capre e pecore delle varie razze del sud Italia (capre ioniche, garganiche, girgentane, ecc.; pecore moscia leccese), ma anche con la presenza nel paesaggio liberi dei progenitori ancestrali di ovini e caprini!
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Un'inversione di paradigma per anticipare e spiazzare le mosse della Falsa ecologia!
Così ad esempio intorno al borgo di Cocumola in Salento vi sono strade panoramiche bordate da Pini ad ombrello monumentali oggetto di dissidi tra forze falso-green che vorrebbero tagliarli con varie scuse e forze di buon ambientalismo che mirano a tutelarli, ecco, non basta la tutela, ma bisogna contrattaccare!
Come?
Piantando giovani alberi della medesima specie nei tratti e nei punti di quelle alberature stradali dove oggi mancavo per varie motivi quegli alberi!
3)
Andrebbe totalmente vietato il veleno erbicida glifosato, guardate qui che orrore che abominio che hanno combinato in Puglia con la scusa del povero Ailanto demonizzato come pianta killer che assolutamente non è, o addirittura come albero "puzzone", tutti tentativi per denigrare quella pianta che giustamente invece veniva chiamata anche pensate un po' "Albero del paradiso"!
Vediamo questo articolo di denuncia del 18 agosto 2016: https://www.google.com/amp/s/www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/793664/parco-guerra-a-pianta-killer-l-erbicida-avvelena-la-murgia.amp
dal titolo
Parco, guerra alla pianta killer «L'erbicida avvelena la Murgia»
Dentro potete leggere il livello becero di falsità strumentali con cui si attacca l'Ailanto per dirlo un killer, quando è invece una pianta che si limita a fare riverdeggiare rapidamente e naturalizzare siti ruderali e lo fa a GRATIS!
Invece tanta mistificazione per tanta speculazione falso-green!
Per fortuna durante una passeggiata in Alta Murgia mesi fa ho notato che è tutta una speculazione e grazie a Dio l'albero è ancora presente, ma chissà quanti soldi pubblici per questi avvelenamenti!