Permesso di soggiorno speciale per avvenuta integrazione

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Le migrazioni fanno parte del nostro tempo e, che piaccia o meno, continueranno ad esserci.
Tanti ragazzi arrivano in Italia e fanno richiesta di riconoscimento della protezione internazionale.

Dal punto di vista giuridico, è normale che non tutte le persone che arrivano in Italia abbiano diritto ad ottenere lo status di rifugiato, la protezione sussidiaria oppure il permesso di soggiorno per "casi speciali", il quale va a sostituire i famosi "motivi umanitari".

Ma non è possibile rimanere indifferenti e ciechi di fronte a persone che, nonostante la legge non permetta loro di ottenere una qualche forma di protezione, abbiano compiuto un buon percorso di integrazione: imparando la lingua, svolgendo attività di volontariato, trovando un lavoro e partecipando attivamente alla vita della comunità ospitante.

Si parla sempre di integrazione ed è paradossale che, nel caso in cui quest'ultima venga portata a termine, non venga concesso alcun documento.

Per questo sarebbe auspicabile integrare la normativa vigente con un permesso di soggiorno speciale per avvenuta integrazione.

Che senso ha lasciare irregolari sul territorio persone che non avrebbero alcuna difficoltà a provvedere autonomamente al loro sostentamento e che non hanno alcuna intenzione di vivere di espedienti?

È importante capire che la regolarizzazione di questi ragazzi porterebbe vantaggi non sono al singolo soggetto, che si vedrebbe riconoscere un permesso di soggiorno, ma all'intera comunità, soprattutto in termini di sicurezza e legalità.

Pensateci: un premesso di soggiorno è fondamentale per stipulare un contratto di lavoro, per affittare un appartamento, per poter accedere al servizio sanitario e, soprattutto, per poter avere diritti e doveri.

In questi giorni si sta tanto parlando di Jerry, il ragazzo nigeriano morto suicida perché, a metà dicembre, si è visto negare il riconoscimento della protezione internazionale.
Jerry era laureato, parlava l'italiano, aveva svolto attività di volontariato e lavorative.
Non sta a noi giudicare se la Commissione Territoriale competente abbia fatto bene o meno a negargli lo status: non conoscendo la storia personale e migratoria di Jerry, ogni supposizione sarebbe inutile e superflua.

Questa triste vicenda, purtroppo, non è un caso isolato: tutto questo è già successo e, di questo passo, potrebbe accadere ancora.

Chiediamo, quindi, la possibilità di integrare la normativa vigente con quanto detto sopra, verificando preventivamente il livello di integrazione della persona attraverso una serie di strumenti quali, ad esempio, test di lingua, la presenza di un contatto di lavoro e la disponibilità di un alloggio.