SE NON HO ANTICORPI VACCINAMI! SE HO ANTICORPI GREEN PASS ILLIMITATO! Prof C. Giorlandino

SE NON HO ANTICORPI VACCINAMI! SE HO ANTICORPI GREEN PASS ILLIMITATO! Prof C. Giorlandino

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Le petizioni con più di 5000 firme hanno il 50% di probabilità in più di raggiungere la vittoria!
claudio giorlandino ha lanciato questa petizione e l'ha diretta a Roberto Speranza (Ministro della Salute) e a

SE NON HO ANTICORPI VACCINAMI! SE HO ANTICORPI GREEN PASS ILLIMITATO!
Claudio Giorlandino Direttore Scientifico del Centro di Ricerca Clinico Diagnostica Altamedica di Roma e Milano lancia una raccolta firma per ottenere Green Pass non su basi burocratiche, a seguito della mera epoca di vaccinazione o di avvenuta guarigione, ma su elementi diagnostici oggettivi sulla propria risposta immunitaria: dosaggio degli anticorpi ed eventualmente sulla ricerca dei linfociti di memoria.

Vaccinarsi è un dovere!
Liberare chi è immune è un diritto.

Si discute molto sulla durata dell'immunizzazione nelle persone che sono state vaccinate contro Sars-CoV-2 e in quelle che invece hanno ottenuto un'immunità naturale avendo contratto il virus. 

Che esista una certa differenza tra chi ha contratto il virus (si ritiene lunghissima o addirittura permanente) e quella, più limitata, di chi sia stato vaccinato è una ipotesi piuttosto diffusa nella comunità scientifica.

Alcuni sparuti ricercatori inglesi, pur ammettendo che anche per i vaccinati, come per chi ha contratto il virus, esista oltre agli anticorpi dosabili una memoria immunologica a lunghissimo tempo conservata nei “linfociti B e T della memoria”, ritengono che i primi siano meno protetti e per minor tempo. Tale minore protezione “sembrerebbe” in parte dimostrata dal fatto che, analizzando campioni ematici di 605 persone tra i 50 e i 70 anni, che avevano completato la vaccinazione con Pfizer o Astrazeneca, notavano che fra le tre e le sei settimane dopo la seconda dose il livello degli anticorpi iniziava a scendere, ed era decisamente più basso dopo 10 settimane, passando da 7.500 unità per millilitro a 3.320 per Pfizer, e da 1.200 a 190 per Astrazeneca. Va detto che questo non significherebbe nulla, giacché sappiamo bene che gli anticorpi scendono in tutti avendo una emivita breve, se non si osservasse, purtroppo che in Inghilterra su 117 nuovi decessi 50 avevano ricevuto la doppia dose e che in Israele si calcola che il vaccino copra solo il 64% di chi l’ha ricevuto.

Sul fatto che, invece, su coloro che hanno contratto e superato l’infezione, la immunità naturale sia lunghissima e, in ipotesi, perduri tutta la vita, vi è, in genere, diffuso consenso nella letteratura internazionale.

In una nostra amplissima metanalisi, in pubblicazione sul prestigioso J. of Acta Virologica (Vol. 65, N. 4; 2021) dal titolo Natural immune response and protection from SARS-CoV-2 reinfection, si documentava con chiarezza che coloro che sono stati infettati e guariti sono immuni probabilmente tutta la vita senza bisogno di vaccini o richiami.

ATTENZIONE: va detto che chi ha contratto il virus, può comunque essere contagiato nuovamente se, per accidente, viene a strettissimo contatto con un malato fortemente infettivo, ma tale contagio provoca, nella quasi totalità dei casi assenza di ogni sintomo e, in una minoranza di questi, solo lievissimi disturbi. Costoro poi, va affermato che certamente non saranno contagiosi così come dimostrato dal più ampio studio casistico sugli asintomatici pubblicato su Nature (44).

La pratica laboratoristica è piena di segnalazioni di casi dove, soggetti guariti, registrano, saltuariamente e senza alcun sintomo, una improvvisa impennata dei loro anticorpi appunto, si ritiene, a seguito di un nuovo inavvertito contatto con un soggetto infetto. Ciò è dovuto alla nuova interazione con l’antigene infettivo che, venuto a contatto con i linfociti B circolanti che svolgono funzione di Antigen Presenting Cell informano i linfociti di memoria trasformandoli in plasmacellule che liberano, immediatamente, raffinati anticorpi specifici (IgG) nel circolo.

Come si deve agire pertanto?

Semplice, la più recente ed accreditata letteratura, internazionalmente accettata, dimostra che il più importante indicatore di immunità è lo studio sierologico del soggetto.

Dall’analisi pubblicata su JAMA (45) fino a quando vi sono anticorpi circolanti il virus non può determinare malattia, anche indipendentemente dal valore degli anticorpi circolanti rilevati!

Vaccinare è un imperativo! Ma chi è immune, soprattutto se “naturalmente immune” a seguito di una infezione superata deve essere liberato da tutti gli obblighi e dalle inutili e seppur raramente pericolose vaccinazioni. Costoro  guidati sempre dal buon senso saranno comunque tenuti a seguire le opportune pratiche di protezione e limitarsi al monitoraggio sierologico della positività dei propri anticorpi e, meglio, della valutazione dei propri Linfociti di memoria.

A tal fine, di seguito si vuole dimostrare e meglio specificare il perché ciò avvenga.

Il nuovo Coronavirus (SARS-CoV-2) e la malattia associata denominata COVID-19 continua a diffondersi in tutto il mondo, avendo sicuramente contagiato, ad oggi ben oltre i 140 milioni di soggetti verificati. La scelta di contenere l’infezione mediante la vaccinazione riduce l’immunità di gregge che alcuni autori, come recentemente pubblicato da Jennie S. Lavine sul numero di gennaio di Science Research, ritengono di maggiore durata ed efficacia, ma che porterebbe ad un numero molto alto di vittime come fu per la “spagnola” o l’asiatica”.
Ci sono però importanti domande alle quali è necessario rispondere urgentemente: le persone che sono guarite da COVID-19 sono protette dalla futura infezione da SARS-CoV-2? La durata della risposta immunitaria? la vaccinazione è ancora necessaria o può essere pericolosa per individui precedentemente infettati? Sulla base delle attuali evidenze scientifiche acquisite rivisitando tutta la letteratura, appare evidente quanto segue.
E’ noto che, per alcuni virus, la prima infezione può fornire un'immunità permanente. Molti virus a RNA, come il morbillo e i poliovirus, mostrano stabilità antigenica e sierotipi immutabili per periodi di molti anni. Di conseguenza, i vaccini contro il morbillo e la poliomielite rimangono altamente efficaci anche 70 anni dopo la loro inoculazione.
Ad oggi, se paragonati all’enorme numero di contagiati, sono stati segnalati in tutto il mondo così pochi casi di reinfezione da COVID-19 da potersi ritenere che tali segnalazioni siano “aneddotiche” e specialmente concentrate negli operatori sanitari che sono riesposti al virus molto intensamente (1-4).
Un recente studio di coorte (5) ha dimostrato che l'acquisizione dell’immunità naturale protegge la maggior parte delle persone dalla reinfezione per tutto il tempo dello studio. È opinione di alcuni esperti che, nei suddetti casi, la protezione non possa essere raggiunta per la presenza di rari deficit immunologici non ancora scoperti (6).
Esperimenti su scimmie e macachi rhesus con applicazione tracheale di SARS-CoV-2, hanno dimostrato che l'esposizione primaria al virus protegge completamente dalla reinfezione (7,8). Questo avviene per la comparsa, nei polmoni, di abbondanti cellule linfocitiche “di memoria” T CD4 +, cellule T CD8 +, cellule B e con titoli anticorpali IgG anti-spike sierici aumentati fino a 5000 BAU/ml.
Tale meccanismo può essere lo stesso per gli umani. La protezione dalla reinfezione da SARS-CoV-2 nell'uomo è stata definita per la prima volta dallo studio condotto da Addetia, A. in un recente articolo in cui hanno mostrato che tutti gli individui che avevano anticorpi neutralizzanti contro il SARS-CoV-2 erano protetti dalla reinfezione (9). In questo studio sono stati inclusi un totale di 1265 operatori sanitari risultati sieropositivi agli anticorpi diretti verso la proteina spike del virus SARS-CoV-2.
In tale gruppo non si sono osservate reinfezioni ad eccezione di solo due operatori sanitari asintomatici. La durata della protezione per la maggior parte delle persone era di almeno 6 mesi. Tale limite temporale dipendeva dal fatto che lo stesso studio non andava oltre tale periodo (10). Sempre per quanto riguarda la durata della risposta anticorpale Wajnberg, A. (11) ha rilevato titoli anticorpali anti-spike in 30.082 individui sieropositivi, costatando che tali valori rimanevano stabili, per almeno tutto il periodo di osservazione (> 5 mesi) (11).
Quindi, quanto realmente duri l’immunità al virus SARS-CoV-2, sia quella scatenata dall’incontro con il virus stesso sia quella indotta da un vaccino, in realtà, non è ancora possibile saperlo. Ma a tal proposito vi sono alcuni punti fermi che iniziano ad emergere. In particolare quello che sappiamo dai precedenti studi relativi ai comuni coronavirus umani è che gli anticorpi possono durare per anni e fornire quindi una protezione dalla reinfezione o, in caso di reinfezione, impedire la malattia conclamata (12). Inoltre, è stato scoperto che il trasferimento del siero da animali convalescenti o di anticorpi monoclonali neutralizzanti ad animali naïve può essere protettivo e ridurre significativamente la replicazione del virus SARS-CoV-2 anche dopo lungo tempo (13).
Analoghe risposte sull’uomo sono allo studio. D’altra parte non si può ignorare che moltissimi lavori scientifici abbiano dimostrato come la risposta immunitaria diretta contro il virus SARS-CoV-2 sia di lunga durata (14,15,16,17). A causa della brevità della recente pandemia (12 mesi) quello che sappiamo sull'immunità SARS-CoV-2 è basato in gran parte su analogia con il virus SARS-CoV, ed integrato con studi più recenti su pazienti infetti e guariti dall'infezione da SARS-CoV-2 (18). Analogamente all'infezione da SARS-CoV, i principali bersagli anticorpali sono le proteine spike ed il nucleocapside (NCP) (19-23). Di fondamentale importanza è comprendere che mentre la maggioranza dei vaccini è diretta solo contro la proteina Spike che è soggetta a “varianti”, i soggetti infettati presentano spiccata attività panimmunoglobulinica orientata anche contro il capside, che rimane più stabile nel virus.
Gli anticorpi contro il nucleocapside, fortemente antigenico, sono infatti rilevabili molto presto, già dopo circa 6 giorni dalla conferma dell'avvenuta infezione (24,25). Inoltre, sono stati caratterizzati i linfociti T di memoria specifici per SARS-CoV-2, ed i linfociti B di memoria (B mem) identificati durante la fase di convalescenza di pazienti che avevano contratto il COVD-19 (22-24). Queste cellule di memoria sono programmate per rispondere rapidamente al successivo incontro con il virus presentato alle “librerie” dalle cellule preposte (APC).
E’ esperienza nel nostro Istituto che sanitari precedentemente contagiati e guariti vedano, talvolta, una improvvisa risalita delle IgG senza mostrare positività al tampone molecolare come per nuovo contatto in ambiente ospedaliero che funge da “richiamo” (dati in pubblicazione). E’ ragionevole ipotizzare pertanto che le cellule di memoria forniscano un'immunità durevole nel tempo, non potendosi escludere che in molti soggetti sia presente per tutta la vita (4-25). Da segnalare infatti che gli studi sulla memoria immunitaria le cellule di memoria T sono state rilevate anche 17 anni dopo l'avvenuta infezione da SARS-CoV (29). Alcuni studi riscontrano cellule B della memoria fino a 6 anni (30), ed altri rilevano anticorpi fino a 17 anni dopo aver contratto il virus (31). I soggetti che hanno contratto la MERS (Middle East respiratory syndrome) causata dal coronavirus MERS-CoV, benchè siano stati studiati meno in dettaglio rispetto alla SARS-COV presentavano anticorpi IgG anche 2 anni dopo l’infezione, mentre le cellule di memoria T persistevano anche oltre i 2 anni (32).
E’ pertanto ipotizzabile che anche il SARS-CoV-2 induce una valida memoria immunitaria, simile a quella indotta dagli altri coronavirus. Sono attualmente disponibili studi limitati nel tempo ma certamente è dimostrato che la presenza dei linfociti T e B di memoria vada ben oltre i 6 mesi dall'infezione (35,36).
È comunque possibile, ma non certo, che il decadimento dei linfociti T di memoria rallenti nel tempo, ma non scompaia del tutto, il che sarebbe coerente con l'osservazione dei linfociti T di memoria riscontrati anche dopo 17 anni dall'infezione con il virus SARS-CoV (29). Nei prossimi mesi sono attesi molti più dati sulla memoria immunitaria scatenata dal virus, ma i dati finora indicano che è probabile che la memoria delle cellule T, la memoria delle cellule B e gli anticorpi “riattivati” da un successivo contatto, persisteranno per anni nella maggior parte delle persone infette da SARS-CoV-2 (36, 37,11,35).
Le varianti genetiche del virus SARS-CoV-2 sono un argomento di intenso interesse. Non è ancora completamente chiaro se le diverse varianti del SARS-CoV-2 saranno in grado di sfuggire alle risposte immunitarie umorali acquisite dopo la vaccinazione o dopo l’infezione con il virus appartenente ad una classe diversa. Sebbene la fattispecie non sia chiara, è altamente improbabile che le mutazioni del virus SARS-CoV-2 sfuggano all'immunità dei linfociti T nei soggetti infettati, perché esiste una gamma molto ampia di epitopi (più di 10) distribuiti per tutto il genoma capsidico virale che è riconosciuta dalle cellule T CD4 + e dalle cellule T CD8 + (38). Ciò rende difficile ipotizzare che gli anticorpi contro il nucleocapside posseduti solo dai soggetti precedentemente infettati, non ne riconoscano almeno taluni anche nelle più diverse varianti.
Pertanto, sebbene sia importante monitorare l'evoluzione del SARS-CoV-2 e le sue varianti, è improbabile che il virus sia in grado di evolvere in varianti che sfuggano ed evitino la maggior parte della memoria immunitaria umorale e cellulare acquisita nei soggetti che abbiano contratto e superato l’infezione da SARS-CoV-2.
Per quanto riguarda i vaccinati, nonostante vi siano alcune prove che dimostrino che le varianti di SARS-CoV-2 possano eludere le risposte immunitarie innescate da vaccini, questi studi hanno esaminato solo un piccolo numero di soggetti che hanno contratto il COVID-19 dopo aver ricevuto un vaccino, e comunque tali studi (41) presentano il bias di aver esaminato solo gli anticorpi, e non gli altri componenti della loro risposta immunitaria per cui, ad oggi, non sono realmente informativi sul reale effetto di queste varianti sui vaccinati.
Infine, per quanto riguarda la vaccinazione di persone che hanno contratto già in precedenza la malattia da COVID-19 un recente articolo confronta le risposte anticorpali in 109 individui con e senza pregressa infezione da SARS-CoV-2 (41 sieropositivi vs 68 sieronegativi) dopo aver ricevuto la prima dose di vaccino (BNT162b2/Pfizer; mRNA-1273/Moderna) nel 2020. Campionamenti ripetuti dopo la prima dose indicano che la maggior parte dei 68 individui sieronegativi presentano delle risposte relativamente basse entro 9-12 giorni dalla vaccinazione. Al contrario, i 41 sieropositivi per pregressa infezione sviluppano rapidamente titoli anticorpali alti e uniformi entro 5-8 giorni dalla vaccinazione.
Gli autori, benché tali valori fossero molto elevati, con titoli anticorpali 10-20 volte superiore ai 68 sieronegativi, non hanno rilevato comparsa di sintomi da malattia da immunocomplessi come infiammazione, trombosi e danno tissutale (42). Va però osservato che il numero dei soggetti trattati ed il tempo intercorso è troppo breve per escludere completamente tale possibilità che può presentarsi in risposte anticorpali così eccessive che implicano una forte interazione con il sistema del complemento e con le cellule che esprimono il recettore cristallizzabile Fc degli anticorpi (43).
In conclusione comprendere la durata della memoria immunitaria e dell'immunità protettiva da SARS-CoV-2 dopo COVID-19 ed in risposta al vaccino sono una priorità assoluta della comunità scientifica nei mesi/anni a venire.

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