PETIZIONE CHIUSA

RIPRISTINARE LE ORE DI INSEGNAMENTO DEL LATINO E DELLA FILOSOFIA

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Il latino è una lingua meravigliosa e perfetta. Simmetrica e ordinata secondo un mirabile e coerente sistema di regole, degne di servire da modello ineguagliabile di chiarezza linguistica e di perfezione geometrica.

Studiare e comprendere questa lingua è un esercizio di nobilitante finezza che eleva la qualità culturale degli alunni e modella la loro formazione educativa secondo il vasto retaggio dei valori umanistici ereditati dalla grandezza delle lettere latine.

Ricordiamo che la parola humanitas rinvia all’educazione dell’uomo inteso come tale. Pertanto, le discipline umanistiche come il latino formano l’uomo perché sono proprie di lui soltanto, gli appartengono in modo esclusivo e precipuo, lo distinguono, lo innalzano e lo differenziano dalla specie animale.

Se questo non bastasse, aggiungiamo che la fatica e la riflessione che guidano e ispirano il processo di comprensione di un testo latino sono illuminanti per le facoltà intellettuali. Lo studente di latino, sollecitato a cogliere i nessi logici di cui la struttura della lingua è intessuta, cresce in acutezza. Acquisisce l’abito all’interpretazione e al ragionamento che può rivelarsi prezioso e risolutivo anche in altre discipline tecniche e, in generale, in molti contesti in cui è necessario chiarire aspetti oscuri di una questione o di un problema.

Queste sono solo alcune delle innumerevoli ragioni per cui lo studio del latino deve essere, prima di tutto, restituito alle ore di insegnamento che gli sono state strappate. Quindi, deve essere incoraggiato, potenziato ed esteso -con opportune differenze- a tutte le scuole secondarie di II grado, non senza auspicare che gli alunni ricevano le nozioni fondamentali della disciplina sin dall’ultimo anno delle scuole di I grado (secondo un buon costume didattico già in uso).

Contrariamente a quanto alcuni ritengono, il latino non è una lingua morta. In quanto lingua madre e materna, non è soggetta alla morte; infatti, il latino è immortalato, vivificato e perpetuato ogni giorno nell’uso vivo di milioni di parlanti non solo delle lingue romanze ma anche di quelle che si sono svolte nelle regioni meno latinizzate dell’impero romano. Per esempio, molti termini dell’inglese, che tanto amiamo scimmiottare, non esisterebbero senza il latino.

A tal proposito richiamiamo un esempio memorabile: nel 2002 il nostro grande Presidente Carlo Azeglio Ciampi, forte della sua solida formazione umanistica, ricordò ai giornalisti l’origine latina di un anglicismo alla moda, devolution, dichiarando con fierezza che devoluzione è una parola “nostra”, che gli inglesi hanno mutuato da noi e non noi da loro (è infatti originata dal latino devolutio, derivata a sua volta da devolvĕre). Fu quella un grande lezione con la quale il Presidente ci ammoniva sapientemente che il latino è fondamentale anche per la nostra stessa identità civile e linguistica.

L’ammaestramento di un grande Presidente della Repubblica è utile per sottolineare i rapporti di feconda e reciproca dipendenza tra l’italiano e la sua lingua-fonte. Infatti, soltanto attraverso lo studio del latino possiamo padroneggiare l’italiano, dedurre il significato etimologico delle parole, capirne i cambiamenti semantici, arricchire (o se si preferisce un bel latinismo: locupletare) il nostro lessico. Senza la conoscenza del latino, il linguaggio dei parlanti è depauperato; si inaridisce nell’ omologazione e si priva della complessità necessaria a descrivere e significare il mondo della vita e delle idee.   

 

 

Il latino è, altresì, il fondamento comune della cultura europea. Il rapporto con la classicità ha informato tutta la tradizione e la sensibilità occidentale: emblematica del legame profondo dell’Europa con la cultura classica è la locuzione In varietate concordia,assurta nel 2000 a motto ufficiale dell’Unione Europea. Senza dimenticare che anche gli indipendentisti americani, per celebrare la nascita degli Stati Uniti e la forza unificatrice della coscienza nazionale, ricorsero al modello latino con ben tre motti: E pluribus unum, Annuit coeptis e Novus ordo seclorum.    

Altrove la grandezza e il valore culturale della nostra lingua magistra è ammirata e promossa con molte opere che procurano merito. Qui basti ricordare:

 L’istituto internazionale belga “Schola Nova” che fa degli studi classici gli strumenti privilegiati per l’accesso alla cultura occidentale. Nel nome di una massima di Seneca -“otium sine litteris mors est et hominis vivi sepultura” -  la Scuola propugna l’ideale del latino come lingua franca sovranazionale;

  -L’Università Mary Washington, negli Stati Uniti, da anni ha istituito un prestigioso “Esame nazionale di latino” a cui partecipano studenti di varie nazioni i più meritevoli dei quali ricevono la valutazione accademica magna cum laude e sono insigniti della medaglia d’oro;

  -La presenza di molte centinaia di voci enciclopediche redatte in lingua latina su Wikipedia; recentemente, dallo spirito collaborativo degli utenti dell’enciclopedia sono scaturiti il “Portale della lingua latina” e il “Progetto lingua latina”. 

Merita, inoltre, di essere ricordata l’iniziativa di un editore ferrarese per opera del quale i testi in inglese di un celebre album dei Pink Floyd sono stati tradotti e cantati in latino riscotendo il plauso degli stessi musicisti.

Eppure tanto splendore, tanta grandezza e utilità, sembrano essere trascurati dai servitori dello Stato e della Pubblica Istruzione –il latino ci ricorda infatti che la parola “ministro” significa etimologicamente “servitore” (minister): infatti, come è noto, la disciplina ha subìto negli ultimi anni un’ improvvida marginalizzazione nei curricula scolastici. Come non giudicare con preoccupazione e perfino con sgomento la brutale falcidia subita dal latino in istituti che vantano grandi tradizioni culturali, come il Liceo Scientifico e il Liceo Linguistico? Per non parlare della totale cancellazione della disciplina nelle cosiddette opzioni come quella denominata “Scienze Applicate”.

 

I disegni e le riforme annunciati con proclami enfatici si preoccupano di rendere omaggio, da una parte, agli apparati scientifico-tecnologici e, dall’altra, alla moda imperante dell’anglofilia. Tuttavia, i fautori di queste idee dimenticano o ignorano alcune cose:  come ci insegna Eugenio Garin, le discipline umanistiche hanno valore di mezzo per “la formazione di una coscienza davvero umana, aperta in ogni direzione, attraverso la consapevolezza storico-critica della tradizione culturale”.

Pertanto, la formazione educativa degli individui non deve essere improntata e asservita agli apparati tecnologici per promuovere i valori del presente ad esclusione di quelli tradizionali; al contrario,  deve attivare nello studente che si forma in anni decisivi per il suo futuro la “capacità di comprendere e di studiare storicamente” (Luciano Canfora) e di superare orizzonti parziali e limitati. Tale capacità può essere assicurata, in grado eminente, soltanto dalle discipline umanistiche.

Tali principî sono confermati da pareri autorevolissimi: ci sembra opportuno citare le acute riflessioni di Emanuele Severino: “Oggi si esige che la scuola sia in grado di andare incontro alle richieste economiche della società (…) Entro certi limiti la scuola non può sottrarsi a questa esigenza. Ma una scuola che (…) assuma come scopo lo sviluppo industriale o commerciale o in generale economico (cioè uno scopo che è pur sempre particolare) è inevitabilmente più debole e inadeguata allo scopo di una tecnica educativa che non si proponga di far compiere all’individuo o al gruppo umano un certo percorso, ma si proponga l’attivazione della capacità di procedere lungo qualsiasi percorso.”

Coloro che hanno una visione tecnicistica dell’istruzione spesso ignorano che, come ci insegna una lunga tradizione filosofica che ha origine dal pensiero greco, la tecnica non è un valore della modernità; al contrario, l’umanità, sin dagli albori,  è ricorsa alla tecnica per supplire alla propria “carenza istintuale” (Umberto Galimberti); la tecnica è dunque il costitutivo ontologico dell’uomo. Ma come possiamo apprendere concetti di tale portata senza la filosofia? 

Pertanto, un’altra disciplina da riaffermare e potenziare con urgenza è la filosofia. Molti insigni filosofi concordano nel riconoscere che cancellare lo studio del pensiero avrebbe effetti perniciosi sull’avvenire della società e per questo abbiamo il dovere di difendere energicamente il prestigio culturale di questo insegnamento. Per Gianni Vattimo, senza lo studio del pensiero “ci ritroveremo una generazione di piccoli produttori legati a saperi specifici che velocemente tramontano. C’è invece una formazione che è tanto più significativa quanto più slegata all’uso delle macchine.” Secondo Dario Antiseri la filosofia va studiata “per venire a conoscenza delle risposte che grandi menti dell’umanità hanno dato a problemi molti dei quali riguardano tutti”  (…) e “solo menti aperte costituiscono il presidio più sicuro di una società aperta”. Dunque “spegnere la luce della filosofia dalle menti dei nostri giovani equivale a (…) renderli facili prede del primo imbonitore.”

La scuola deve assumere a suo fondamento la natura umana, i limiti e gli interessi dell’uomo ed insegnare ai futuri abitatori del nostro tempo che l’informatizzazione della società, se non è illuminata e mediata dall’istruzione umanistica, è abbrutente e che la tecnica, da sola, non è in grado di soddisfare i bisogni estetici, affettivi e morali dell’uomo. Ma, ancor sempre, è solo la filosofia che, senza muovere da nessuna pregiudiziale contro la tecnica, può insegnarci idee così illuminanti.

Giova ricordare ai sostenitori di una scuola egemonizzata dall’informatica, l’opinione –riportata da Umberto Galimberti- di uno dei massimi artefici di Internet, Clifford Stoll, la cui tesi è che “l’educazione è una cosa molto più seria dell’alfabetizzazione informatica e che la scuola, e quindi il futuro della società, sono troppo importanti per essere affidate ai fanatici delle neotecnologie, ai fabbricanti di computer (…) e agli esperti di marketing.” (…) “Un computer non può sostituire un buon insegnante. Cinquanta minuti di lezione non possono venire liofilizzati in quindici minuti multimediali.” A parlare non è un filosofo, bensì un assennato tecnico.

 

Da ultimo, i legiferatori forse consentiranno in questo giudizio: che le campagne entusiastiche in favore dello studio di una lingua straniera –inglese o no che sia- non devono assumere un carattere prescrittivo. E, ciò che più conta, l’apprendimento di una lingua straniera non deve MAI essere separato dalla conoscenza compiuta dell’italiano. E il compiersi di tale conoscenza può realizzarsi in maniera imprescindibile soltanto attraverso il latino.    

Ancora una volta, quindi, abbiamo bisogno del nobile magistero della tradizione latina.

Alla luce di reboanti annunci su possibili cambiamenti nella scuola,  ci sia permesso, in conclusione, di richiamare la saggezza di Orazio : “Non fumum ex fulgore, sed ex fumo dare lucem”.

Restituiamo al latino il suo primato nella formazione educativa. Il latino è imprescindibile e ineliminabile. È un patrimonio culturale che deve appartenere a tutti. E così anche la filosofia. Fermiamo la deriva, opponiamoci a questa profezia di decadenza che è annunciata nei programmi di oggi.

 

 

 



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