Rafforzare le strutture psichiatriche per i casi gravi

Rafforzare le strutture psichiatriche per i casi gravi

Firmatari recenti
Carla Delcurto e altri 19 hanno firmato di recente.

Il problema

Oggi ci sono situazioni in cui persone con disturbi psichiatrici gravi, senza un adeguato percorso di cura e controllo, finiscono per vivere in condizioni di abbandono. Questo non è solo un fallimento sanitario: è un problema sociale concreto.

 

Chi vive accanto a queste realtà — familiari, vicini, insegnanti — sa che esistono casi difficili da gestire, in cui la mancanza di strutture adeguate e di interventi tempestivi può portare a episodi gravi.

Dire questo non significa criminalizzare la malattia mentale.
Significa riconoscere che i casi più complessi esistono e che lasciarli senza risposte è pericoloso per tutti:

per chi soffre, che non riceve cure adeguate, per le famiglie, spesso lasciate sole, per la società, che si trova ad affrontare situazioni esplosive solo quando è troppo tardi.


Un sistema serio non aspetta che accada qualcosa di irreparabile.
Un sistema serio interviene prima.

 

Per questo servono:

  • - strutture adeguate per i casi più gravi
    - strumenti per intervenire in modo tempestivo
    - un equilibrio tra libertà individuale e necessità di cura

La legge Basaglia

 

In Italia il punto di svolta che portò alla situazione attuale arrivò con la Legge 13 maggio 1978, n. 180, passata alla storia come Legge Basaglia, dal nome dello psichiatra Franco Basaglia, principale promotore della riforma. La legge fu approvata nel maggio 1978 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 16 maggio dello stesso anno. Poco dopo, i suoi principi furono assorbiti nella più ampia riforma sanitaria del 1978, con la nascita del Servizio sanitario nazionale.  Per capire perché questa legge fu approvata, bisogna ricordare che il manicomio veniva allora criticato come un’istituzione che finiva per comprimere diritti, libertà personali e dignità umana.

 

La Legge 180 nacque quindi con un’idea molto chiara: superare la logica manicomiale. Non si limitò a cambiare il nome delle strutture, ma intervenne sul modello stesso di assistenza psichiatrica. In concreto, la riforma dispose il blocco dei nuovi ricoveri nei manicomi, avviò la loro progressiva chiusura e stabilì che la cura dovesse essere spostata verso i servizi psichiatrici negli ospedali generali e verso i servizi territoriali. Il trattamento sanitario obbligatorio, inoltre, venne sottoposto a una procedura precisa e garantita, con controllo dell’autorità pubblica e del giudice tutelare, proprio per evitare arbitri e internamenti facili come nel vecchio sistema. 

Il motivo profondo della riforma era quindi duplice. Da un lato c’era una ragione civile e giuridica: restituire al malato psichico lo status di persona titolare di diritti, e non di soggetto da segregare. Dall’altro c’era una ragione medica e culturale: sostenere che la malattia mentale non dovesse essere gestita soltanto con la reclusione, ma con cure, relazione terapeutica, presa in carico nel territorio e reinserimento sociale. È su questa base che la riforma psichiatrica italiana è stata considerata una svolta storica anche a livello internazionale. 

 

Detto questo, è importante essere onesti: la Legge Basaglia fu una svolta storica, ma lasciò aperto un problema enorme, cioè come sostituire davvero i manicomi con una rete capace di seguire anche i casi più gravi. La legge indicò una direzione, ma la concreta organizzazione dei servizi fu demandata alle regioni, e infatti nel tempo l’attuazione è risultata molto diversa da territorio a territorio. È proprio qui che nacquero, fin dall’inizio, molte critiche: non tanto all’idea di superare il manicomio, quanto al rischio di chiuderlo senza avere ovunque strutture alternative sufficienti, personale adeguato e continuità terapeutica.

 

Il punto di vista di Mario Tobino: tra esperienza e critica


Accanto alla spinta riformatrice che portò alla Legge Basaglia, esisteva anche un punto di vista diverso, meno ideologico e più legato all’esperienza quotidiana dentro le strutture psichiatriche.

Tra le voci più significative c’è quella di Mario Tobino, psichiatra e scrittore, che per oltre trent’anni lavorò nell’ospedale psichiatrico di Lucca, vivendo ogni giorno a contatto con pazienti affetti da disturbi anche molto gravi.

Tobino non negava i limiti e le contraddizioni del sistema manicomiale. Nei suoi libri emerge chiaramente la consapevolezza delle difficoltà, delle rigidità e anche delle ingiustizie presenti in quelle strutture. Tuttavia, proprio perché conosceva da vicino la realtà della malattia mentale, metteva in guardia da una visione troppo semplificata del problema.

Nei suoi scritti, come Le libere donne di Magliano e Per le antiche scale, descrive la follia non come un concetto astratto, ma come una condizione concreta, spesso profonda e difficile da gestire fuori da contesti strutturati. Racconta pazienti che avevano bisogno di continuità, protezione e presenza costante, elementi che temeva potessero venire meno con la chiusura delle strutture tradizionali.

La sua posizione non era quella di difendere il manicomio in quanto tale, ma di sottolineare un rischio preciso:
che la chiusura delle strutture non fosse accompagnata da alternative realmente adeguate per i casi più gravi.

Tobino temeva che, senza luoghi capaci di accogliere e seguire queste persone nel tempo, molti pazienti sarebbero rimasti senza una vera presa in carico, con conseguenze pesanti sia per loro sia per le famiglie.

 

A distanza di decenni, il suo punto di vista continua a essere citato nel dibattito, perché pone una domanda che resta aperta: come garantire cura, continuità e protezione nei casi più complessi, senza tornare agli errori del passato?

 

Conclusione: non possiamo voltare lo sguardo


Ci sono storie che non fanno rumore finché non è troppo tardi.

Storie di persone che soffrono in silenzio, di famiglie che lottano da sole, ma anche di insegnanti, operatori e cittadini che si trovano ad affrontare situazioni difficili senza strumenti adeguati.

Ci sono anche figli che crescono accanto a genitori con gravi disturbi psichiatrici, vivendo per anni in contesti difficili, senza che nessuno intervenga davvero. Situazioni invisibili, spesso ignorate, che lasciano segni profondi e duraturi.

La salute mentale non è un tema lontano. Non riguarda “gli altri”. Riguarda tutti noi, perché basta poco perché una fragilità diventi un’emergenza.

 

E quando il sistema non riesce a esserci, quando manca una risposta concreta, il prezzo lo pagano sempre i più deboli — ma anche chi si trova, ogni giorno, a contatto con situazioni complesse senza supporto.

Non possiamo continuare a indignarci solo dopo. Non possiamo accorgerci del problema solo quando diventa cronaca.

Abbiamo il dovere di fare qualcosa prima.

Prima che una persona venga lasciata sola. Prima che una famiglia si spezzi. Prima che un insegnante si trovi senza strumenti davanti a una situazione ingestibile. Prima che una situazione diventi irreparabile.

 

Questa non è una battaglia ideologica. È una richiesta di responsabilità.

Perché una società si misura da come protegge chi è più fragile — e anche da come tutela chi ogni giorno lavora, insegna e vive dentro queste realtà.

E oggi, possiamo e dobbiamo fare di più.

 

Le nostre richieste alle istituzioni:

 

  • Il potenziamento di strutture residenziali dedicate ai disturbi psichiatrici gravi, con presenza continuativa di personale qualificato e percorsi di cura a lungo termine, quando il trattamento territoriale non è sufficiente.
    - La creazione di percorsi protetti e strutturati per le situazioni più critiche, che garantiscano al tempo stesso cura, continuità terapeutica e tutela della persona e della comunità.
    - Interventi tempestivi e strumenti operativi chiari per gestire i casi in cui vi sia un evidente rischio di aggravamento o di perdita di controllo, evitando che si arrivi sempre a situazioni emergenziali.
    - Un rafforzamento reale dei servizi territoriali di salute mentale, oggi spesso sotto organico e incapaci di seguire in modo continuativo i casi più complessi.
    - Un sostegno concreto alle famiglie, che troppo spesso si trovano sole a gestire situazioni estremamente difficili e logoranti.
    - Maggiore tutela per chi opera e vive a contatto con queste situazioni, come insegnanti, operatori sanitari e cittadini, che devono poter contare su un sistema presente e funzionante.
    - L’apertura di un dibattito pubblico serio e basato sulla realtà, libero da semplificazioni ideologiche, su come gestire oggi i disturbi psichiatrici gravi in Italia. 

Un sistema che non è in grado di prendersi carico dei casi più gravi non è un sistema giusto. È un sistema incompleto.

 

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Giorgia MilaniPromotore della petizioneCiao sono un’interprete di conferenza e docente universitario. Sono aperta al dialogo e al confronto. Cerco sempre di capire le posizioni degli altri pur sostenendo con fermezza le mie idee.

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Carla Delcurto e altri 19 hanno firmato di recente.

Il problema

Oggi ci sono situazioni in cui persone con disturbi psichiatrici gravi, senza un adeguato percorso di cura e controllo, finiscono per vivere in condizioni di abbandono. Questo non è solo un fallimento sanitario: è un problema sociale concreto.

 

Chi vive accanto a queste realtà — familiari, vicini, insegnanti — sa che esistono casi difficili da gestire, in cui la mancanza di strutture adeguate e di interventi tempestivi può portare a episodi gravi.

Dire questo non significa criminalizzare la malattia mentale.
Significa riconoscere che i casi più complessi esistono e che lasciarli senza risposte è pericoloso per tutti:

per chi soffre, che non riceve cure adeguate, per le famiglie, spesso lasciate sole, per la società, che si trova ad affrontare situazioni esplosive solo quando è troppo tardi.


Un sistema serio non aspetta che accada qualcosa di irreparabile.
Un sistema serio interviene prima.

 

Per questo servono:

  • - strutture adeguate per i casi più gravi
    - strumenti per intervenire in modo tempestivo
    - un equilibrio tra libertà individuale e necessità di cura

La legge Basaglia

 

In Italia il punto di svolta che portò alla situazione attuale arrivò con la Legge 13 maggio 1978, n. 180, passata alla storia come Legge Basaglia, dal nome dello psichiatra Franco Basaglia, principale promotore della riforma. La legge fu approvata nel maggio 1978 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 16 maggio dello stesso anno. Poco dopo, i suoi principi furono assorbiti nella più ampia riforma sanitaria del 1978, con la nascita del Servizio sanitario nazionale.  Per capire perché questa legge fu approvata, bisogna ricordare che il manicomio veniva allora criticato come un’istituzione che finiva per comprimere diritti, libertà personali e dignità umana.

 

La Legge 180 nacque quindi con un’idea molto chiara: superare la logica manicomiale. Non si limitò a cambiare il nome delle strutture, ma intervenne sul modello stesso di assistenza psichiatrica. In concreto, la riforma dispose il blocco dei nuovi ricoveri nei manicomi, avviò la loro progressiva chiusura e stabilì che la cura dovesse essere spostata verso i servizi psichiatrici negli ospedali generali e verso i servizi territoriali. Il trattamento sanitario obbligatorio, inoltre, venne sottoposto a una procedura precisa e garantita, con controllo dell’autorità pubblica e del giudice tutelare, proprio per evitare arbitri e internamenti facili come nel vecchio sistema. 

Il motivo profondo della riforma era quindi duplice. Da un lato c’era una ragione civile e giuridica: restituire al malato psichico lo status di persona titolare di diritti, e non di soggetto da segregare. Dall’altro c’era una ragione medica e culturale: sostenere che la malattia mentale non dovesse essere gestita soltanto con la reclusione, ma con cure, relazione terapeutica, presa in carico nel territorio e reinserimento sociale. È su questa base che la riforma psichiatrica italiana è stata considerata una svolta storica anche a livello internazionale. 

 

Detto questo, è importante essere onesti: la Legge Basaglia fu una svolta storica, ma lasciò aperto un problema enorme, cioè come sostituire davvero i manicomi con una rete capace di seguire anche i casi più gravi. La legge indicò una direzione, ma la concreta organizzazione dei servizi fu demandata alle regioni, e infatti nel tempo l’attuazione è risultata molto diversa da territorio a territorio. È proprio qui che nacquero, fin dall’inizio, molte critiche: non tanto all’idea di superare il manicomio, quanto al rischio di chiuderlo senza avere ovunque strutture alternative sufficienti, personale adeguato e continuità terapeutica.

 

Il punto di vista di Mario Tobino: tra esperienza e critica


Accanto alla spinta riformatrice che portò alla Legge Basaglia, esisteva anche un punto di vista diverso, meno ideologico e più legato all’esperienza quotidiana dentro le strutture psichiatriche.

Tra le voci più significative c’è quella di Mario Tobino, psichiatra e scrittore, che per oltre trent’anni lavorò nell’ospedale psichiatrico di Lucca, vivendo ogni giorno a contatto con pazienti affetti da disturbi anche molto gravi.

Tobino non negava i limiti e le contraddizioni del sistema manicomiale. Nei suoi libri emerge chiaramente la consapevolezza delle difficoltà, delle rigidità e anche delle ingiustizie presenti in quelle strutture. Tuttavia, proprio perché conosceva da vicino la realtà della malattia mentale, metteva in guardia da una visione troppo semplificata del problema.

Nei suoi scritti, come Le libere donne di Magliano e Per le antiche scale, descrive la follia non come un concetto astratto, ma come una condizione concreta, spesso profonda e difficile da gestire fuori da contesti strutturati. Racconta pazienti che avevano bisogno di continuità, protezione e presenza costante, elementi che temeva potessero venire meno con la chiusura delle strutture tradizionali.

La sua posizione non era quella di difendere il manicomio in quanto tale, ma di sottolineare un rischio preciso:
che la chiusura delle strutture non fosse accompagnata da alternative realmente adeguate per i casi più gravi.

Tobino temeva che, senza luoghi capaci di accogliere e seguire queste persone nel tempo, molti pazienti sarebbero rimasti senza una vera presa in carico, con conseguenze pesanti sia per loro sia per le famiglie.

 

A distanza di decenni, il suo punto di vista continua a essere citato nel dibattito, perché pone una domanda che resta aperta: come garantire cura, continuità e protezione nei casi più complessi, senza tornare agli errori del passato?

 

Conclusione: non possiamo voltare lo sguardo


Ci sono storie che non fanno rumore finché non è troppo tardi.

Storie di persone che soffrono in silenzio, di famiglie che lottano da sole, ma anche di insegnanti, operatori e cittadini che si trovano ad affrontare situazioni difficili senza strumenti adeguati.

Ci sono anche figli che crescono accanto a genitori con gravi disturbi psichiatrici, vivendo per anni in contesti difficili, senza che nessuno intervenga davvero. Situazioni invisibili, spesso ignorate, che lasciano segni profondi e duraturi.

La salute mentale non è un tema lontano. Non riguarda “gli altri”. Riguarda tutti noi, perché basta poco perché una fragilità diventi un’emergenza.

 

E quando il sistema non riesce a esserci, quando manca una risposta concreta, il prezzo lo pagano sempre i più deboli — ma anche chi si trova, ogni giorno, a contatto con situazioni complesse senza supporto.

Non possiamo continuare a indignarci solo dopo. Non possiamo accorgerci del problema solo quando diventa cronaca.

Abbiamo il dovere di fare qualcosa prima.

Prima che una persona venga lasciata sola. Prima che una famiglia si spezzi. Prima che un insegnante si trovi senza strumenti davanti a una situazione ingestibile. Prima che una situazione diventi irreparabile.

 

Questa non è una battaglia ideologica. È una richiesta di responsabilità.

Perché una società si misura da come protegge chi è più fragile — e anche da come tutela chi ogni giorno lavora, insegna e vive dentro queste realtà.

E oggi, possiamo e dobbiamo fare di più.

 

Le nostre richieste alle istituzioni:

 

  • Il potenziamento di strutture residenziali dedicate ai disturbi psichiatrici gravi, con presenza continuativa di personale qualificato e percorsi di cura a lungo termine, quando il trattamento territoriale non è sufficiente.
    - La creazione di percorsi protetti e strutturati per le situazioni più critiche, che garantiscano al tempo stesso cura, continuità terapeutica e tutela della persona e della comunità.
    - Interventi tempestivi e strumenti operativi chiari per gestire i casi in cui vi sia un evidente rischio di aggravamento o di perdita di controllo, evitando che si arrivi sempre a situazioni emergenziali.
    - Un rafforzamento reale dei servizi territoriali di salute mentale, oggi spesso sotto organico e incapaci di seguire in modo continuativo i casi più complessi.
    - Un sostegno concreto alle famiglie, che troppo spesso si trovano sole a gestire situazioni estremamente difficili e logoranti.
    - Maggiore tutela per chi opera e vive a contatto con queste situazioni, come insegnanti, operatori sanitari e cittadini, che devono poter contare su un sistema presente e funzionante.
    - L’apertura di un dibattito pubblico serio e basato sulla realtà, libero da semplificazioni ideologiche, su come gestire oggi i disturbi psichiatrici gravi in Italia. 

Un sistema che non è in grado di prendersi carico dei casi più gravi non è un sistema giusto. È un sistema incompleto.

 

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Petizione creata in data 22 aprile 2026