Non chiudiamo le scuole

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Non chiudiamo le scuole

La vera scuola, non esiste se non in presenza. L’educazione, la formazione, l’apprendimento hanno bisogno per loro natura del rapporto personale fra docente e discente, e nulla può sostituirlo adeguatamente.

La chiusura delle scuole, al di là degli enormi problemi organizzativi che andrebbe a creare nuovamente alle famiglie e, in particolare, all’occupazione femminile, procura un danno economico rilevante all’intero Paese. Come documenta un recente studio dell’Ocse, un terzo di anno scolastico perso può comportare un calo del Pil dell’1,5 per cento fino alla fine del secolo.

Dovrebbero tenerlo presente anche quei governatori che hanno innalzato dal 75 al 100 per cento l’asticella delle lezioni a distanza alle superiori e, in un paio di casi, hanno esteso la chiusura alle medie e alle elementari.

A tutti quelli che sostengono che la Dad può efficacemente supplire alle lezioni in presenza vogliamo ricordare che un paese come l’Italia, che già in partenza soffre di forti divaricazioni territoriali nel campo dell’istruzione, rischia davvero di buttare alle ortiche non uno, ma addirittura due anni scolastici, dato che anche quello passato è stato interrotto praticamente all’inizio del secondo quadrimestre e i risultati non sono stati certamente confortanti.

 
Alcuni precisazioni fondamentali al riguardo:

molti docenti non sono preparati, né formati, né disposti, a utilizzare lo strumento “freddo” – e, al di là di ogni apparenza, impersonale – delle lezioni online, quantomeno per limitare i danni nel limite del possibile. Occorre considerare anche che ci sono discipline che per loro natura non si prestano proprio ad una modalità di insegnamento a distanza;
come confermato da uno studio della Cgil di inizio ottobre, durante il lockdown di primavera 6 docenti su 10 avevano difficoltà a utilizzare i device informatici (alla primaria); al Sud, in particolare, tantissimi studenti e insegnanti avevano una bassa o inesistente connessione a internet. Territori che, come gran parte del Mezzogiorno, già partivano indietro nei livelli generali degli apprendimenti monitorati dall’Invalsi, difficilmente potranno recuperare il ritardo in tempi brevi;
non pochi studenti approfittano della modalità a distanza per fingere di seguire le lezioni, essendo molto più scaltri e smaliziati nell’uso delle strumentazioni informatiche. Ma, al di là di questo, il problema più grave è quanto hanno evidenziato anche psicologici e psichiatri: “I contagi nelle classi sono bassissimi, così una generazione è in balìa del vuoto e del nulla con l’alibi della didattica a distanza”;
per almeno 300 mila studenti il passaggio dalla classe alla modalità web sarebbe molto complicato e gli 85 milioni stanziati dal decreto Ristori per acquistare device e chiavette Usb, anche ammesso che arrivino subito, rischiano di non bastare. Senza considerare che a complicare il quadro ci pensano anche i cronici (e storici) gap di diffusione della banda ultralarga, sia a casa sia a scuola;
i problemi già evidenziati della Dad, diventano ancora più gravi nel caso degli studenti svantaggiati, che restano anche privi dell’insegnante di sostegno;
le scuole, sia statali sia – ancor di più – paritarie, hanno investito tantissimo in dispositivi di sanificazione e distanziamento, e stanno facendo un ottimo lavoro per prevenire eventuali contagi. Tant’è vero che l’incremento dei positivi è sicuramente da ascriversi all’affollamento disordinato dei mezzi di trasporto pubblico e non alla convivenza scolastica.
Non è un caso se altri paesi europei, come ad esempio Francia e Germania, che hanno optato per un lockdown più o meno accentuato, stiano provando a tenere aperte le scuole. La consapevolezza che le conseguenze negative legate alla cosiddetta «perdita degli apprendimenti», sia dal punto di vista economico che educativo, collegata alla chiusura della didattica in presenza e a alla sostituzione tout-court con quella a distanza, vadano oltre la carriera scolastica del singolo e rischino di abbattersi invece sull’intera collettività, ha già preso piede e sta orientando le scelte.

Per tutte queste considerazioni, chiediamo che il Governo e le Regioni trovino soluzioni adeguate per evitare una nuova chiusura delle scuole. Per una volta almeno dobbiamo essere d’accordo con il ministro Lucia Azzolina: «Senza scuola l’Italia non ha futuro!».

 

primi firmatari su http://bit.ly/TempiScuole