-I RISTORANTI SONO LUOGHI SICURI- A Natale raggiungi il tuo ristorante del cuore.

0 hanno firmato. Arriviamo a 500.


Il DPCM governativo di Natale per tutti i ristoratori ha il sapore della beffa: dal 21 dicembre al 6 gennaio non ci si potrà più spostare neppure tra regioni gialle e soprattutto il 25 e 26 dicembre e il 1 gennaio sarà proibito anche spostarsi dal Comune nel quale ci si trova, che sia quello di residenza, domicilio o meno. La notte di San Silvestro sarà di totale coprifuoco, dalle 22 alle 7. Bar e ristoranti potranno in ogni caso al massimo servire il pranzo e chiudere alle 18, con possibilità di fare servizio di asporto solo ed esclusivamente per i propri concittadini.

Le restrizioni adottate sono controproducenti soprattutto per i ristoranti dei piccoli centri, che non possono contare su un bacino d'utenza vasto come quello delle grandi città, ragion per cui sarebbe quantomeno opportuno che nei giorni di Natale, Santo Stefano e Capodanno ci sia la libera circolazione all’interno della stessa provincia e/o della regione, in modo da poter raggiungere i ristoranti desiderati.

Con senso di responsabilità, i ristoranti si sono preparati dopo il primo lockdown a riaprire adottando i rigorosi adempimenti previsti dai Protocolli Sanitari messi a punto dal CTS (Comitato Tecnico Scientifico) e dall’INAIL: distanziamento dei tavoli, registrazione delle prenotazioni, mascherine, gel igienizzanti, menu digitali, plastificati o monouso, cartelli informativi in ogni angolo dei locali, prodotti monodose. Hanno investito sui dehors esterni, consapevoli del fatto che all’aria aperta i clienti si sentivano più sicuri e tranquilli. Per quattro mesi hanno lavorato in sicurezza. Lo testimoniano i dati dell’Istituto superiore di Sanità sull’andamento dei contagi e quelli del Ministero dell’Interno sui controlli, secondo cui dall’inizio della pandemia, su oltre 6,5 milioni di controlli effettuati nel complesso delle attività commerciali, ristorazione compresa, solo lo 0,18% ha subito una sanzione, né sono stati registrati casi di contagio tra clienti.

Perché allora tanto accanimento nei confronti di un settore così importante per l’economia nazionale che ormai vede a rischio il proprio futuro? Poter contare solo sulla clientela autoctona per molti ristoratori vale a dire non lavorare, motivo per cui si vuol procedere alla richiesta di autorizzazione a potersi spostare all'interno della stessa provincia e/o della stessa regione o la disposizione immediata di ristori adeguati e sufficienti a compensare la perdita degli incassi del periodo stimati sulla base dello scorso anno. Chiudendo i ristoranti si penalizza fortemente l'indotto composto da piccoli artigiani, produttori, allevatori, coltivatori che senza il supporto e la richiesta dei ristoranti rischiano di colare a picco senza possibilità di ripresa.

Il DPCM penalizza fortemente le regioni a bassa densità demografica che vivono ancora di piccole società urbanizzate in grado di valorizzare il territorio attraverso un lavoro di ricerca, presidio e valorizzazione del patrimonio naturalistico, artistico, culturale ed enogastronomico. I ristoranti dei piccoli borghi, siano essi stellati o trattorie, sono i custodi di un'identità culturale che rischia di scomparire definitivamente con la chiusura forzata da parte dello stato e con essa l'intero comparto agroalimentare direttamente collegato alle attività ristorative e alberghiere. 

È urgente e di vitale importanza intervenire adesso permettendo ai ristoratori di riprendere il loro lavoro in sicurezza, permettendo la circolazione intercomunale ed evitando un terzo lockdown che porterebbe alla  chiusura di oltre 60.000 imprese e la perdita di 300.000 posti di lavoro, oltre che la dispersione di professionalità, fondamentali per due filiere strategiche per il Paese: Agroalimentare e Turismo.

No alla chiusura dei comuni, no ad una terza chiusura forzata! Si ad un DPCM pensato per la sopravvivenza dei piccoli centri e delle loro attività.