PETIZIONE CHIUSA

NO ALLA RAPINA IDROELETTRICA DEI PICCOLI BACINI IMBRIFERI

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L’attacco alle risorse idriche montane da parte dei produttori idroelettrici è sempre più devastante per l’ambiente fluviale ed idrico senza che vi sia alcun evidente vantaggio energetico per il sistema elettrico regionale.

Con questa convinzione (apparentemente), il Consiglio Regionale del Friuli-Venezia Giulia, lo scorso aprile 2015, aveva approvato una buona norma (comma 3 dell’art. 43 della LR 11/2015) con la quale, in attesa dell’entrata in vigore del Piano di Tutela delle Acque, si sottraevano i piccoli bacini imbriferi (quelli inferiori a 10 kmq di superficie) dal rilascio di nuove concessioni a derivare con ciò corrispondendo ad una forte richiesta del mondo ambientalista e scientifico di settore.

Tale piccola norma, tuttavia, vide la reazione stizzita dei produttori idroelettrici che chiesero alla Presidente Serracchiani, con toni duri e ricattatori (perdita di posti di lavoro, perdita di entrate tributarie e fiscali per la Regione, mancato raggiungimento degli obiettivi del burden sharing, ecc.) la sua abrogazione.

Guarda caso, pochi giorni fa, il Consiglio Regionale ha approvato, su proposta di quattro importanti esponenti della maggioranza (PD, Cittadini, SEL), un emendamento abrogativo del citato comma, contenuto nella prossima legge finanziaria 2016.

Ora, nella nostra regione, si potranno costruire impianti e si potrà ricominciare a prelevare acqua anche nei piccolissimi bacini senza tener conto che nelle Province di Trento e Bolzano tale divieto vige da anni e senza tener conto che esplicite indicazioni a sottrarre detti bacini dallo sfruttamento idroelettrico sono contenute nel Piano di Gestione delle Acque 2015-2021 dell’Autorità di Bacino di Venezia1 ed anche negli Orientamenti della Commissione Europea (v. nota 862/STA/ del 29.01.2015 della Commissione relativa al Caso EU Pilot 6011/14/ENVI), che richiama la necessità di valutare attentamente i rischi di danno ambientale cui sarebbero soggetti i bacini imbriferi < 10 kmq per i quali non si conoscono le strategie e le modalità per il conseguimento dello stato di “buono”, ritenuto obbligatorio dalla Direttiva 60/2000.

Inoltre, circa l’asserito vantaggio energetico cui la costruzione di piccoli impianti contribuirebbe sulla produzione idroelettrica regionale, si sottolinea come tale apporto sia già oggi assolutamente irrisorio (solo l’1,99% della potenza idroelettrica è oggi prodotta in Regione da impianti piccoli), rendendo evidente come l’ulteriore costruzione di piccoli impianti non darebbe nessun contributo concreto all’aumento di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, ma produrrebbe solo un utile immediato, temporaneo e predatorio ai concessionari e un inutile scempio ambientale di luoghi e realtà che ancora conservano forti connotazioni di naturalità e pregio.

Ora, essendo ancora lunghi i tempi per l’approvazione del Piano Tutela Acque (ottobre 2016?) e ancora più immersi nel mare delle nebbie quelli per l’approvazione del Regolamento di attuazione della LR 11/2015, l’abrogazione della norma di tutela dei piccoli bacini, riapre la corsa all’oro azzurro da parte dei soliti speculatori di contributi statali e mette a serio rischio la naturalità e vitalità dei capillari idrici più preziosi e rari della nostra Regione.

E’ invece ora di chiudere definitivamente con un capitolo che, mentre non reca alcun concreto vantaggio al bilancio energetico regionale, produce gravi e conclamati danni al delicato ambiente acquatico dei piccoli rii di montagna.

Chiediamo quindi alla Presidente Serracchiani, all’ass. all’Ambiente Vito, al Presidente del Consiglio Regionale Iacop di ripristinare immediatamente la norma abrogata e di garantire tutela e certezza di continuità idro-biologica ai piccoli bacini imbriferi, allargando la moratoria delle derivazioni a tutti i corsi d’acqua montani del Friuli-Venezia Giulia finchè non sarà approvato il Piano Regionale di Tutela delle Acque. 



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