
Sinceri e cari amici,
non posso trattenermi dall’esporre la realtà dei fatti e le debite considerazioni in merito al movente che ha generato ciò che, in parte, già conoscete e che, con i prossimi aggiornamenti, verrà approfondito.
A seguito della denuncia querela (dd. 17.02.2010) promossa dalla mia ex patrocinatrice, avvocata ***, in data 30 aprile 2015 sono stata condannata per diffamazione (presso il Tribunale di Udine). Voglio scrollarmi di dosso la lordura con cui hanno insozzato la mia reputazione e la mia fedina penale: in particolare, mi impegno a spazzare via, lontano da me, l’acre fetore della menzogna e dello scredito, il puzzo nauseabondo dell’inganno e del raggiro, la rete ben strutturata attraverso cui mi hanno inflitto il danno programmando – contemporaneamente – anche come uscirne indenni, ovvero: con le mani linde agli occhi esterni ma intrise di sangue innocente nell’effettività sostanziale.
Il dolore mi ha risvegliata a una nuova vita, più ricca di consapevolezza e di rinnovata energia interiore.
Contro la condanna, mi sollevo con tutta la forza della mia INNOCENZA e con il grido delle crudeli sofferenze, patite ingiustamente. L’iniqua condanna per diffamazione è il detonatore che mi spinge a dimostrare nei minimi dettagli e rendere pubblica la mia completa estraneità a tale reato, affibbiatomi con l’intento di zittirmi definitivamente e colpire violentemente la mia credibilità affinché permanga occultato il vero oggettivo, scomodo a chi mi accusa.
Ora è tutto chiaro.
L’avvocata *** e il medico legale di sua fiducia, dalla stessa nominato consulente a mia insaputa nella causa per risarcimento danni da sinistro stradale (causa R.G. 3011/06), dopo avermi mal tutelata in completa concordanza, nel 2009 si sono coalizzati per sommare il loro potere sociale, per sorreggersi a vicenda nell’impianto accusatorio menzognero teso a sfiancarmi nel corpo e nell’animo, per raddoppiare le mie già abbondanti difficoltà esistenziali e stancare chi mi stava offrendo il servizio di accompagnamento gratuitamente, per far allontanare quei professionisti che non solo avevano compreso (desumendole dalle minacce) quali fossero le potenziali intenzioni di *** e E.B., ma che successivamente avrebbero potuto sostenermi nella valutazione delle rispettive loro responsabilità professionali, conseguenti al mancato equo indennizzo (sin. str. 04.06.2002).
Ecco allora che, da un lato, il dott. E.B. mi colpisce con l’Atto di citazione innescando la causa civile r.g.n. 166/2009c (sfociata poi nell’esecuzione immobiliare della casa di mia proprietà), mentre l’avvocata *** - a sei mesi di distanza – mi trafigge con l’Atto di denuncia querela, formulato sulla base di non verità e di false testimonianze, rilasciate avanti all’Autorità Giudiziaria dalla collega di studio ◆◆◆ (patrocinatrice del dott. E.B. nella causa r.g.n. 166/2009) e da un’amica militante in politica.
L’INTRECCIO di soggetti (coinvolti) è evidente, tanto quanto lo sono gli interessi personalistici.
Prima di essere querelata mi ero limitata a sostenere che l’oggettività fattuale e documentale palesava che all’avvocata *** non avevo mai fornito l’assenso alla nomina di CTP del dott. E.B. e che mi era stato negato l’equo indennizzo perché i due citati professionisti NON avevano prodotto in giudizio le inderogabili e urgenti “CONTRODEDUZIONI” alle “considerazioni conclusive”, errate e oltraggiose, estrinsecate dal CTU (cfr. Esposto, dd. 27.10.2009, indirizzato al Consiglio dell’Ordine di appartenenza dell’avvocata *** e archiviato nell’immediatezza).
Ma, poiché quanto espresso corrisponde alla realtà verificabile, volendo essere certa della mia condanna l’avvocata *** escogita e inventa una capo di imputazione così mirato e grave da non lasciare spazio all’assoluzione dell’innocente Luigina Ortis se non per mezzo di una difesa legale incisiva, proba, non guidata da «reazioni corporative». I prossimi aggiornamenti chiariranno alcuni aspetti della questione, soprattutto verrà definito il metodo applicato per attuare il CAPOVOLGIMENTO della reale situazione occorsa: gli esiti della giustizia (vd. INTERPRETAZIONI) sono disallineati rispetto ai dati oggettivi tuttora verificabili.
In sede di giudizio non sono stata ascoltata e i miei difensori non si sono, neppure minimamente, prodigati a far emergere il vero oggettivo (scomodo a chi mi stava accusando). Considerate tali evenienze, com’era possibile la mia assoluzione?
Ciò che ho vissuto durante il processo penale è indegno di un paese civile.
Per ora mi limiterò a esporre alcuni dati e a elaborare semplici deduzioni su base documentale. Spiegherò la ragione per la quale, dopo l’imputazione, sono stata costretta a considerare la parola «COLLUSIONE» e a sviluppare il tema a essa connesso argomentandolo nel merito con puntuali richiami e idonee comparazioni documentali e fattuali. Emergerà che hanno intessuto una ragnatela di depistaggi e falsità tale da cancellare l’essenza verace dei fatti, dei moventi, delle collaborazioni.
Nel tempo ho appurato che ci sono soggetti che si sentono forti infliggendo sofferenze gratuite ai miti, e godono facendo del male alle persone per bene.
Domando: possiamo sperare che si generi qualcosa di buono dall’operato di chi usa prepotenza e prevaricazione nell’esercitare il proprio potere?