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Il Problema

Luigina OrtisItalia
19 jun 2018
Anche con il presente aggiornamento non è mia intenzione offendere qualcuno ma solamente far conoscere quanto accadutomi Apro una parentesi riguardo il susseguirsi delle tutele statiche (2002-2009) e propongo degli spunti di riflessione: - IL PROBLEMA DEI PROBLEMI È CHE I PROBLEMI TENDONO A MOLTIPLICARSI; - una difficoltà non affrontata né risolta correttamente ne provoca un’intera catena, creando UN EFFETTO DOMINO: da un solo ostacolo irrisolto ne nascono tanti; - quando un soggetto è coinvolto nel problema, l’atteggiamento migliore è sostenere la pressione e occuparsi della soluzione. IL PROBLEMA È UN OSTACOLO DAVANTI A UNA META. Nel mio specifico caso «l’ostacolo» era rappresentato dalla pervicace resistenza attraverso cui la Compagnia di Assicurazione e il suo assicurato si opponevano al riconoscimento dell’equo indennizzo; bloccavano pertanto il raggiungimento della «meta» indispensabile alla mia sopravvivenza. Ai miei patrocinatori mi sono sempre rivolta con chiarezza e rispetto avvalorando la dignità personale. Negli anni ho presentato loro puntuale e ampia documentazione medico specialistica e medico legale (verbali ASL e Ministero del Tesoro) affinché avessero a disposizione tutto ciò che era necessario per raggiungere l’obiettivo con disciplina e persistenza, fino ad esaurire le barriere alzate iniquamente dalla Assicurazione. I miei difensori (dal 2002 al 2009) avrebbero potuto applicare la fermezza senza mai offendere, purtroppo si sono limitati alla staticità, all’inoperosità, a scelte particolarmente nocumentose per l’assistita Ortis Luigina. Confidavo nella loro disponibilità a cooperare con ragionevolezza; ma ahimè, i fatti esplicitano che il loro NON FARE ha rappresentato una opposizione paragonabile ad un’automobile a motore acceso e con il freno a mano tirato: risultava vano spingere e insistere. A mio avviso, le regole si rispettano non solo per una questione di dovere, ma perché attraverso la loro applicazione abbiamo l’opportunità di manifestare la maturità personale. Nei comportamenti e nelle azioni posti in essere dai miei patrocinatori ho potuto osservare intenzioni deboli e altalenanti, prepotenze e imposizioni contro il mio oculato volere. Negli anni, la sopraffazione ha imbrigliato la mia autodeterminazione come la rete imprigiona il pesce. Sottolineo che, pur avendo adottato le modalità comunicative più idonee a superare quanto sopra menzionato, NON ho ottenuto risultati positivi. Le succitate riflessioni potrebbero apparire scontate, ma non lo sono. Infatti, è proprio la VERIFICA e l’accertamento degli eventi a indicare se è stato rispettato l’iter più idoneo al raggiungimento dell’obiettivo. Inoltre la chiarezza è in grado di dissipare la nebbia intrisa di quelle menzogne e diffamazioni che mi sono state addebitate al mero scopo di sminuire – agli occhi esterni – la mia reale corretta ragionevolezza e il mio buon senso nell’agire. Risulta perciò importantissimo svelare la RAGIONE del susseguirsi di anomali e inerti patrocini e a chi detto operare ha portato VANTAGGIO economico, sociale all’immagine. L’ex Ministro Giulio Santagata (il 17.10.2007 – RAI UNO) ha sostenuto: “… gran parte della collusione nasce dall’inefficienza” e “… il silenzio e l’inerzia diventano collaborazione”. Non meno importante è l’assunto espresso dal Senatore Giulio Andreotti: “il NON FARE è pur sempre UN FARE che può produrre conseguenze rovinose”. Nella questione risarcitoria CI SONO ZONE D’OMBRA CHE VANNO CHIARITE IN TEMPI BREVISSIMI. HO LETTO: «La definizione di delinquente dal colletto bianco è: una persona appartenente alla classe superiore che commette un reato nel corso dell’attività professionale, violando la fiducia formalmente o implicitamente attribuitagli, e che è rispettabile, o almeno rispettata. […] La criminalità dal colletto bianco si può trovare in tutti gli ambiti professionali; […] la delinquenza dal colletto bianco riguarda ogni professione e ce ne si può rendere conto facilmente durante conversazioni casuali chiedendo a un qualsiasi professionista quali pratiche illecite siano state scoperte nel suo ramo di attività…». (Sutherland, 1986) E poi: «Sui criteri dell’alta collocazione sociale, delle opportunità ad essa connessa e della violazione della fiducia accordata a coloro che detengono un potere dominante si concentra l’attenzione di molti. Quasi compendiando gli accenti posti sui diversi requisiti, Pickett e Pickett (2002) ritengono che il crimine dei colletti bianchi: - sia caratterizzato dal ricorso alla falsità: le persone che lo praticano ingannano, mentono, dissimulano, manipolano la verità; - sia intenzionale: le loro frodi non sono il risultato di errori o negligenze, ma seguono un progetto ben preciso e preordinato; - VIOLI LA FIDUCIA; - comporti perdite: c’è una vittima e spesso un impoverimento delle sue risorse; - sia difficile da scoprire: può rimanere nascosto indefinitamente; - chi lo perpetra conserva un’apparente facciata di rispettabilità. Come si vede dalle definizioni citate, alcune pongono l’accento soprattutto sulle caratteristiche dei reati, altre anche o più sul ruolo di chi li commette. Successivamente, il National White Collar Crime Center, un gruppo statunitense di ricercatori su questa materia, ha elaborato una risoluzione secondo la quale la WCC (White Collar Criminality) si può definire in un modo che si occupa dell’uno e dell’altro aspetto: “i crimini del colletto bianco sono atti illegali o immorali che violano la responsabilità di cui sono depositari gli autori per la fiducia accordata loro pubblicamente, commessi da un individuo o un’organizzazione, solitamente nel corso di un’attività occupazionale legittima, da parte di persone di status sociale elevato o rispettabile per un guadagno personale o dell’organizzazione”». Scrivo per salvare la mia vita. Grazie per il Vostro prezioso sostegno.
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