
Luigina OrtisItaly
14 Jun 2018
Cari lettori, desidero condividere con Voi alcune riflessioni che sono state espresse da illustri signori intervenuti al Convegno «Rosario Livatino: diritto, etica, fede», svoltosi a Roma il 18 settembre 2015 presso il Palazzo dei Gruppi Parlamentari, e sottolineo la mia completa adesione ai principi che hanno sempre animato il dott. Livatino, sia come uomo, che come magistrato. I concetti – attinenti alla “giustizia” – esplicitati nella sopra menzionata occasione hanno ravvivato in me la speranza in una giustizia più equa e hanno un po’ lenito le ferite interiori causate dagli errori giudiziari ripetutisi a cascata (in cui, mio malgrado, sono rimasta ingabbiata senza colpa alcuna!) e dalla persecuzione di coloro (avvocati) i quali avevano il dovere deontologico di tutelarmi attenendosi al principio dell’OBLIGATIO PROBI VIRI ma che non si sono attivati in tal senso.
Al Convegno il Ministro della Giustizia ha dichiarato:
«l’ESITO ESTIMATIVO deve avere RADICI e radici nel concreto, perché altrimenti corre il rischio di sviluppare una riflessione liquida che si vaporizza e fa deviare il giudizio della saggezza pratica».
Mi preme evidenziare quanto segue:
Con riferimenti che potrebbero essere scritti oggi, il richiamo all’indipendenza si esplicita col mettere in guardia dai rischi di una responsabilità civile personale di chi è chiamato a giudicare, per evitare che possa – anche inconsciamente – essere vittima di timori nel perseguire o condannare qualche “potente” (intervento al Congresso del dott. Francesco LO VOI, Procuratore della Repubblica di Palermo).
Nella Conferenza su “Fede e diritto” il Giudice Livatino aveva così ben espresso la concezione deontologica della sua funzione: «il compito dell’operatore del diritto, del magistrato, è quello di decidere; orbene, decidere è scegliere e, a volte, scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. […] Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio».
La pagina evangelica delle Beatitudini ci ricorda: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5,6) e «Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,10). La beatitudine della persecuzione a causa della giustizia è inscindibile dal cammino del discepolato. Chi accetta di vivere la parola di Dio che propone il coraggio di andare contro corrente, infatti, è sempre oggetto di pesanti ostilità.
La disposizione d’animo di chi attende al compimento della giustizia rientra nella Bibbia tra le caratteristiche dell’uomo giusto che soffre per il male che vede intorno a sé (2 Pt 2,7 – 8). L’uomo giusto è accompagnato sempre da questa spina nel fianco: dalla sofferenza di vedere trionfare l’INGIUSTIZIA, e spesso anche di avvertire “una tangibile impressione” di IMPOTENZA.
È una sofferenza di cui Cristo ha parlato con chiarezza («Vi mando come pecore in mezzo ai lupi»), chiedendo agli uomini giusti di tutte le generazioni la disponibilità ad accettare questa difficile lotta, ma di compierla con la convinzione che tale lotta e sofferenza NON SARANNO MAI PERDENTI.
Da umile e ragionevole cittadina, ritengo che IL BENE sia il fine dell’attività di colui che giudica e, più in generale, anche il fine di ogni operatore del diritto (avvocato compreso), conscio della sua VOCAZIONE di tessitore di rapporti di giustizia nella società.
Gli errori giudiziari sono attinenti alla nostra umanità imperfetta, per questo è lodevole imporre una riparazione al fine di correggere i torti ricevuti e di conservare il valore dell’imparzialità.
A mio parere, la menzogna è dannosa per ogni società; scalza la fiducia tra gli uomini e lacera il tessuto delle relazioni sociali.
Ogni colpa commessa contro la giustizia e la verità impone il dovere di riparazione.
La verità o veracità è la virtù che consiste nel mostrarsi veri nelle proprie azioni e nell’esprimere il vero nelle proprie parole, rifuggendo dalla doppiezza, dalla simulazione e dall’ipocrisia.
Il rispetto della reputazione e dell’onore delle persone proibisce ogni atteggiamento o parola di maldicenza o di calunnia.
L’autorità è esercitata legittimamente soltanto se ricerca il bene comune del gruppo considerato e se, per conseguirlo, usa mezzi moralmente leciti.
Per concludere, rinnovo il monito, espresso dal grande Cicerone, su cui reputo sia importante riflettere:
“CUIUSVIS HOMINIS EST ERRARE; NULLIUS, NISI INSIPIENTIS, PERSEVERARE IN ERRORE” (Filippiche, XII, 2-5).
Premesso che sbagliare può succedere a tutti e che è solo dell’insipiente perseverare nell’errore, ritengo siano sempre in tempo per cambiare, rettificare e correggere il circolo vizioso del male e dell’iniquità gratuita.
Confido che quanto fin qui esposto possa dare inizio ad un percorso virtuoso sulla strada di una sana giustizia per superare le difficoltà che gravano sempre più sulla mia persona travolgendo quotidianamente la mia vita: vita mazzata dalle ingiustizie.
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