
Luigina OrtisItalia
25 nov 2017
“Alla verità è concesso solo un breve trionfo fra i due lunghi spazi di tempo in cui è condannata come paradossale e disprezzata come banale” (Schopenhauer).
In ambito sociale ci sono voci che, sulla base del sentito dire, si ostinano a divulgare le mezze verità, fortemente dannose alla mia onorabilità e alla mia reputazione.
Ho invitato questi soggetti ad un confronto chiarificatore e pacifico, ma non si sono resi disponibili.
Ora, contrasto le mezze verità integrandole con la realtà completa, a 360 gradi, e continuo ad essere aperta ad un dialogo costruttivo.
Il concetto espresso da Schopenhauer INCARNA perfettamente l’espletarsi della mia questione risarcitoria e la bagarre che ne è conseguita… NON PER COLPA MIA.
Sottolineo con forza che la mia vita è in serissimo pericolo - in primis – a seguito di una giustizia superficiale e non equa e – in secundis – a ragione di trattamenti umilianti, degradanti, perpetrati da professionisti ben identificati i quali hanno violato il diritto all’INTEGRITÀ della mia persona (art.3 Carta dei diritti fondamentali UE).
Le azioni apparentemente regolari di tali professionisti hanno determinato sempre una effettiva riduzione dell’ordine e della veridicità nelle attività intraprese come patrocinatori e/o medici legali “di fiducia”.
Mi sono rivolta a loro in buona fede, rendendomi conto solo in un secondo momento che non basta un titolo per avere garanzia di etica.
La fiducia infatti si conferma nella verifica: nel momento in cui chiedevo legittimamente spiegazioni e informazioni attinenti all’iter delle pratiche civili o penali, mi si teneva in sospeso o venivo assalita con parole degradanti, accuse infondate e prepotenze tali da eludere le risposte che mi avrebbero fatto capire in tempo debito il nocumento che gli stessi professionisti mi stavano consapevolmente arrecando. Rimanevo così spiazzata e impotente finché, una volta scoperto il danno inflittomi, era troppo tardi per porvi rimedio. I professionisti per contro rispondevano di essere “intoccabili” o che “i giudici non leggono le carte e danno sempre ragione a noi e ai nostri testimoni” (i testimoni erano sempre colleghi di studio).
Tutto ciò documento ampiamente nei carteggi che sono in grado di produrre. In essi risulteranno inoltre evidenti gli errori valutativi, le incongruenze, le incompatibilità presenti nelle sentenze. Chiedo agli Ispettori del Ministero della Giustizia che tali anomalie siano raffrontate all’ampia documentazione e agli elementi probatori da me prodotti in giudizio e non considerati dai Giudici durante gli iter procedurali.
Da ciò che si è verificato si desume che:
- il disordine è stato contrapposto all’ordine e alla precisione
- lo scredito della mia persona è stato contrapposto al rispetto dei valori etici fondamentali e professionali
- la menzogna è stata contrapposta al vero oggettivo e logico deduttivo
- le garanzie disattese e la persecuzione sociale e giudiziaria si sono contrapposte alle mie richieste di chiarezza e di rendere pubblici gli eventi nella loro globalità (non solo parzialmente e in modo inesatto).
Si deduce che la disparità di trattamento di fronte alla legge – tra un avvocato e un semplice onesto cittadino – è inequivocabile: il coraggio (espresso da un cliente) di esporre oggettivamente le anomalie e la staticità di una tutela legale è stato interpretato come un’offesa e ripagato con la surreale accusa di diffamazione (quando, invece è proprio il cliente ad essere stato fortemente danneggiato).
A Voi, ragionevoli e attenti lettori, grazie per il sostegno morale.
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