Nicaragua: si fermi subito la spirale di violenza

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La repressione e l'uso indiscriminato della forza da parte della Polizia nazionale nicaraguense e delle forze paramilitari filogovernative è stata la risposta messa in atto dal regime orteguista alle legittime richieste del movimento spontaneo di protesta civica - composto da una larga parte della società civile, dell'opinione pubblica e dalla quasi totalità delle rappresentanze del settore privato - che da metà dello scorso aprile è sceso in piazza contro la Riforma del Sistema Previdenziale nazionale e, in seguito alle prime uccisioni, per chiedere la rinuncia del presidente e il ripristino della democrazia nel paese. 

Dal 19 aprile si è innescata una tale spirale di violenza, con gravi atti di crudeltà ed efferatezza, che ad oggi si contano già oltre le 320 persone uccise di cui 253 per colpi da arma da fuoco al petto o alla testa a dimostrazione del chiaro intento di uccidere; 2500 feriti e 158 persone rapite o sequestrate (Fonte: ANPDH aggiornata al 2 luglio 2018). I numerosi esecrabili episodi di violenza contro la popolazione disarmata sono documentati da immagini e testimonianze che provano la diretta responsabilità della polizia nazionale e delle bande paramilitari filogovernative nei massacri. Atti di questo genere sono inammissibili sotto ogni punto di vista e ricordano tristemente altre vicende già accadute, in Argentina negli anni ’70, in Ruanda negli anni ’90 solo per fare alcuni esempi che ancora oggi, a distanza di molto tempo, il mondo ricorda con orrore.

La stessa Unione Europea ha condannato con una risoluzione del 31 maggio l’uso indiscriminato della forza utilizzato dal Governo nicaraguense dall'inizio delle proteste, denunciando lo stato di corruzione e di autoritarismo della Repubblica del Nicaragua.

È urgente che la violenza cessi e si dia seguito a quanto previsto dagli accordi firmati nell’ambito del Tavolo di Dialogo Nazionale presieduto dalla CEN - Conferenza Episcopale Nicaraguense e sottoscritti dal Governo lo scorso 15 giugno in relazione ai quali il regime di Daniel Ortega ha fatto solo minime concessioni permettendo solo l’ingresso nel paese di un monitoraggio della Commissione Interamericana per i Diritti Umani e dell’Alta Commissione ONU per i Diritti Umani.

Pertanto chiediamo:

1.      La cessazione di ogni forma di violenza e minaccia all’integrità fisica, psichica e morale della popolazione;

2.      la creazione di garanzie per l’esercizio e la difesa dei diritti umani;

3.      la garanzia da parte del Governo del Nicaragua alle rappresentanze dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, Organizzazione degli Stati Americani e Unione Europea di piena autonomia operativa per indagare sui casi di abuso e violazione dei diritti umani e garantire supporto tecnico nella gestione dei negoziati per la pace, come peraltro previsto dall’accordo firmato in data 15 giugno 2018 nell’ambito del Tavolo di Dialogo e Mediazione anche dal Governo del Nicaragua;

4.      L’immediato smantellamento delle squadre paramilitari operanti in Nicaragua per riconsegnare alle Istituzioni proprie del Paese, tra cui l’esercito, le funzioni che gli sono deputate.

5.      Rendere pubbliche le carceri clandestine create per incarcerare gli oppositori politici sequestrati indebitamente; permetterne l’accesso alle celle ai rappresentanti della CIDH e del Mecanismo Especial de Seguimiento para Nicaragua (MESENI) per monitorarne lo stato di salute psico-fisica e prevederne la scarcerazione immediata.

Soprattutto, si chiede che sia resa urgentemente operativa la “Commissione della Verità, Giustizia e Pace” con la partecipazione di attori nazionali indipendenti di tutti i settori e di attori internazionali autorevoli e credibili - ONU, OEA e UE - in modo da garantire e restituire credibilità ad un processo di dialogo nazionale teso a ripristinare nella Repubblica del Nicaragua uno stato di giustizia e democrazia e sino ad ora paralizzato dal rifiuto del regime di discutere seriamente della democratizzazione del paese.



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