Actualización de la peticiónDanaro pubblico non a mafie ma a nuove attività culturali, artistiche e opere liriche misconosciute.Il simbolismo esoterico in TURANDOT.

roberto caforioilFattoQuotidiano.it, Italia
6 abr 2016
Vorrei illustrare gli elementi principali della simbologia esoterica di una mia opera lirica dal titolo TURANDOT O LE MILLE E UNA LUNA che costituisce la naturale continuazione della quasi omonima TURANDOT, rimasta incompiuta, ultimo melodramma del maestro Giacomo Puccini. Per ben comprendere tale simbologia invito, chi non lo avesse fatto, a leggere attentamente l'aggiornamento precedente sulla simbologia esoterica. Lo scopo è quello di rendere tutti partecipi del linguaggio simbolico-esoterico occultato con cui le élite comunicano fra di loro.
Rammento brevemente che la storia della TURANDOT di Giacomo Puccini è tratta tramite le opere dei drammaturghi tedesco Friedrich Schiller e veneziano Carlo Gozzi dalla raccolta di antiche fiabe persiane de I MILLE E UN GIORNO, parallela a quelle de LE MILLE E UNA NOTTE.
Nell'opera pucciniana in 3 atti e 5 quadri, con librettisti Giuseppe Adami e Renato Simoni, si racconta la storia di un'algida principessa cinese ( con ambientazione a Pechino in un'epoca leggendaria ) che, per accondiscendere al volere dell'imperatore padre Altoum, il quale ha bisogno di un erede per far continuare la propria stirpe, pur non volendo convolare a nozze con alcuno, emana un editto per cui un principe, di qualsivoglia stirpe reale, per chiedere la sua mano è obbligato a risolvere tre enigmi, purtuttavia, in caso negativo, sarà soggetto alla tremenda scure o bipenne. Costei intende in tal modo vendicare una propria antenata, Lou-Ling, principessa rapita, violentata e uccisa da un principe tartaro ( contrappasso ). Molti sono i principi che falliscono e finiscono nelle mani del boia, ma appare all'orizzonte un principe tartaro ( guarda caso ) --- e vedremo che anche questo sarà un contrappasso --- in fuga dai propri nemici ed in incognito per non essere perseguitato, il quale, dopo averne perse le tracce, incontra nuovamente tra la folla il padre Timur con la sua ancella Liù, da sempre innamorata del principe il cui vero nome è Calaf. Questi, folgorato dalla bellezza sconvolgente della principessa Turandot, che appare dall'alto in pubblico, decide di affrontare gli enigmi per poter vincere la sua mano. Per farla breve, costui riuscirà a risolvere i 3 enigmi con le giuste risposte ( speranza - sangue - Turandot ) e a chiedere la mano della gelida principessa. Ma costei non ha nessuna intenzione di rispettare la parola data per cui Calaf le pone a sua volta un solo enigma da risolvere e cioè indovinare il suo nome ma entro l'alba: se Turandot vi riuscirà lui si consegnerà al boia, altrimenti ella dovrà sposarlo. Tra gli altri personaggi appaiono i tre buffi ministri Ping, Pong, Pang. La folla, minacciata di morte dalla principessa, è costretta a cercare notizie in tal senso prima dell'alba. Qualcuno avvisa i reali che Timur, padre di Calaf, è stato avvistato con il principe in questione. A questo punto interviene la povera schiava Liù che, per evitare o la morte del sospirato Calaf o quella del padrone Timur, si offre quale unica persona a conoscenza di tale nome, sacrificandosi con un pugnale sottratto ad una guardia imperiale all'ultimo momento prima di poter rivelare il nome, tradendolo, del suo amato principe. In tal modo Calaf è salvo e potrà sposare la principessa che diverrà la nuova imperatrice. Dopo l'aria cantata dal basso Timur, addolorato dalla morte della sua ancella Liù, si conclude l'opera del maestro Puccini del cui finale vari autori, da Franco Alfano in poi, hanno dato diverse versioni.
Il mio intento, invece, non è stato quello di fornire una versione alternativa del finale dell'opera pucciniana, bensì quello di continuare la trama con tutti i risvolti simbolici del caso con un'opera a sé stante. Tale melodramma tragico, che ho avuto l'ardire di comporre, ha la durata di circa 3 ore in cui ben si evidenziano le tematiche mitopoetiche.
In TURANDOT vi è la tipica simbologia massonica del SOLE e della LUNA in quanto Calaf ( All'alba vincerò ) rappresenta il sole e TURANDOT, con i continui riferimenti alla luna del coro: Perché tarda la luna ecc., simboleggia la luna. Oltre a Turandot che rappresenta mitologicamente il ciclo della LUNA, Calaf il simbolo del SOLE, Liù, a sua volta è l'immagine della TERRA. Sussistono, quindi, 4 piani di lettura: il primo letterale, il secondo poetico, il terzo mitologico e il quarto esoterico secondo lo schema dei quattro sensi cui accennò il poeta Dante Alighieri nelle sue opere. Dal punto di vista mitopoetico ciò significa che CALAF–SOLE, che illumina ora la LUNA ora la TERRA, nel periodo in cui TURANDOT-LUNA si frappone tra lo stesso SOLE e LIÙ-TERRA rimane completamente sconvolto da cotanta bellezza illuminata di riflesso dalla luce del suo stesso astro: ( da qui le 1001 luna ! anche perché si rifà alla raccolta originaria de I MILLE E UN GIORNO ). IL SOLE, essendo potente quale stella con la sua luce fecondatrice, è in grado di superare i vari ostacoli rappresentati dagli enigmi da indovinare, ma alla fine della fase lunare torna ad essere attratto dalla bellezza duratura di LIÙ-TERRA che, poeticamente parlando, coincide con il riconoscimento del vero amore da parte di CALAF come indicato nell'aria da me composta: TU DELLE DONNE, durante la SCENA DELLA MELANCONIA in cui CALAF disprezza la fama e la gloria vanamente perseguite nel corso della SCENA DELLA BATTAGLIA. In risposta a questa vi è l'aria di LIÙ: Sì, SARÒ VIVA dove ella afferma che rimarrà per sempre viva nel cuore del suo amato imperatore e a cui segue inevitabilmente uno struggente duetto d'amore durante la SCENA DELL’ AMORE. LIÙ ritorna, infatti, nei sogni dell'uno e negli incubi dell'altra, TURANDOT-LUNA: costei è rosa dai rimorsi, sentendosi colpevole per aver fatto giustiziare vari prìncipi che le appaiono nei suoi incubi come anime vaganti nella SCENA DEL RIMORSO, quali stelle che essendo più lontane del Sole non sono in grado di fecondarla con la loro luce e non sono quindi vincenti come il Sole stesso, ed è responsabile altresì del sacrificio di LIÙ; perciò teme, a giusta ragione, che CALAF possa essersi innamorato della sua rivale. In questa situazione fanno da corollario i ministri PING, PONG, PANG che incarnano quali satelliti le coscienze dei tre personaggi principali, dando strane o buffe interpretazioni nella SCENA DELLA NOSTALGIA, oltre agli alleati del SOLE da una parte come TIMUR che, in quanto genitore di CALAF–SOLE, simboleggia mitologicamente la stella cometa da cui si sarebbe evoluta la vita nel nostro sistema solare, e della LUNA dall'altra, le donne di servitù, che, dopo aver lavorato nella reggia, cantano in coro al tramonto: DEL SOL SPENTO È IL RAGGIO (… ma non di luna… ), durante la SCENA DELLA GIOIA. TURANDOT intraprende un lungo percorso verso la piena consapevolezza dell'amore tramite la legge del contrappasso, per cui gli enigmi le si ritorcono contro nel duetto con CALAF ( mentre TIMUR commenta appartato con timore ) nella SCENA DELLA RIVELAZIONE, e il ricordo di LIÙ ( l' amerai anche tu ! ) allorché canta con amara rassegnazione: TU CHE DI GEL SEI CINTA ( con musica e melodia diverse rispetto alla versione pucciniana di Liù ), rammentandosi delle parole pronunciate dall’ancella prima di morire. Siffatto percorso trova il suo compimento finale nella GRANDE ARIA: IL TERROR DELLA MIA AVA in cui ella riconosce che la vendetta da lei perpetrata per le violenze subite in occasione della tragica morte della sua antenata LOU - LING non è un buon viatico al contrario di quanto lo sia l'amore che scopre di provare per il principe tartaro ( che appartiene alla stessa stirpe di colui che seviziò la sua ava e, in quanto uomo, in precedenza considerato suo nemico ). Ella è inevitabilmente indotta al suicidio poetico, dopo tale aria, nella SCENA DELLA MORTE, allorquando si rende conto che CALAF-SOLE è completamente attratto da LIÙ-TERRA, essendo fatalmente scosso dal destino infausto che ne ha stroncato l'esistenza; pertanto, TURANDOT non vuol esser da meno della schiava offrendosi invero al sacrificio estremo per restituire al consorte la sua piena libertà in nome dell'amore, rimanendo ella stessa sì tragicamente travolta, mentre sopraggiungono, sul far dell’alba, i tre ministri che cadono ad uno ad uno al suolo, sopraffatti dal dolore alla vista della loro imperatrice moriente. Tale fine le era stata drammaticamente preannunciata dalla MAGA MAKKA, un personaggio proveniente dall'AFRICA con voce di contralto, da me aggiunto, la quale aveva tentato invano di metterla in guardia dal pericolo con la sua aria: DI TENÈBRE L' ETRA AVVOLTO durante la SCENA DELLA TEMPESTA che si era scatenata nei giardini della reggia imperiale, al termine della giornata di lavoro delle donne succitate, dopo che esse avevano ormai fatto ritorno alle loro dimore. Nel corso dell’aria i cortigiani e le cortigiane si uniscono alla speranza della Maga Makka in un destino non così infausto della loro imperatrice con il coro: ALLIETI DI MAKKA CON QUESTA SPEME IL COR. CALAF, nel frattempo, si è avviato definitivamente verso la sua terra d'origine, alla fine della SCENA DELL’ ADDIO, con il padre TIMUR che in precedenza aveva cantato tutta la sua gioia nell'aria: DOLCE MIA TERRA, nella SCENA DELLA SPERANZA, avendo appreso dal figlio l'intenzione di voler tornare in patria, non senza aver temuto per la vita di costui. Nell'ultimo atto, il quinto, nella SCENA DELL’ONORE, un mandarino, tenore, poco prima dell'alba, canta a lungo le lodi di TURANDOT davanti alla gente sparsa attorno al feretro, nella quale occasione si rivolge al popolo, fortemente addolorato, con l'appellativo poetico di cuore di Pekino, a suggello di quella purezza ( o purità come dir si voglia ) donde si fregia la stessa principessa cui è assegnato il titolo di imperatrice tramite il rito ierogamico col dio CALAF-SOLE dopo la morte dell'imperatore padre ALTOUM. Questi, in quanto strumento della coscienza di TURANDOT, nel momento in cui essa raggiunge le sue consapevolezze, da quel che si desume, svanisce poeticamente come svaniva LIÙ dopo essere apparsa nei sogni dei due sposi novelli. Indi, fanno da eco al mandarino la folla, la MAGA MAKKA, PING, PONG, PANG, i cortigiani e le cortigiane che, nella SCENA DELLA GLORIA, riversano tutto il loro dolore nello struggente coro finale dedicato alla bellissima, tanto temuta quanto amata, imperatrice: TURANDOT, BELLA IMPERATRICE. Dopo aver esaurientemente illustrato l’aspetto poetico e quello mitologico, tenendo conto del fatto che il significato letterale è scontato e di per sé poco comprensibile se non corroborato dagli altri sensi, è d’uopo evidenziare il quarto senso, quello esoterico, che trova riscontro nel credo rosacrociano, tramite, ripeto, i manifesti simboli massonici del sole e della luna, e con il tema, caro alla ROSA ROSSA E CROCE D’ORO – ALBA DORATA e dei rosacrociani in generale, cioè, appunto, l’ALBA, foriera di morte, con i relativi sacrifici umani.Tali sacrifici erano già indiscutibilmente presenti nella versione originaria del Maestro Giacomo Puccini, cioè il supplizio di Lou-Ling vendicato con la regola del contrappasso da Turandot tramite le esecuzioni dei prìncipi al tramonto ( quindi nel periodo di discesa del Sole e di ascesa della Luna con invocazione alla Luna stessa ), i quali non avevano risolto gli indovinelli posti dalla gelida principessa, cui fa seguito il sacrificio di Liù, e, nella mia versione, quello della stessa imperatrice, all’alba ossia al ritorno del Sole. Infatti, il numero totale delle scene distribuite fra il PROLOGO, successivo alla SINFONIA, e i 5 ATTI nella mia opera, ammonta a 13, una cifra fortemente indicativa, poiché il 13 è il numero della morte, ma anche della rinascita, come specificato da Turandot quando, prima dell’atto estremo, rivela: “ Rinasce in me quella signora che era estinta, allor che la tigre del cielo configgeva le sue granfie ! ”. Ciò è la naturale continuazione della frase pronunciata dalla stessa TURANDOT nell’opera pucciniana quando, riferendosi all’antenata LOU-LING, nell’aria IN QUESTA REGGIA, afferma: “ Ah, rinasce in me l’orgoglio di tanta purità ! ”. Inoltre, il numero delle scene nella mia opera è come segue: PROLOGO: 1 SCENA; ATTO PRIMO: 3 SCENE; ATTO SECONDO: 3 SCENE; ATTO TERZO: 3 SCENE; ATTO QUARTO: 1 SCENA; ATTO QUINTO: 2 SCENE. ll totale delle scene è appunto 13 = morte e rinascita, mentre la prima scena del prologo rievoca la figura di Dio ( 1 ) o del G.A.D.U. ossia Grande Architetto dell'Universo, il dio massone. Sommando le scene del prologo e del primo atto abbiamo 4 = perfezione, mentre prevale il numero 3 delle scene in 3 atti diversi. 3 è un simbolo frequente presso rosacrociani e massoni: alcuni dignitari della massoneria scozzese sono definiti “ Principe di Mercede ” o Scozzese Trinitario ( infatti ciò ricorda l’emblema della Trinità ); la loro assemblea o capitolo si chiama Terzo Cielo; hanno per simbolo un Palladium o statua della Verità, rivestita come Beatrice nel Paradiso dei 3 colori verde, bianco e rosso: rappresentano le 3 virtù teologali: Speranza, Fede e Carità / Amore. Verde, bianco e rosso sono i colori di Beatrice che saranno scelti dai massoni fondatori dell'Italia per raffigurare la bandiera italiana. Sommando il 3 delle scene del secondo atto con le 4 precedenti si ha 7 che è il numero degli opposti del sigillo di Salomone, numero per eccellenza che indica i rosacrociani e si trova nell'apocalisse con le 7 coppe e i 7 angeli, oltre ad indicare le 7 porte con 7 chiavi del tempio di Salomone, le 7 porte dell'Inferno e i 7 angeli caduti. Sommando le 3 scene del terzo atto alle precedenti abbiamo 10 = numero della vittoria sui nemici ( di Calaf-Sole: vittoria del sole o nuovo Lucifero in Terra, indicato anch'esso col numero 7 ) come le 10 sephiroth, centri energetici, dell'albero della vita della tradizione ebraica e come il 10° grado della massoneria: cavaliere eletto dei 15 con significato di vittoria sul nemico. In particolare la scena 8 = giustizia come l'11: più propriamente l'11 indica la vendetta, essendo la somma del numero 515 dei versi di distanza di ciascuna profezia di Dante nella Commedia, il quale numero indica da palindromo come il 666 = 6x3 = 18 ( anch'esso numero di versi distanti da una profezia dantesca all'altra ) il percorso in avanti e indietro nel tempo con la conoscenza dell'occhio onnisciente di Lucifero rapportabile alla conoscenza che va oltre lo spazio e il tempo che ciascuno può ottenere tramite la ghiandola pineale e al, contempo, il percorso iniziatico in alto e in basso del massone con la Janua Coeli e la Janua Inferi dei due San Giovanni e di Giano bifronte. La scena 9 = tradimento come il 9° cerchio dell'Inferno riservato ai traditori. L'11 ( = vendetta e quindi i vari contrappassi ) lo troviamo sommando la singola scena del quarto atto con le 10 precedenti. Con le 2 scene del quinto atto si arriva a 13 = morte e rinascita. In particolare la 12° scena, quella dell'onore, rievoca la figura della vittima sacrificale che si ritrova nella carta 12 dei tarocchi, mazzi rosacrociani, con l'appeso a testa in giù per indicare il debitore-traditore ucciso in tal modo nei secoli medievali, e nella mia opera è rappresentato dal feretro della imperatrice mostrato al pubblico; mentre, evidentemente, l'ultima scena, la tredicesima, quella della gloria, in cui tutti esaltano, celebrandola, la figura della imperatrice deceduta si segnala la morte della vecchia algida principessa con la rinascita della nuova signora imperatrice, la quale ha raggiunto la consapevolezza dell'amore prima dell'estremo sacrificio.
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