Modifica del congedo parentale:maggior tempo da dedicare ai figli e dignitosa retribuzione

Firmatari recenti
Andrea Amelio e altri 19 hanno firmato di recente.

Il problema

L’obiettivo di questa petizione è portare l’attenzione alla normativa sulla maternità e congedi parentali, migliorandola in termini di durata di mesi di astensione dal lavoro, quindi tempo maggiore da dedicare ai figli, e dignitosa retribuzione al fine di tutelare le famiglie e soprattutto i bisogni, il benessere e la salute dei bambini e dei loro genitori, intesi come investimento per la salute della collettività a breve, medio e lungo termine.

Questa petizione nasce dalla riflessione di una madre mentre guardava, in una mattina qualunque, sua figlia di appena 3 mesi dormirle beatamente addosso, dopo una notte difficile trascorsa ad allattare ed accudire. Riflessione nata perché quella madre sarebbe dovuta rientrare al lavoro anziché rispondere ai bisogni della figlia. 

Secondo la normativa dello Stato Italiano una madre ha diritto a 5 mesi di astensione dal lavoro per la maternità obbligatoria retribuita all’80%. Se si è astenuta dal lavoro all’ottavo mese di gravidanza o al nono, dopo 3-4 mesi dal parto è previsto il rientro a lavoro da parte della madre, se vuole percepire uno stipendio dignitoso. Dignitoso perché se la lavoratrice madre lo desidera, ma soprattutto se può permetterselo economicamente, può usufruire del congedo parentale (Dlgs. n. 151/2001) in gergo la “maternità facoltativa”, retribuita al 30% per un totale di 6 mesi da sfruttare entro i primi 6 anni di vita del bambino (Considerato che nel 2020 lo stipendio medio in Italia è stato pari €1.605,30 netti al mese (su 13 mensilità), il 30% corrisponde a 481,59€, cifra che non consente, nella maggior parte dei casi, neanche di pagare in autonomia un mutuo o un affitto). Dopodiché, una lavoratrice madre è costretta a rientrare a lavoro avvalendosi fino all’anno di vita del diritto alla “riduzione” di orario per l’allattamento: 1 ora se le ore di lavoro sono inferiori a 6 al giorno, o di 2 ore se uguali o superiori alle 6 ore al giorno (come se i bambini avessero bisogno delle madri ad orario).

Dal sito dell’INPS “Il congedo parentale è un periodo di astensione facoltativo dal lavoro concesso ai genitori per prendersi cura del bambino nei suoi primi anni di vita e soddisfare i suoi bisogni affettivi e relazionali”. Pertanto, secondo lo Stato Italiano, i genitori lavoratori possono “prendersi cura del bambino nei suoi primi anni di vita e soddisfarne i bisogni affettivi e relazionali” entrando a lavoro entro i suoi 9/10 mesi di vita (sfruttando la maternità obbligatoria e tutti i mesi del congedo parentale) o prima se desiderano fruire di qualche settimana o mese del congedo entro i 6 anni del bambino, con una retribuzione pari al 30% dello stipendio, come si evince dalla normativa. 
Ciò che è stato sopra descritto riguarda la “realtà” delle lavoratrici dipendenti. Realtà tra virgolette, perché in troppi casi la madre lavoratrice si sente costretta a rinunciare al congedo parentale o alla riduzione di orario per paura del licenziamento, paure fondate su casi di mobbing all’interno dell’ambiente di lavoro da parte sia del datore che dei colleghi, dove la madre viene giudicata opportunista ed improduttiva.
La realtà delle lavoratrici autonome è ben diversa; la disparità tra una lavoratrice dipendente e una autonoma è abissale in termini di tutela della maternità e del post partum. Per una lavoratrice autonoma la retribuzione della maternità, dove prevista, (versata profumatamente negli anni) viene incassata dopo molti mesi dalla data del parto, se in pari con i contributi da versare dell’anno in cui è stata fatta richiesta di maternità. Non sono previsti sconti, agevolazioni ne riduzioni ma solo un nome, un posto e dei clienti da mantenere.  
Quindi se una lavoratrice dipendente non può permettersi di vivere dignitosamente con il 30% del suo stipendio, deve tornare a lavoro a tre o quattro mesi di vita del figlio, barattando quasi lo stipendio per nido o babysitter mentre i più fortunati potranno lasciarlo a nonni, zii etc   
Ma soprattutto deve tornare a lavoro con la sensazione che le manchi un organo o un arto, con il cuore lacerato in due parti per aver lasciato il suo cucciolo d’uomo prematuramente: il legame simbiotico col bambino continua dopo il parto per altri nove mesi fuori dalla pancia (esogestazione) e in questo periodo la madre è messa a dura prova dai ritmi dell’accudimento (dolori estesi a tutto il corpo e stanchezza cronica). Come possiamo aspettarci che sia  lucida e con la mente fresca per poter lavorare senza fare errori o danni?

Chi ha fatto questa legge ha idea di come dorme una mamma (sia fisicamente che mentalmente) che accudisce un bambino? 

Ha idea del numero di risvegli che ha un bambino (per vari motivi - dentizione, scatto di crescita, regressione del sonno, malattie o fastidi, incubi, reazione vaccinale etc..)? 

Ha idea dell’innato bisogno di un bambino di stare con la sua mamma e viceversa? 

Ha presente il volto di un lattante di tre o quattro mesi di vita? 

È dimostrato scientificamente che i risvegli notturni sono fisiologici fino ai 3 anni, che l’allattamento al seno a richiesta è la norma biologica, raccomandato esclusivo fino ai 6 mesi, complementare fino a 12 mesi e fortemente consigliato fino ai due anni ed oltre (come suggerisce l’OMS), che l’accudimento ad alto contatto di giorno e di notte è salutare per l’autostima e la futura indipendenza del bambino, che i primi 1000 giorni di vita del bambino sono le fondamenta per il futuro adulto che sarà. 

Viviamo in un'era in cui, non sono solo idee, o buone intenzioni o istinto materno ma, sono le numerose ricerche scientifiche sviluppate da un'intera branca della psicologia dimostrano l'importanza dell'accudimento e della presenza del caregiver (madre, padre, o figura di riferimento primaria) sullo sviluppo dei processi cognitivi, psicologici, emotivi e relazionali del bambino. 
Per citarne solo alcuni dei piú importanti: il pioniere Bowlby con la teoria dell'attaccamento secondo la quale il bambino ha una predisposizione innata a instaurare un legame di attaccamento nei confronti della persona che piú si occupa di lui, legame che vede il caregiver come base sicura sulla quale costruire i modelli operativi interni relazionali che saranno la base di tutte le relazioni future; Ainsworth con la ricerca Strange Situation va a sottolineare come un attaccamento sicuro dato dalle cure amorevoli del caregiver predispone allo sviluppo del senso di fiducia del sé e nei confronti degli altri, della capacità di esplorazione e del consolidamento dell' autonomia; Harlow con l'esperimento della mamma "dura" e quella "morbida" va ad indagare l'importanza del contatto fisico, del calore corpo a corpo, della presenza intesa in termini fisici della madre per soddisfare il bisogno di protezione e sicurezza; e ancora Lorenz; Spitz, Winnicot, Main, Fonagy. 
In generale quindi si parla di supporto allo sviluppo cognitivo, all'autonomia e all'indipendenza, alla formazione del Sé, alle capacità relazionali ed emotive ovvero tutto quello che rappresenterà il futuro Essere dei bambini. 

Inoltre vari aspetti sociali fanno si che il nucleo familiare ristretto si ritrovi a doversi occupare della crescita dei bambini quasi in completa autonomia senza alcun aiuto esterno: la comunità non ha più il ruolo di accogliere, contenere e sostenere le famiglie nella cura dei bambini e le famiglie appena formate ormai si allontanano dalla famiglia d'origine; in più con l'avanzare dell'età pensionabile i nonni ancora giovani sono impegnati con il lavoro e quelli in pensione spesso troppo anziani per riuscire ad occuparsi di bambini piccoli. 
Ma come può tutto questo conciliarsi con una mamma lavoratrice a tempo pieno? 

Poi ci chiediamo perché il numero dei nuovi nati nel Nostro Paese è in continua diminuzione. 

Ci chiediamo perché il numero medio di figli per ogni donna Italiana è 1.18 (dato del 2019), in continua diminuzione rispetto agli anni precedenti. 

Ci chiediamo perché l’età media in cui si fa un primo figlio aumenta sempre di più con conseguenze dannose sulla gravidanza, sul parto e sulla salute perinatale. 

Ci chiediamo perché il tasso di allattamento al seno esclusivo crolla drammaticamente dopo il quarto mese di vita (dato istat 2015). 

Ci chiediamo perché succede che vengono dimenticati i figli in macchina. 

Molte mamme vedono come unica soluzione il licenziamento, considerato che se avviene entro l’anno di vita del bambino si ha diritto alla disoccupazione, infatti il tasso di occupazione lavorativa femminile in Italia si aggira intorno al 50% (30% circa nelle isole e nell’Italia meridionale), dato nettamente inferiore alla media Europea. 

Dovremmo cercare la soluzione a queste realtà andando a monte del problema e non mettendo toppe. 

Ci dimentichiamo i figli in macchina? Ecco la legge sull’obbligo del sensore anti abbandono.

Devo lavorare la mattina e quindi devo riposare bene? Sospendiamo l’allattamento al seno notturno a favore di un super biberon con latte adattato e biscotti e sicuramente il bambino  dormirà tutta la notte. 

Devo lasciare mio figlio a quattro mesi? Inizio lo svezzamento precoce con prodotti baby food fortemente pubblicizzati ed ecco che può essere nutrito da chiunque. 

Mi sento stanca? Prendo delle vitamine. 

Mi sento frustrata e in colpa? Prendo uno stabilizzatore dell’umore. 

Le donne in Italia non fanno figli? Istituiamo il bonus bebè (800€ una tantum, un premio che dovrebbe incentivare a fare un un figlio).

Il datore di lavoro non mette la lavoratrice madre nelle condizioni di conciliare maternità e lavoro? Ecco il diritto al licenziamento entro l’anno di Vita per avere diritto alla disoccupazione (come se una donna non avesse a cuore il suo specifico lavoro, tanto aspirato e sudato).

Ci rivolgiamo a Lei Dottoressa Elena Bonetti, Ministro delle pari opportunità e dei diritti delle famiglie. 

Davvero queste sono le soluzioni che lo Stato propone? 

Noi, donne e uomini, madri, padri e non, non siamo più disposti ad accettare queste soluzioni. 
Vorremmo soluzioni che possano consentire alle madri e ai padri di scegliere quando rientrare a lavoro.  
Soluzioni che consentano di accompagnare i bambini durante i loro primi anni di vita nella formazione delle competenze sopra descritte, nel loro percorso di crescita e nella scoperta del loro Sé, delle loro potenzialità e delle loro attitudini. Soluzioni che appunto mirino a tutelare il benessere e i bisogni delle famiglie, intese come azioni di prevenzione, un’investimento per la salute della collettività a medio lungo termine; un bambino felice oggi sarà un adulto migliore domani (Convenzione ONU 1989).  
Chiediamo quindi che venga rivista la legge sulla maternità e sui congedi parentali, migliorandola in termini di durata dell’astensione dal lavoro e dignitosa retribuzione come accade in molti paesi del Nord Europa. 
Chiediamo che tutte le donne lavoratici, dipendenti e autonome, abbiano pari diritti e che vengano azzerate le disparità.  
Chiediamo che tutti i padri, dipendenti e autonomi, abbiano agevolazioni e maggior tempo per dedicarsi ai primi mesi di vita del figlio e alla collaborazione familiare.  
Le donne, madri lavoratrici, non devono più sentirsi costrette a licenziarsi per avere la possibilità di crescere il figlio. Non devono sentirsi giudicate come opportuniste, furbe, inaffidabili ed improduttive per astenersi temporaneamente dal lavoro. Non devono controllare la propria fertilità sulla base delle necessità aziendali, presunte o reali. Non devono rimandare o addirittura rinunciare al desiderio di diventare madre per paura di perdere il lavoro, lavoro che si sono faticosamente guadagnate negli anni. 
Non devono rinunciare al desiderio di maternità per paura di perdere clienti o per paura di non avere la possibilità economica di crescere un figlio.

Pertanto, considerato quanto sopra detto e prendendo spunto da altri Paesi Europei, come gli apripista Paesi scandinavi (Norvegia, la Svezia, la Finlandia, la Danimarca) e dal modello Spagnolo e Tedesco, proponiamo le seguenti soluzioni: 

- In merito alla tutela della maternità, chiediamo che ogni donna possa scegliere di astenersi dal lavoro, anche per i lavori non a rischio, durante il primo trimestre di gravidanza, oltre che negli ultimi 1/2 mesi come prevede la legge. Il primo trimestre di gravidanza non è spesso rosa e fiori; nausea, emesi e stanchezza sono nella maggior parte dei casi, i sintomi protagonisti in questi primi mesi portando la gravida a non avere abbastanza forze neanche per alzarsi dal letto. Inoltre l’embriogenesi, che avviene appunto nei primi tre mesi, è un fenomeno delicato e ogni donna dovrebbe avere il diritto di poter riposare, se lo desidera.
- Chiediamo che il congedo parentale (facoltativo) venga esteso a 21 mesi così  ripartiti: 
 - I primi 9 mesi con retribuzione pari all'80% dello stipendio   
 - I successivi 6 mesi , continuativi o frazionati, con retribuzione pari al 50% dello stipendio, fruibili entro i 36 mesi di vita del bambino, per chi lo desidera. 
 - Altri 6 mesi , continuativi o frazionati, retribuiti al 50%, fruibili fino ai 12 anni del bambino 

- Chiediamo la possibilità del caregiver di richiedere la riduzione di orario fino ai 3 anni di vita del bambino, così da tutelare il benessere dei bambini nei loro primi anni ed agevolare i genitori nella gestione familiare. Inoltre chiediamo la possibilità di avere altri 6 mesi continuativi o frazionati, retribuiti al 50%, fruibili entro i 12 anni del bambino.  

- Chiediamo che il congedo parentale sia fruibile dalla madre o dal padre, alternativamente, in modo non trasferibile, così da smuovere le basi culturali sull’accudimento dei figli, e da abbattere le discriminazioni fra uomini e donne nell’ambiente di lavoro. Sostenere l’uguaglianza di genere in termini di diritti e doveri della genitorialità  significa anche ridurre quel gap ancora troppo ampio che nel mondo del lavoro vede donne e uomini in due lati opposti della barricata.

- Chiediamo l’estensione della paternità obbligatoria fino a 40 giorni post nascita, anziché 10 giorni come previsto dalla normativa vigente cosicché entrambi i genitori siano coinvolti nella cura del figlio sin dai primi giorni di vita. 


- Chiediamo che ciascun genitore, alternativamente, in modo non trasferibile e non cumulabile, possa chiedere l’astensione dal lavoro per malattia figlio senza limiti temporali fino ai 12 anni di vita del figlio con retribuzione piena. 

- Chiediamo che i diritti sopra citati siano indistintamente usufruibili sia per i lavoratori dipendenti che autonomi che versano regolarmente i contributi previdenziali nelle casse di appartenenza. 

Tutti i diritti citati si intendono anche in caso di adozione o affidamento a partire dall’entrata in famiglia del bambino.

C’è un tempo per tutto. C’è tempo tutta un’intera vita per lavorare. I primi mesi e anni di vita di un bambino non tornano più.  
Dedicare un maggiore tempo alla crescita dei figli dovrebbe essere un diritto e una scelta possibile e attuabile dai genitori che lo desiderino.

La ringraziamo per aver letto la nostra comune necessità e ci auspichiamo che possa accoglierla. 

Pisa, 15/06/2021 

 

Veronica Lanza

Isabella Parisi 

Roberta Santoni 

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Veronica LanzaPromotore della petizioneSono una donna, ostetrica da 8 anni e mamma da 5 mesi.

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Andrea Amelio e altri 19 hanno firmato di recente.

Il problema

L’obiettivo di questa petizione è portare l’attenzione alla normativa sulla maternità e congedi parentali, migliorandola in termini di durata di mesi di astensione dal lavoro, quindi tempo maggiore da dedicare ai figli, e dignitosa retribuzione al fine di tutelare le famiglie e soprattutto i bisogni, il benessere e la salute dei bambini e dei loro genitori, intesi come investimento per la salute della collettività a breve, medio e lungo termine.

Questa petizione nasce dalla riflessione di una madre mentre guardava, in una mattina qualunque, sua figlia di appena 3 mesi dormirle beatamente addosso, dopo una notte difficile trascorsa ad allattare ed accudire. Riflessione nata perché quella madre sarebbe dovuta rientrare al lavoro anziché rispondere ai bisogni della figlia. 

Secondo la normativa dello Stato Italiano una madre ha diritto a 5 mesi di astensione dal lavoro per la maternità obbligatoria retribuita all’80%. Se si è astenuta dal lavoro all’ottavo mese di gravidanza o al nono, dopo 3-4 mesi dal parto è previsto il rientro a lavoro da parte della madre, se vuole percepire uno stipendio dignitoso. Dignitoso perché se la lavoratrice madre lo desidera, ma soprattutto se può permetterselo economicamente, può usufruire del congedo parentale (Dlgs. n. 151/2001) in gergo la “maternità facoltativa”, retribuita al 30% per un totale di 6 mesi da sfruttare entro i primi 6 anni di vita del bambino (Considerato che nel 2020 lo stipendio medio in Italia è stato pari €1.605,30 netti al mese (su 13 mensilità), il 30% corrisponde a 481,59€, cifra che non consente, nella maggior parte dei casi, neanche di pagare in autonomia un mutuo o un affitto). Dopodiché, una lavoratrice madre è costretta a rientrare a lavoro avvalendosi fino all’anno di vita del diritto alla “riduzione” di orario per l’allattamento: 1 ora se le ore di lavoro sono inferiori a 6 al giorno, o di 2 ore se uguali o superiori alle 6 ore al giorno (come se i bambini avessero bisogno delle madri ad orario).

Dal sito dell’INPS “Il congedo parentale è un periodo di astensione facoltativo dal lavoro concesso ai genitori per prendersi cura del bambino nei suoi primi anni di vita e soddisfare i suoi bisogni affettivi e relazionali”. Pertanto, secondo lo Stato Italiano, i genitori lavoratori possono “prendersi cura del bambino nei suoi primi anni di vita e soddisfarne i bisogni affettivi e relazionali” entrando a lavoro entro i suoi 9/10 mesi di vita (sfruttando la maternità obbligatoria e tutti i mesi del congedo parentale) o prima se desiderano fruire di qualche settimana o mese del congedo entro i 6 anni del bambino, con una retribuzione pari al 30% dello stipendio, come si evince dalla normativa. 
Ciò che è stato sopra descritto riguarda la “realtà” delle lavoratrici dipendenti. Realtà tra virgolette, perché in troppi casi la madre lavoratrice si sente costretta a rinunciare al congedo parentale o alla riduzione di orario per paura del licenziamento, paure fondate su casi di mobbing all’interno dell’ambiente di lavoro da parte sia del datore che dei colleghi, dove la madre viene giudicata opportunista ed improduttiva.
La realtà delle lavoratrici autonome è ben diversa; la disparità tra una lavoratrice dipendente e una autonoma è abissale in termini di tutela della maternità e del post partum. Per una lavoratrice autonoma la retribuzione della maternità, dove prevista, (versata profumatamente negli anni) viene incassata dopo molti mesi dalla data del parto, se in pari con i contributi da versare dell’anno in cui è stata fatta richiesta di maternità. Non sono previsti sconti, agevolazioni ne riduzioni ma solo un nome, un posto e dei clienti da mantenere.  
Quindi se una lavoratrice dipendente non può permettersi di vivere dignitosamente con il 30% del suo stipendio, deve tornare a lavoro a tre o quattro mesi di vita del figlio, barattando quasi lo stipendio per nido o babysitter mentre i più fortunati potranno lasciarlo a nonni, zii etc   
Ma soprattutto deve tornare a lavoro con la sensazione che le manchi un organo o un arto, con il cuore lacerato in due parti per aver lasciato il suo cucciolo d’uomo prematuramente: il legame simbiotico col bambino continua dopo il parto per altri nove mesi fuori dalla pancia (esogestazione) e in questo periodo la madre è messa a dura prova dai ritmi dell’accudimento (dolori estesi a tutto il corpo e stanchezza cronica). Come possiamo aspettarci che sia  lucida e con la mente fresca per poter lavorare senza fare errori o danni?

Chi ha fatto questa legge ha idea di come dorme una mamma (sia fisicamente che mentalmente) che accudisce un bambino? 

Ha idea del numero di risvegli che ha un bambino (per vari motivi - dentizione, scatto di crescita, regressione del sonno, malattie o fastidi, incubi, reazione vaccinale etc..)? 

Ha idea dell’innato bisogno di un bambino di stare con la sua mamma e viceversa? 

Ha presente il volto di un lattante di tre o quattro mesi di vita? 

È dimostrato scientificamente che i risvegli notturni sono fisiologici fino ai 3 anni, che l’allattamento al seno a richiesta è la norma biologica, raccomandato esclusivo fino ai 6 mesi, complementare fino a 12 mesi e fortemente consigliato fino ai due anni ed oltre (come suggerisce l’OMS), che l’accudimento ad alto contatto di giorno e di notte è salutare per l’autostima e la futura indipendenza del bambino, che i primi 1000 giorni di vita del bambino sono le fondamenta per il futuro adulto che sarà. 

Viviamo in un'era in cui, non sono solo idee, o buone intenzioni o istinto materno ma, sono le numerose ricerche scientifiche sviluppate da un'intera branca della psicologia dimostrano l'importanza dell'accudimento e della presenza del caregiver (madre, padre, o figura di riferimento primaria) sullo sviluppo dei processi cognitivi, psicologici, emotivi e relazionali del bambino. 
Per citarne solo alcuni dei piú importanti: il pioniere Bowlby con la teoria dell'attaccamento secondo la quale il bambino ha una predisposizione innata a instaurare un legame di attaccamento nei confronti della persona che piú si occupa di lui, legame che vede il caregiver come base sicura sulla quale costruire i modelli operativi interni relazionali che saranno la base di tutte le relazioni future; Ainsworth con la ricerca Strange Situation va a sottolineare come un attaccamento sicuro dato dalle cure amorevoli del caregiver predispone allo sviluppo del senso di fiducia del sé e nei confronti degli altri, della capacità di esplorazione e del consolidamento dell' autonomia; Harlow con l'esperimento della mamma "dura" e quella "morbida" va ad indagare l'importanza del contatto fisico, del calore corpo a corpo, della presenza intesa in termini fisici della madre per soddisfare il bisogno di protezione e sicurezza; e ancora Lorenz; Spitz, Winnicot, Main, Fonagy. 
In generale quindi si parla di supporto allo sviluppo cognitivo, all'autonomia e all'indipendenza, alla formazione del Sé, alle capacità relazionali ed emotive ovvero tutto quello che rappresenterà il futuro Essere dei bambini. 

Inoltre vari aspetti sociali fanno si che il nucleo familiare ristretto si ritrovi a doversi occupare della crescita dei bambini quasi in completa autonomia senza alcun aiuto esterno: la comunità non ha più il ruolo di accogliere, contenere e sostenere le famiglie nella cura dei bambini e le famiglie appena formate ormai si allontanano dalla famiglia d'origine; in più con l'avanzare dell'età pensionabile i nonni ancora giovani sono impegnati con il lavoro e quelli in pensione spesso troppo anziani per riuscire ad occuparsi di bambini piccoli. 
Ma come può tutto questo conciliarsi con una mamma lavoratrice a tempo pieno? 

Poi ci chiediamo perché il numero dei nuovi nati nel Nostro Paese è in continua diminuzione. 

Ci chiediamo perché il numero medio di figli per ogni donna Italiana è 1.18 (dato del 2019), in continua diminuzione rispetto agli anni precedenti. 

Ci chiediamo perché l’età media in cui si fa un primo figlio aumenta sempre di più con conseguenze dannose sulla gravidanza, sul parto e sulla salute perinatale. 

Ci chiediamo perché il tasso di allattamento al seno esclusivo crolla drammaticamente dopo il quarto mese di vita (dato istat 2015). 

Ci chiediamo perché succede che vengono dimenticati i figli in macchina. 

Molte mamme vedono come unica soluzione il licenziamento, considerato che se avviene entro l’anno di vita del bambino si ha diritto alla disoccupazione, infatti il tasso di occupazione lavorativa femminile in Italia si aggira intorno al 50% (30% circa nelle isole e nell’Italia meridionale), dato nettamente inferiore alla media Europea. 

Dovremmo cercare la soluzione a queste realtà andando a monte del problema e non mettendo toppe. 

Ci dimentichiamo i figli in macchina? Ecco la legge sull’obbligo del sensore anti abbandono.

Devo lavorare la mattina e quindi devo riposare bene? Sospendiamo l’allattamento al seno notturno a favore di un super biberon con latte adattato e biscotti e sicuramente il bambino  dormirà tutta la notte. 

Devo lasciare mio figlio a quattro mesi? Inizio lo svezzamento precoce con prodotti baby food fortemente pubblicizzati ed ecco che può essere nutrito da chiunque. 

Mi sento stanca? Prendo delle vitamine. 

Mi sento frustrata e in colpa? Prendo uno stabilizzatore dell’umore. 

Le donne in Italia non fanno figli? Istituiamo il bonus bebè (800€ una tantum, un premio che dovrebbe incentivare a fare un un figlio).

Il datore di lavoro non mette la lavoratrice madre nelle condizioni di conciliare maternità e lavoro? Ecco il diritto al licenziamento entro l’anno di Vita per avere diritto alla disoccupazione (come se una donna non avesse a cuore il suo specifico lavoro, tanto aspirato e sudato).

Ci rivolgiamo a Lei Dottoressa Elena Bonetti, Ministro delle pari opportunità e dei diritti delle famiglie. 

Davvero queste sono le soluzioni che lo Stato propone? 

Noi, donne e uomini, madri, padri e non, non siamo più disposti ad accettare queste soluzioni. 
Vorremmo soluzioni che possano consentire alle madri e ai padri di scegliere quando rientrare a lavoro.  
Soluzioni che consentano di accompagnare i bambini durante i loro primi anni di vita nella formazione delle competenze sopra descritte, nel loro percorso di crescita e nella scoperta del loro Sé, delle loro potenzialità e delle loro attitudini. Soluzioni che appunto mirino a tutelare il benessere e i bisogni delle famiglie, intese come azioni di prevenzione, un’investimento per la salute della collettività a medio lungo termine; un bambino felice oggi sarà un adulto migliore domani (Convenzione ONU 1989).  
Chiediamo quindi che venga rivista la legge sulla maternità e sui congedi parentali, migliorandola in termini di durata dell’astensione dal lavoro e dignitosa retribuzione come accade in molti paesi del Nord Europa. 
Chiediamo che tutte le donne lavoratici, dipendenti e autonome, abbiano pari diritti e che vengano azzerate le disparità.  
Chiediamo che tutti i padri, dipendenti e autonomi, abbiano agevolazioni e maggior tempo per dedicarsi ai primi mesi di vita del figlio e alla collaborazione familiare.  
Le donne, madri lavoratrici, non devono più sentirsi costrette a licenziarsi per avere la possibilità di crescere il figlio. Non devono sentirsi giudicate come opportuniste, furbe, inaffidabili ed improduttive per astenersi temporaneamente dal lavoro. Non devono controllare la propria fertilità sulla base delle necessità aziendali, presunte o reali. Non devono rimandare o addirittura rinunciare al desiderio di diventare madre per paura di perdere il lavoro, lavoro che si sono faticosamente guadagnate negli anni. 
Non devono rinunciare al desiderio di maternità per paura di perdere clienti o per paura di non avere la possibilità economica di crescere un figlio.

Pertanto, considerato quanto sopra detto e prendendo spunto da altri Paesi Europei, come gli apripista Paesi scandinavi (Norvegia, la Svezia, la Finlandia, la Danimarca) e dal modello Spagnolo e Tedesco, proponiamo le seguenti soluzioni: 

- In merito alla tutela della maternità, chiediamo che ogni donna possa scegliere di astenersi dal lavoro, anche per i lavori non a rischio, durante il primo trimestre di gravidanza, oltre che negli ultimi 1/2 mesi come prevede la legge. Il primo trimestre di gravidanza non è spesso rosa e fiori; nausea, emesi e stanchezza sono nella maggior parte dei casi, i sintomi protagonisti in questi primi mesi portando la gravida a non avere abbastanza forze neanche per alzarsi dal letto. Inoltre l’embriogenesi, che avviene appunto nei primi tre mesi, è un fenomeno delicato e ogni donna dovrebbe avere il diritto di poter riposare, se lo desidera.
- Chiediamo che il congedo parentale (facoltativo) venga esteso a 21 mesi così  ripartiti: 
 - I primi 9 mesi con retribuzione pari all'80% dello stipendio   
 - I successivi 6 mesi , continuativi o frazionati, con retribuzione pari al 50% dello stipendio, fruibili entro i 36 mesi di vita del bambino, per chi lo desidera. 
 - Altri 6 mesi , continuativi o frazionati, retribuiti al 50%, fruibili fino ai 12 anni del bambino 

- Chiediamo la possibilità del caregiver di richiedere la riduzione di orario fino ai 3 anni di vita del bambino, così da tutelare il benessere dei bambini nei loro primi anni ed agevolare i genitori nella gestione familiare. Inoltre chiediamo la possibilità di avere altri 6 mesi continuativi o frazionati, retribuiti al 50%, fruibili entro i 12 anni del bambino.  

- Chiediamo che il congedo parentale sia fruibile dalla madre o dal padre, alternativamente, in modo non trasferibile, così da smuovere le basi culturali sull’accudimento dei figli, e da abbattere le discriminazioni fra uomini e donne nell’ambiente di lavoro. Sostenere l’uguaglianza di genere in termini di diritti e doveri della genitorialità  significa anche ridurre quel gap ancora troppo ampio che nel mondo del lavoro vede donne e uomini in due lati opposti della barricata.

- Chiediamo l’estensione della paternità obbligatoria fino a 40 giorni post nascita, anziché 10 giorni come previsto dalla normativa vigente cosicché entrambi i genitori siano coinvolti nella cura del figlio sin dai primi giorni di vita. 


- Chiediamo che ciascun genitore, alternativamente, in modo non trasferibile e non cumulabile, possa chiedere l’astensione dal lavoro per malattia figlio senza limiti temporali fino ai 12 anni di vita del figlio con retribuzione piena. 

- Chiediamo che i diritti sopra citati siano indistintamente usufruibili sia per i lavoratori dipendenti che autonomi che versano regolarmente i contributi previdenziali nelle casse di appartenenza. 

Tutti i diritti citati si intendono anche in caso di adozione o affidamento a partire dall’entrata in famiglia del bambino.

C’è un tempo per tutto. C’è tempo tutta un’intera vita per lavorare. I primi mesi e anni di vita di un bambino non tornano più.  
Dedicare un maggiore tempo alla crescita dei figli dovrebbe essere un diritto e una scelta possibile e attuabile dai genitori che lo desiderino.

La ringraziamo per aver letto la nostra comune necessità e ci auspichiamo che possa accoglierla. 

Pisa, 15/06/2021 

 

Veronica Lanza

Isabella Parisi 

Roberta Santoni 

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Veronica LanzaPromotore della petizioneSono una donna, ostetrica da 8 anni e mamma da 5 mesi.

I decisori

Elena Bonetti
Elena Bonetti
Ministro della Famiglia e delle Pari opportunità
Mario Draghi
Mario Draghi
Presidente del Consiglio dei Ministri

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