NON C’E’ BISOGNO DI TROPPE SPIEGAZIONI, SORELLA IO TI CREDO!

Il problema

L'8 marzo 2021 al liceo Russoli di Pisa, con un gesto di grande forza e responsabilità, le studentesse hanno denunciato episodi di molestie e violenze avvenuti in ambito scolastico da parte di professori.
Come movimento Non Una Di Meno - Pisa siamo al loro fianco, le sosteniamo scrivendo questa lettera aperta per condividere alcune riflessioni e invitare altre persone, associazioni gruppi e collettivi a prendere posizione.

All’interno della scuola, istituzione che dovrebbe insegnare il rispetto dei diritti, luogo in cui ragazze e ragazzi dovrebbero sentirsi sicure e protette, e dove dovrebbero ricevere l’aiuto appropriato qualora denunciassero situazioni lesive della loro persona, da anni si ripetono episodi di molestie e violenze.

"Non posso denunciare le molestie di un professore perché la sua carriera vale più della mia dignità": queste le parole dello striscione attaccato fuori dall'Istituto l'8 marzo, rimosso dopo pochissimi minuti.

In molte, ripercorrendo a ritroso gli anni di scuola, ricordiamo episodi che ci hanno infastidite, messe in imbarazzo, ai quali non sempre siamo state in grado di dare un nome perché chiamarle violenze avrebbe rotto quel patto di fiducia che all’interno della scuola si attua (o così dovrebbe essere) tra studenti e insegnanti.

In molte non abbiamo parlato, ci siamo sentite in colpa, abbiamo giustificato. 

Ma di fronte a un certo linguaggio, a certe battute, a una mano sul corpo, a un suggerimento sul vestiario, e, più recentemente, messaggi sui social da parte dei professori e richieste di foto SONO VIOLENZE, non hanno altro nome! E quando sono agite da chi ha potere e autorità, per il ruolo che ricopre e per la differenza di età, sono ancora più gravi.

Questo accade al liceo Russoli, ma non è certamente l’unica scuola in cui accade. Stavolta le giovani donne lo hanno raccontato, lo hanno scritto nei loro taccuini, lo hanno urlato, forti di riconoscersi l’una nelle parole dell’altra e nel non essere sole. 

La cosa ancora più grave è che in questi giorni, a seguito dell’azione coraggiosa della mattina dell’otto, sono stati tanti i messaggi di ragazze e ragazzi, che vogliono rimanere anonime, che raccontano episodi simili. Siamo di fronte a quel fenomeno che abbiamo chiamato negli anni ME TOO: sorella è successo anche a me! A questo riconoscimento segue la voglia di lottare affinché gli abusi normalizzati dei professori non siano più la quotidianità da subire in silenzio

La violenza inquisitoria che ha suscitato la narrazione di questi episodi, da parte di chi si sente legittimato a chiedere spiegazioni e più dettagli, è sintomo della paura e dell'in-abitudine a nominare e a combattere la violenza.

Questa è solo la punta dell’iceberg, purtroppo. 

La risposta di chi dovrebbe sostenere e tutelare queste ragazze è stata, nel passato e in questi giorni, anche per mezzo stampa, uno sconcertante tripudio di narrazioni tossiche: “io non so nulla”, “per accusare qualcuno ci vogliono le prove sennò è diffamazione”, “abbiamo riconosciuto delle studentesse, verranno denunciate”, “così ci state accusando tutti noi professori”. 

Queste risposte sono un’ulteriore violenza perpetrata dalla cultura dello stupro, egemone nel nostro paese e in tutte le istituzioni: far sentire chi ha la forza di dire quello che subisce sol*, colpevole e colpevolizzat* è un atto gravissimo! Queste risposte sono egocentriche, intrise di paura, non all’altezza di confrontarsi con la necessità di decostruire una società intrisa di molestie normalizzate. Questa non è una  questione privata ma ci tocca tutte!

Cos’è la cultura dello stupro? 

Una cultura in cui l'aggressione e l'aggressore vengono pensati come contesti e persone fuori dalla quotidianità.
Nella cultura dello stupro si tende a minimizzare, a non credere a chi narra una violenza, volere sempre prove esterne e inconfutabili, cercare gli “errori” della vittima come: “era ubriaca, era vestita così, ha provocato”.
Altra caratteristica è minacciare ripercussioni se non si raccontano gli episodi nel minimo dettaglio. 

La cultura dello stupro è una costante e quotidiana pressione per far rimanere le cose sempre uguali, perpetrata in primis da adulti che normalizzano comportamenti non consensuali, facendoli diventare quotidiani e “normali”.

Consapevoli che non si possa  rompere questa cultura egemone con i suoi stessi strumenti, noi crediamo alle ragazze che hanno trovato la forza di parlare, soprattutto  ascoltiamo quello che vogliono condividere e rispettiamo ciò  che non vogliono dire.

Abbiamo scritto questa lettera perché pensiamo che le risposte che un’istituzione formativa dovrebbe dare alle parole di denuncia delle sue studentesse non possano essere le minacce di denunce, l’isolamento e il tentativo di screditare chi si è presa la responsabilità di infrangere il silenzio.

Vi invitiamo a sottoscrivere sostenendo questo atto di responsabilità e lotta delle studentesse contro le molestie dei loro professori e poi, sottoposte ad un’ulteriore violenza psicologica dall’omertà delle figure adulte dell’istituto.

Lunedì 15 marzo, nel pomeriggio, le rappresentati sono state convocate a un consiglio d’istituto straordinario per discutere di quanto è avvenuto.

Sarà un momento complesso e delicato, alcune delle testimonianze verranno nuovamente raccontate e noi saremo insieme a loro!  

 

 

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Non Una di Meno PisaPromotore della petizione
Questa petizione aveva 1079 sostenitori

Il problema

L'8 marzo 2021 al liceo Russoli di Pisa, con un gesto di grande forza e responsabilità, le studentesse hanno denunciato episodi di molestie e violenze avvenuti in ambito scolastico da parte di professori.
Come movimento Non Una Di Meno - Pisa siamo al loro fianco, le sosteniamo scrivendo questa lettera aperta per condividere alcune riflessioni e invitare altre persone, associazioni gruppi e collettivi a prendere posizione.

All’interno della scuola, istituzione che dovrebbe insegnare il rispetto dei diritti, luogo in cui ragazze e ragazzi dovrebbero sentirsi sicure e protette, e dove dovrebbero ricevere l’aiuto appropriato qualora denunciassero situazioni lesive della loro persona, da anni si ripetono episodi di molestie e violenze.

"Non posso denunciare le molestie di un professore perché la sua carriera vale più della mia dignità": queste le parole dello striscione attaccato fuori dall'Istituto l'8 marzo, rimosso dopo pochissimi minuti.

In molte, ripercorrendo a ritroso gli anni di scuola, ricordiamo episodi che ci hanno infastidite, messe in imbarazzo, ai quali non sempre siamo state in grado di dare un nome perché chiamarle violenze avrebbe rotto quel patto di fiducia che all’interno della scuola si attua (o così dovrebbe essere) tra studenti e insegnanti.

In molte non abbiamo parlato, ci siamo sentite in colpa, abbiamo giustificato. 

Ma di fronte a un certo linguaggio, a certe battute, a una mano sul corpo, a un suggerimento sul vestiario, e, più recentemente, messaggi sui social da parte dei professori e richieste di foto SONO VIOLENZE, non hanno altro nome! E quando sono agite da chi ha potere e autorità, per il ruolo che ricopre e per la differenza di età, sono ancora più gravi.

Questo accade al liceo Russoli, ma non è certamente l’unica scuola in cui accade. Stavolta le giovani donne lo hanno raccontato, lo hanno scritto nei loro taccuini, lo hanno urlato, forti di riconoscersi l’una nelle parole dell’altra e nel non essere sole. 

La cosa ancora più grave è che in questi giorni, a seguito dell’azione coraggiosa della mattina dell’otto, sono stati tanti i messaggi di ragazze e ragazzi, che vogliono rimanere anonime, che raccontano episodi simili. Siamo di fronte a quel fenomeno che abbiamo chiamato negli anni ME TOO: sorella è successo anche a me! A questo riconoscimento segue la voglia di lottare affinché gli abusi normalizzati dei professori non siano più la quotidianità da subire in silenzio

La violenza inquisitoria che ha suscitato la narrazione di questi episodi, da parte di chi si sente legittimato a chiedere spiegazioni e più dettagli, è sintomo della paura e dell'in-abitudine a nominare e a combattere la violenza.

Questa è solo la punta dell’iceberg, purtroppo. 

La risposta di chi dovrebbe sostenere e tutelare queste ragazze è stata, nel passato e in questi giorni, anche per mezzo stampa, uno sconcertante tripudio di narrazioni tossiche: “io non so nulla”, “per accusare qualcuno ci vogliono le prove sennò è diffamazione”, “abbiamo riconosciuto delle studentesse, verranno denunciate”, “così ci state accusando tutti noi professori”. 

Queste risposte sono un’ulteriore violenza perpetrata dalla cultura dello stupro, egemone nel nostro paese e in tutte le istituzioni: far sentire chi ha la forza di dire quello che subisce sol*, colpevole e colpevolizzat* è un atto gravissimo! Queste risposte sono egocentriche, intrise di paura, non all’altezza di confrontarsi con la necessità di decostruire una società intrisa di molestie normalizzate. Questa non è una  questione privata ma ci tocca tutte!

Cos’è la cultura dello stupro? 

Una cultura in cui l'aggressione e l'aggressore vengono pensati come contesti e persone fuori dalla quotidianità.
Nella cultura dello stupro si tende a minimizzare, a non credere a chi narra una violenza, volere sempre prove esterne e inconfutabili, cercare gli “errori” della vittima come: “era ubriaca, era vestita così, ha provocato”.
Altra caratteristica è minacciare ripercussioni se non si raccontano gli episodi nel minimo dettaglio. 

La cultura dello stupro è una costante e quotidiana pressione per far rimanere le cose sempre uguali, perpetrata in primis da adulti che normalizzano comportamenti non consensuali, facendoli diventare quotidiani e “normali”.

Consapevoli che non si possa  rompere questa cultura egemone con i suoi stessi strumenti, noi crediamo alle ragazze che hanno trovato la forza di parlare, soprattutto  ascoltiamo quello che vogliono condividere e rispettiamo ciò  che non vogliono dire.

Abbiamo scritto questa lettera perché pensiamo che le risposte che un’istituzione formativa dovrebbe dare alle parole di denuncia delle sue studentesse non possano essere le minacce di denunce, l’isolamento e il tentativo di screditare chi si è presa la responsabilità di infrangere il silenzio.

Vi invitiamo a sottoscrivere sostenendo questo atto di responsabilità e lotta delle studentesse contro le molestie dei loro professori e poi, sottoposte ad un’ulteriore violenza psicologica dall’omertà delle figure adulte dell’istituto.

Lunedì 15 marzo, nel pomeriggio, le rappresentati sono state convocate a un consiglio d’istituto straordinario per discutere di quanto è avvenuto.

Sarà un momento complesso e delicato, alcune delle testimonianze verranno nuovamente raccontate e noi saremo insieme a loro!  

 

 

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ufficcio scolastico regionale
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ministero della scuola e della ricerca;
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nonunadimeno
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Petizione creata in data 12 marzo 2021