CHIUSURA DELLA PETIZIONE, ETICA, ANTISEMITISMO E LIBERTA’ DI OPINIONE


Questa petizione, scritta da un gruppo di operatori sanitari, ha raggiunto e superato l’importante e non facilmente immaginabile, obiettivo delle 10.000 firme: 10.160 adesioni e quasi 300 commenti a sostegno. Questo vuol dire che l’incompatibilità della posizione di presidente della fondazione non è l’idea di qualche decina di persone e sanitari, ma è supportata e condivisa da altre migliaia che, non per ragioni di parte politica, o di avversione religiosa, ritengono corretta la segnalazione a chi deve garantire la miglior soluzione e nomina secondo le regole, in particolare quelle stesse che la fondazione si è data nel suo Codice ETICO.
A questo punto la petizione, anche se sicuramente potrebbe raggiungere altre adesioni, viene chiusa, perché ritengo abbia svolto il suo compito e le firme saranno consegnate a chi dovrà fare le sue valutazioni. Lascio di seguito una riflessione personale su quanto è successo ed è emerso in particolare sui media.
ETICA, ANTISEMITISMO E LIBERTA’ DI OPINIONE
Leggo con dispiacere le ennesime parole di contrapposizione e falsità riguardo l’opportunità che una persona di rilievo che rappresenta “una parte” possa occupare un posto “super partes”, laddove si fa riferimento al codice etico dello stesso istituto, dove si difendono le vite e la salute dei bambini: a tutto questo si risponde con rabbia e con falsità.
So benissimo che in queste situazioni le posizioni si incancreniscono e radicalizzano, è il rischio del prendere posizione e il modus facendi di oggi, esploso sui social e oramai tipico ormai anche della contrapposizione politica e sociale che non è più fatta di confronto di idee ma di contrapposizioni estremizzate, aggressioni e spesso insulti basati sulla falsificazione dei fatti e l’aggressione fine a sé stessa.
Negare che negli schieramenti ci siano posizioni sbagliate o estreme non è sostenibile. Sarebbe come dire che nel tifo del calcio non ci siano frange estremiste, di inciviltà, di razzismo, da ogni parte. Ma c’è un estremismo che difendo ed è quello della verità (o perlomeno della ricerca della verità visto che a nessuno appartiene per potere divino), della giustizia e soprattutto dell’etica. Su questi valori sì mi dichiaro estremista, visto che in generale mi reputo una persona di “buona volontà”, di mediazione e di ricerca del confronto, anche di un compromesso, purché in vista di un bene comune e non in contraddizione con i valori fondamentali (etici in primis).
Ora, mi domando, dove in questa petizione e nella protesta dei dipendenti del Meyer si riscontrano posizioni e parole di antisemitismo o di odio? Io trovo l’antisemitismo più dannoso nelle politiche estremiste del governo israeliano che, a mio avviso, opprime il popolo palestinese ma in primis penalizza lo stesso popolo israeliano: ambedue meriterebbero di vivere una vita in serenità che non può essere costruita sugli atti di terrore e bombardamenti indiscriminati.
Oggi va di moda dichiararsi “senza se e senza ma”, ma non ci possiamo fermare a questi stereotipi, alle frasi fatte quando le cose sono così profondamente complicate e dolorose. Se si parla di Palestina, per non essere tacciati di antisemitismo, si deve sempre esordire ripudiando il terrorismo, ogni avversione – odio verso il popolo ebreo, i fatti del 7 ottobre: ok, fatto, mettiamo la spunta “senza se e senza ma”. Ma è questo il problema che abbiamo di fronte?
Vorrei a questo punto entrare nel merito della petizione della lettera dei sanitari e operatori del Meyer (consultabili qui https://chng.it/tWMBKNBVJG e chiedere: in quale punto si evince l’antisemitismo? Dove “che un gruppo di lavoratori del Meyer ha in odio Israele” come dice Coccolini? Perché non si dovrebbe fare democraticamente un presidio su una carica che presenta in modo documentato un conflitto nell’avere la rappresentanza di console onorario di Israele ed essere al contempo presidente di una fondazione come quella del Meyer? E poi dedurre che questo vorrebbe dire che è un presidio contro Israele, ma non lo è. Perché si parla di “fomentatori di odio” rispetto a chi esprime una sua posizione citando il “codice etico” di una fondazione, le dichiarazioni dell’ONU, UNICEF, Amnesty International, Oxfam, Human Rights Whatch, PCRF, Croce Rossa, Save the Children? Come può una persona legittimamente lamentarsi della propria “solitudine” della quale si “può anche morire” di fronte a una tragedia che vede 10.000 bambini morti, 5000 scomparsi, sepolti sotto le macerie, mille quelli amputati, orfani, senza cure: non hanno più diritto loro di gridare la propria “solitudine “e “dolore”? Non è a loro che dovrebbero essere rivolti i nostri pensieri, la nostra indignazione, le nostre iniziative di aiuto invece che lamentarsi del proprio status sicuramente privilegiato rispetto a tutto questo?
Pensare e aver rispetto di questo vuol dire pensare a chi è rimasto ostaggio di Hamas, ai giovani israeliani privi della loro libertà o morti. Ma come si deve dare una giusta misura alla nostra “solitudine” e alla nostra “sofferenza” in rapporto a tutto questo, lo si deve fare per le persone morte in Cisgiordania, le oltre 25.000 a Gaza, per coloro che subiscono quotidianamente ingiustizie, sono privati della casa, la terra, la possibilità di lavorare o studiare, di quelli lasciati senza medicine, acqua, cibo.
Il desiderio di pace non guarda al colore della pelle, la differenza di lingua, di religione. Si indigna per 1.000 morti e lo fa ancora di più di fronte a un genocidio disumano. E il solo parlare dei propri aspetti personali di fronte a tutto questo, tanto più con il ruolo che si ha, mi sembra a dir poco inopportuno! Anche mio figlio è vivo grazie al Meyer, anche noi abbiamo portato una bambina palestinese disabile a curarsi al Meyer, anche io ho assistito e aiutato ragazzi siciliani, calabresi e tanti altri in cura nel nostro ospedale, ma questo serve a rimarcare la sua eccellenza che noi fiorentini e noi italiani vogliamo mantenere e difendere e non vederlo gestito da posizioni di parte inconciliabili con un ruolo non “super partes”. Che cosa vuol dire “Carrai sarà giudicato come presidente della fondazione in base ai risultati”? E’ l’idoneità e la congruenza con il codice etico della fondazione che è in discussione, non la capacità o meno di portare milioni di euro all’ospedale.
Personalmente ho pianto quando, di ritorno dagli incontri con i bambini di Chernobyl a Gomel, sono stato a visitare il Campo di concentramento di Auschwitz, ho visto e quasi toccato con mano le scarpe e le valige ammucchiate, le foto delle persone torturate o ridotte a pelle e ossa, le stanze di reclusione, il binario che portava verso il terrore, il dolore e la fine: una cosa è leggere la storia, sentire i racconti, vedere un film, altra è toccare con mano. No, non accetto che mi sfiori la sola ipotesi di antisemitismo!
Così chi è stato a Gaza e ancora di più in Cisgiordania come me o alcuni dei sanitari e medici del Meyer, non ha potuto fare a meno di conoscere, capire, vedere e non può mentire questa conoscenza alla sua coscienza. Quando il nostro gruppo di volontari tornò dalla Palestina, la nostra idea, il nostro progetto non era solo di portare sollievo ai bambini palestinesi sofferenti, ma l’utopia, per noi unica “realistica “strada, di insegnare a bambini Israeliani e palestinesi a giocare assieme, a costruire un mondo diverso, una nuova convivenza: dove l’odio e l’antisemitismo in tutto questo?
Concludendo con un parallelo di “basso lignaggio”, quando viene scelto un arbitro per una partita, non può essere di una o dell’altra parte, deve avere delle caratteristiche di terzietà e avere i titoli coerenti con le regole stabilite: in questo caso le regole sono date da un codice etico e ci sorprende e ci rammarica che la nomina sia stata fatta senza tener conto di questi aspetti.
E’ per questo che trovo sconcertante che si attacchi il personale che dimostra questo attaccamento al posto di lavoro, alla propria missione e sia definito come un “gruppo di persone invece si è già qualificato come inadeguato ad operare in un contesto così delicato” solo perché con senso civico e di appartenenza, democraticamente e in modo non violento, manifesta quello che non doveva nemmeno aver bisogno di essere evidenziato: l’incompatibilità di questa carica.
Senza odio, senza “anti-“, ma “per”, la giustizia, l’umanità, il diritto alla cura, il valore etico.
Buona fortuna e buon lavoro al “nostro” ospedale Meyer per tutto quello che fa e si spera possa continuare a fare con tanta dedizione e professionalità, grazie alle persone che ogni giorno ci lavorano e buona vita a tutti noi, ma in particolare a chi, ai già tanti problemi di questo periodo, deve sopportare la perdita della casa sotto i bombardamenti, la mancanza di cibo, di acqua, di cure, di libertà.
Buona cura per i 20 bambini palestinesi accolti, a tutti gli altri, di qualunque razza o religione.