Liberiamo lo sport amatoriale da obblighi e imposizioni che esistono solo in Italia

Il problema

L’Italia è l’unico paese del mondo in cui, per svolgere un’attività sportiva come la corsa a piedi, bisogna avere il permesso di un medico, un’assicurazione sulla vita e, per certi tipi di gare, addirittura il “permesso di competere” rilasciato da un ente privato come una Federazione.

Noi, ad esempio, pratichiamo la corsa a piedi su strada, cioè il podismo. Ebbene, in qualunque paese del mondo (tutti, tranne l'Italia) un podista dilettante amatore (esperto o alle prime armi, di élite o scarso, giovane o anziano, non fa differenza) può liberamente partecipare a qualunque gara, su qualunque distanza, di qualunque dimensione o livello di prestigio, senza alcun requisito o obbligo, al massimo firmando una liberatoria (cioè assumendosi la responsabilità di se stesso senza scaricarla su altri). E così egli corre tranquillamente nella grande Maratona internazionale così come nella piccola garetta di quartiere, a Berlino, a Londra, a New York, a Tokio, a Buenos Aires... E ciò vale anche per gli atleti italiani che vanno a correre in quei luoghi. 

A quegli stessi atleti, però, una volta rimesso piede nel nostro paese, viene proibito di correre nella propria Stracittadina se non esibiscono:

  • un certificato medico per la pratica sportiva agonistica
  • un’assicurazione vita e invalidità permanente (che si ottiene col tesseramento con una società sportiva)
  • e, se la gara è di 5-10-21-42 km, anche un ulteriore permesso a competere concesso dalla Federazione di Atletica Leggera.

Si fa una parziale eccezione a tutto questo solo per gli atleti stranieri che vengono a correre in Italia (provenendo da paesi in cui tutti questi obblighi e permessi non ci sono), aggiungendo - per l'atleta italiano che corre nella stessa gara - al danno la beffa.

Per non parlare, poi, degli obblighi e degli adempimenti in capo a chi vuole organizzare una gara, di qualunque dimensione, anche una garetta di paese o una campestre con 100 persone. Obblighi ed adempimenti che scoraggiano gli organizzatori, specialmente quelli più piccoli e la cui opera è basata sul volontariato gratuito.

E dire che proprio pochi mesi fa l’Italia ha aggiornato la sua Costituzione aggiungendo, all’art. 33, che “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”: un principio sacrosanto che tuttavia suona strano nell’unico paese al mondo in cui, per fare un’attività salutare, devi avere il permesso di un medico e per svolgere un atto sportivo con i rischi irrisori (o comunque non più rilevanti di qualunque altra attività quotidiana) devi essere assicurato (si badi, non per i rischi verso terzi, come nella guida dell’auto, ma per se stessi). (Per ulteriori considerazioni ed analisi, nonché per chiarire dubbi e perplessità in materia si rimanda al nostro blog: sportliberoepertutti.altervista.org)

Quindi, premesso e assodato che:

  • lo sport è salute, del fisico e della mente;
  • lo sport è una libera attività personale, a cui ogni uomo ha pieno diritto, senza alcuna limitazione se non soggettiva;
  • lo sport è una libera attività che ciascun individuo svolge sotto la propria esclusiva responsabilità;
  • a qualunque attività sportiva è connaturato il concetto di competizione, sia con se stessi sia con altri soggetti, sia in forma individuale sia in forma associata,

risulta necessario che lo Stato e le sue Istituzioni e articolazioni, nonché le Istituzioni sportive, favoriscano l’attività sportiva, eliminando ogni ostacolo e condizionamento al suo libero esercizio e assicurandone la più ampia diffusione tra i cittadini di ogni età e condizione fisica, sociale, economica.

A tale scopo ci rivolgiamo al Ministro dello Sport, al Ministro della Salute, al Presidente del Consiglio, alle forze politiche del nostro Parlamento interessate al bene comune ed al benessere dei cittadini, affinché

  • siano aboliti l’obbligo di certificato medico e l'obbligo di assicurazione per qualunque attività sportiva dilettantistica amatoriale (escluso quindi il professionismo, il semiprofessionismo, il professionismo di fatto), a qualunque livello, competitiva e non, riportando l’Italia al pari di tutti gli altri paesi del mondo, in cui tali obblighi non esistono;
  • siano aboliti gli adempimenti burocratici inutili in capo agli organizzatori, almeno fino ad un certo numero di partecipanti agli eventi;
  • sia, in generale, ristabilito il principio secondo cui l’individuo che vuole partecipare ad una gara sportiva se ne assume direttamente e pienamente le responsabilità e non sia più considerato come un soggetto che deve essere tutelato da terzi in tutto, finanche al di là della sua volontà.

Solo così potremo tornare ad essere come tutti gli altri paesi del mondo. Solo così potremo perseguire una vera promozione capillare della pratica sportiva, a tutti i livelli, in tutte le età e condizioni, per tutte le tasche. Cioè tornare ad uno sport che sia presidio diffuso di benessere, alla portata di tutti, espressione di libertà.

Un'ultima cosa: dovremo raggiungere almeno qualche migliaio di firme per poterci presentare con una richiesta ai più alti livelli del Governo e del Parlamento. Perciò aiutateci a diffondere questa petizione il più possibile. Grazie.

Sport Libero e Per Tutti è un blog: sportliberoepertutti.altervista.org

 

 

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Il problema

L’Italia è l’unico paese del mondo in cui, per svolgere un’attività sportiva come la corsa a piedi, bisogna avere il permesso di un medico, un’assicurazione sulla vita e, per certi tipi di gare, addirittura il “permesso di competere” rilasciato da un ente privato come una Federazione.

Noi, ad esempio, pratichiamo la corsa a piedi su strada, cioè il podismo. Ebbene, in qualunque paese del mondo (tutti, tranne l'Italia) un podista dilettante amatore (esperto o alle prime armi, di élite o scarso, giovane o anziano, non fa differenza) può liberamente partecipare a qualunque gara, su qualunque distanza, di qualunque dimensione o livello di prestigio, senza alcun requisito o obbligo, al massimo firmando una liberatoria (cioè assumendosi la responsabilità di se stesso senza scaricarla su altri). E così egli corre tranquillamente nella grande Maratona internazionale così come nella piccola garetta di quartiere, a Berlino, a Londra, a New York, a Tokio, a Buenos Aires... E ciò vale anche per gli atleti italiani che vanno a correre in quei luoghi. 

A quegli stessi atleti, però, una volta rimesso piede nel nostro paese, viene proibito di correre nella propria Stracittadina se non esibiscono:

  • un certificato medico per la pratica sportiva agonistica
  • un’assicurazione vita e invalidità permanente (che si ottiene col tesseramento con una società sportiva)
  • e, se la gara è di 5-10-21-42 km, anche un ulteriore permesso a competere concesso dalla Federazione di Atletica Leggera.

Si fa una parziale eccezione a tutto questo solo per gli atleti stranieri che vengono a correre in Italia (provenendo da paesi in cui tutti questi obblighi e permessi non ci sono), aggiungendo - per l'atleta italiano che corre nella stessa gara - al danno la beffa.

Per non parlare, poi, degli obblighi e degli adempimenti in capo a chi vuole organizzare una gara, di qualunque dimensione, anche una garetta di paese o una campestre con 100 persone. Obblighi ed adempimenti che scoraggiano gli organizzatori, specialmente quelli più piccoli e la cui opera è basata sul volontariato gratuito.

E dire che proprio pochi mesi fa l’Italia ha aggiornato la sua Costituzione aggiungendo, all’art. 33, che “La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”: un principio sacrosanto che tuttavia suona strano nell’unico paese al mondo in cui, per fare un’attività salutare, devi avere il permesso di un medico e per svolgere un atto sportivo con i rischi irrisori (o comunque non più rilevanti di qualunque altra attività quotidiana) devi essere assicurato (si badi, non per i rischi verso terzi, come nella guida dell’auto, ma per se stessi). (Per ulteriori considerazioni ed analisi, nonché per chiarire dubbi e perplessità in materia si rimanda al nostro blog: sportliberoepertutti.altervista.org)

Quindi, premesso e assodato che:

  • lo sport è salute, del fisico e della mente;
  • lo sport è una libera attività personale, a cui ogni uomo ha pieno diritto, senza alcuna limitazione se non soggettiva;
  • lo sport è una libera attività che ciascun individuo svolge sotto la propria esclusiva responsabilità;
  • a qualunque attività sportiva è connaturato il concetto di competizione, sia con se stessi sia con altri soggetti, sia in forma individuale sia in forma associata,

risulta necessario che lo Stato e le sue Istituzioni e articolazioni, nonché le Istituzioni sportive, favoriscano l’attività sportiva, eliminando ogni ostacolo e condizionamento al suo libero esercizio e assicurandone la più ampia diffusione tra i cittadini di ogni età e condizione fisica, sociale, economica.

A tale scopo ci rivolgiamo al Ministro dello Sport, al Ministro della Salute, al Presidente del Consiglio, alle forze politiche del nostro Parlamento interessate al bene comune ed al benessere dei cittadini, affinché

  • siano aboliti l’obbligo di certificato medico e l'obbligo di assicurazione per qualunque attività sportiva dilettantistica amatoriale (escluso quindi il professionismo, il semiprofessionismo, il professionismo di fatto), a qualunque livello, competitiva e non, riportando l’Italia al pari di tutti gli altri paesi del mondo, in cui tali obblighi non esistono;
  • siano aboliti gli adempimenti burocratici inutili in capo agli organizzatori, almeno fino ad un certo numero di partecipanti agli eventi;
  • sia, in generale, ristabilito il principio secondo cui l’individuo che vuole partecipare ad una gara sportiva se ne assume direttamente e pienamente le responsabilità e non sia più considerato come un soggetto che deve essere tutelato da terzi in tutto, finanche al di là della sua volontà.

Solo così potremo tornare ad essere come tutti gli altri paesi del mondo. Solo così potremo perseguire una vera promozione capillare della pratica sportiva, a tutti i livelli, in tutte le età e condizioni, per tutte le tasche. Cioè tornare ad uno sport che sia presidio diffuso di benessere, alla portata di tutti, espressione di libertà.

Un'ultima cosa: dovremo raggiungere almeno qualche migliaio di firme per poterci presentare con una richiesta ai più alti livelli del Governo e del Parlamento. Perciò aiutateci a diffondere questa petizione il più possibile. Grazie.

Sport Libero e Per Tutti è un blog: sportliberoepertutti.altervista.org

 

 

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