Petition updateLa banca ha sbagliato, mi faccia riavere la mia casaLe disgrazie sono come le ciliegie: l'una tira l'altra!

Andreas Ceschi a Santa CroceVerona, Italy

Oct 8, 2015
Un solo fatto ha reso meno angosciosa l'assurda vicenda che sto vivendo da ormai quattro anni: la grande solidarietà che tutti voi mi avete dimostrato.
È merito di tutti voi, che non mi avete fatto mai sentire solo; è merito delle vostre parole di incoraggiamento, che mi hanno dato la forza di continuare a resistere per far valere i miei diritti, se sono riuscito a superare i momenti veramente difficili: quando mi vedevo privato della mia abitazione, senza sapere dove andare né dove conservare ricordi di famiglia: l'archivio storico, la statua di un mio prozio, Gran Maestro dell'Ordine di Malta, alcuni quadri lasciatimi in eredità da mio padre. Ma ho ancora tanto bisogno della solidarietà di Voi tutti.
Dopo la rinuncia all'esecuzione della signora Tronci ero più tranquillo perché la mia casa non sarebbe stata venduta. È vero che è ancora ipotecata (sia pure a causa di un errore, come ha riconosciuto lo stesso Banco Popolare); ed è vero che la signora Tronci potrebbe iniziare un altro processo chiedendo ancora la vendita all'asta della mia casa per pagare i suoi presunti crediti. Ma - pensavo - ho il tempo per reagire, per far accertare dal tribunale che i suoi crediti non sono garantiti dalle ipoteche sulla mia casa. E invece no: non ho il diritto di essere tranquillo, di sforzarmi di recuperare il mio equilibrio psicologico compromesso da questa assurda vicenda, di dedicarmi al mio lavoro che in questi quattro anni ho quasi completamente trascurato, anche se lo ho sempre svolto con piacere, anzi, direi proprio con passione.
Infatti nel mese di luglio ho avuto un'altra cattiva sorpresa: contro di me è stata promossa un'altra iniziativa legale. Non per chiedere la vendita della mia casa, ma per chiedermi il risarcimento di un danno che io avrei causato: e il danno causato sarebbe - guarda caso - di 500.000 euro, cioè esattamente uguale al prezzo base per il quale era stata messa all'asta la mia casa. E chi ha chiesto il risarcimento di questo preteso danno? Per chi ha seguito la mia vicenda la risposta non dovrebbe essere difficile: chi poteva sentirsi danneggiato dalla mia reazione? La risposta esatta è: il dr. Alberto Righini, cioè il dr. commercialista, amministratore delegato della Lithos, che aveva venduto alla signora Tronci, cioè a sua madre, i crediti che la Lithos aveva acquistato dal Banco Popolare.
E perché il dr. Righini ha chiesto che io gli risarcisca un danno di mezzo milione di euro? La risposta è facile (per lui), non lo è affatto per me: lo avrei danneggiato, perché lo avrei diffamato, ledendo la sua reputazione, cioè il suo buon nome. E perché lo avrei diffamato? Perché ho scritto
"..., il dr. Alberto Righini, era l'amministratore delegato della lithos (e forse ... il vero acquirente dei crediti e delle relative ipoteche)".
E questa frase - secondo il dr. Righini - offenderebbe il suo buon nome. Non conta il fatto che l'ipotesi che ho prospettato possa essere vera. Anche se lo fosse, io sarei responsabile del danno nel caso in cui la frase fosse offensiva e ledesse la reputazione del dr. Righini. Ma - mi sono detto quando ho letto la citazione - perché dovrebbe essere offensiva? Forse che è un reato o comunque contro legge o è moralmente riprovevole o indecoroso che un acquisto sia compiuto apparentemente da una persona mentre il vero acquirente è un'altra? La risposta che mi è stata data da più legali è che si tratta di un fatto che si verifica spesso in pratica, tanto è vero che è espressamente regolato dal codice civile. Non solo: ma è regolato anche dalla legge sull'imposta di registro, quando il contratto è stipulato tra genitori e figli o in generale tra parenti in linea retta. E non è affatto vietato, a meno che non serva per aggirare norme di legge imperative (cioè divieti di legge assoluti) o i creditori.
Ma se è così - mi sono chiesto - come mai il dr. Righini si è sentito offeso? Come mai l'offesa è stata tanto evidente da far piangere le sue figlie (come il dr. Righini scrive nella citazione)? E inoltre: non conta nulla il fatto che ho sempre considerato normale che i genitori o uno di loro intestino a un figlio ciò che acquistano o che un figlio intesti ciò che acquista per se ai propri genitori?
Per la verità ho saputo di recente da un mio legale che il dr. Righini non avrebbe potuto vendere i crediti a sua madre, senza una specifica autorizzazione del consiglio di amministrazione. E ho anche saputo che l'acquirente di quei crediti avrebbe dovuto iscriversi alla camera di commercio e chiedere la partita IVA, perché l'acquisto e la gestione di crediti è un'attività di impresa. Ma per fortuna io non sono un esperto di leggi e di imposte: e una volta tanto questa mia ignoranza non mi danneggia ma mi aiuta. Un avvocato esperto di diritto penale mi ha assicurato proprio per la mia ignoranza: se si dice qualcosa senza la volontà di offendere, anzi senza nemmeno sapere che ciò che si dice può offendere, non si commette un reato di diffamazione. Ma intanto devo difendermi anche da questa accusa: e sono costretto a sostenere altre spese, sebbene finora i miei legali siano stati molto comprensivi.
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