Le mestruazioni sono una cosa seria: chiediamo il congedo mestruale

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L’argomento nel nostro Paese sembra essere ancora un tabù, come se emancipazione femminile significasse parità ad ogni livello e le conseguenze sul fisico, sulle prestazioni di studio e lavoro delle mestruazioni fossero pretestuose, da negare.
Come se bastasse semplicemente l'assorbente giusto per sentirsi "libera e protetta" e non pensarci più (tra l'altro assorbenti con iva al 22%, una tassa mensile che pagano le donne come fosse un bene di lusso, con conseguenti forme di protesta come il freebleeding).
Come se bastasse un assorbente a risolvere quei dolori lancinanti e invalidanti, anche dal punto di vista della concentrazione. Come se dovessimo negare di essere fisiologicamente diverse dagli uomini per poter essere all'altezza di entrare a pieno titolo nel mondo del lavoro.

Ma equità é molto diverso da uguaglianza. L' uguaglianza é relativamente semplice da realizzare, significa infatti avere tutti la stesa cosa; equità significa invece avere tutti le stesse opportunità e comporta scelte da parte di chi deve fornire gli strumenti per realizzarla, come saggiamente espresso dal comma 2 dell'art. 3 della nostra Costituzione.

Non in tutti i Paesi però c'é questo disinteresse in relazione al tema: in Giappone la norma che permette alle lavoratrici di prendere dei giorni di congedo dal lavoro a causa dei dolori mestruali esiste dal 1947, dal 1992 nella regione indiana di Bihar c’è una legge che dà diritto alle donne di assentarsi dal lavoro due giorni al mese per “ragioni biologiche”, il congedo mestruale é stato introdotto per legge in Indonesia nel 2003 (Labor Act n.13), successivamente in Corea del Sud, Vietnam, Taiwan e Cina; in Zambia nel 2015.
La Nike (Usa) ha inserito il congedo mestruale nel proprio codice di condotta sin dal 2007, la Coexist (Inghilterra) nel 2016, la Shark and Shrimp (Egitto) nel 2019, la Culture Machine (India) nel 2017, la Zomato (India) nel 2020.

In Italia invece fa clamore la dichiarazione di Federica Pellegrini dopo la sconfitta nella finale di Rio 2016, quando diede la colpa alla pillola e a un errore nel calcolo sull'inizio del ciclo. Sì, il ciclo fa perdere le finali, ma anche nello sport si fa finta che la dismenorrea non sia invalidante. Il non dare attenzione ad una questione non fa sparire la questione stessa. Anzi, é il non prendere in considerazione la questione che rende il ciclo mestruale problematico. 

Il Parlamento italiano ben conosce già la questione tecnicamente chiamata “dismenorrea”, che si manifesta con una serie di dolori fisici acuti, sordi e costanti (come mal di pancia, crampi, nausea, cefalea, stipsi o diarrea, a volte vomito) e che si protraggono durante tutto l’arco del ciclo, costringendo spesso ad assenze dal lavoro o da scuola - assenze non tutelate, come se fossero scelte dipendenti dalla poca forza di volontà di singole donne poco zelanti. Esiste infatti in Parlamento un disegno di legge (n. 3781) sul tema, chiuso nei cassetti del palazzo dal 2016.

Sulla proposta di legge italiana n. 3781 del 27 aprile 2016 si leggono i dati di diffusione della dismenorrea: “dal 60 al 90% delle donne soffre durante il ciclo mestruale e questo causa tassi dal 13% al 51% di assenteismo a scuola e dal 5% al 15% di assenteismo nel lavoro”.

La proposta di legge italiana prevede per le lavoratrici dipendenti 3 giorni di permesso speciale al mese con contribuzione piena e indennità pari al 100% della retribuzione giornaliera.
A certificare l’effettiva dismenorrea è chiamato il medico specialista, che emetterà un certificato con validità annuale.

Chiediamo al Parlamento italiano l'applicazione per legge del congedo mestruale, anche riprendendo la già citata proposta di legge n. 3781 del 2016.