Il mobbing non è un conflitto : è un sistema di potere e coercizione

Il cinema può rendere visibili forme di violenza che, nella vita quotidiana, vengono spesso nascoste dietro procedure aziendali, decisioni apparentemente neutrali e formule come “riorganizzazione”, “esigenze operative” o “tutela della reputazione”.
Il film Un bon petit soldat di Stéphane Brizé, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e interpretato da Alba Rohrwacher e Vincent Lindon, racconta il dilemma di una dirigente delle risorse umane chiamata a gestire un caso di mobbing. La protagonista deve scegliere se difendere la persona colpita oppure proteggere l’immagine dell’azienda, accettando compromessi contrari alla propria coscienza.
Il film mostra una realtà che molte vittime conoscono: il mobbing non è sempre riconducibile a un singolo persecutore o a un conflitto personale. Può diventare un sistema organizzativo fondato sull’obbedienza, sul silenzio e sulla paura.
Una persona viene isolata, delegittimata, privata delle proprie funzioni o sottoposta a pressioni continue. I colleghi temono di intervenire, i responsabili eseguono decisioni impartite dall’alto e ogni comportamento viene presentato come un normale atto amministrativo. Nessuno si considera responsabile, ma il risultato può essere la distruzione professionale, psicologica e familiare di un lavoratore.
La vittima viene spesso trasformata nel problema: descritta come fragile, conflittuale o incapace di adattarsi. Persino le conseguenze delle persecuzioni subite possono essere utilizzate contro di lei.
Abbiamo approfondito questi temi nell’articolo:
Un buon piccolo soldato: quando il mobbing è un sistema di obbedienza e coercizione
La nostra petizione ha superato le 67.000 firme, ma è necessario continuare a far sentire la nostra voce.
Chiediamo una legge nazionale specifica che riconosca e contrasti il mobbing, protegga concretamente le vittime, prevenga le persecuzioni lavorative e attribuisca precise responsabilità anche a chi dispone, tollera o copre le condotte vessatorie.
Vi chiediamo di condividere nuovamente la petizione con colleghi, amici e familiari. Ogni firma contribuisce a rompere il silenzio e a ricordare alle istituzioni che questo intervento non è più rinviabile.
Grazie per il sostegno e per continuare insieme questa battaglia di civiltà.