Gatti e cani usati in laboratorio per sperimentazioni sul SARS-CoV-2

Il problema

Da molti giorni viene trasmessa l'informazione, priva di alcuna prova scientifica certa, che un gatto sia stato contagiato dal proprietario affetto da COVID-19.
Questa informazione arriverebbe da una clinica veterinaria in Belgio, la quale non ha pubblicato alcun dato scientificamente valido o comprovato, né del reale contagio né dell'entità dell'infezione nel felino. Altre sporadiche osservazioni vengono riportate dalla stampa non scientifica, senza che nessun dato valido sia ad oggi disponibile per provare che l'infezione sia realmente in grado di trasferirsi, in un ambiente non artificiale, da umani ad animali domestici o viceversa.

Sebbene il salto tra specie sia possibile, è un evento rarissimo e va provato in modo inequivocabile. Al contrario, la positività (= capacità di detectare la presenza del virus) in un animale domestico, è ovvia ed è scontata, se l'animale vive a contatto diretto con un umano affetto da COVID-19 e pertanto in un ambiente dove la carica virale può essere elevata. Il virus può dunque essere presente sugli animali e nelle loro mucose, così come su qualunque altra superficie, ma ciò non implica in alcun modo l'infezione.

Contestualmente, sul giornale "Biochemical and Biophysical Research Communications" appare il primo ed unico articolo riguardante la comparazione dei recettori ACE2 in diverse specie animali il quale, basandosi su un'analisi di predizione, afferma che le più comuni specie utilizzate in laboratorio (topi, ratti, cavie, ecc.) non sarebbero in grado di essere usate come modelli animali poiché incapaci di legare il virus. Lo stesso articolo suggerisce che, tra gli altri, cani e gatti potrebbero avere una maggiore compatibilità ed essere dunque potenzialmente utili come modelli di infezione. L'articolo conclude stressando l'importanza di avere modelli animali validi per lo studio del virus.

Allo stesso tempo, virologi di fama mondiale, come la Dr.ssa Capua, lasciano chiaramente intendere che siano già in corso test di laboratorio su gatti e cani, che solitamente sono invece protetti dalla sperimentazione dalle normative etiche in vigore nei diversi paesi.

Infine, la rivista Nature riporta di gatti ed altri animali DELIBERATAMENTE sottoposti in laboratorio ad alte dosi di SARS-CoV-2, per determinarne la sensibilità all'infezione. (https://www.nature.com/articles/d41586-020-00984-8?utm_source=twt_nnc&utm_medium=social&utm_campaign=naturenews&sf232282410=1
Da questi studi, non sottoposti a peer-review, i gatti risulterebbero positivi al virus MA NON CAPACI DI SVILUPPARE I SINTOMI DELLA MALATTIA.

Questa potenziale sensibilità purtroppo, nonostante non abbia nessuna ricaduta nel quotidiano, rende i gatti pericolosamente "attraenti" per qualunque laboratorio di ricerca conduca sperimentazioni sul virus.

In qualità di scienziati e non, pur comprendendo la necessità di modelli utili per la ricerca, NON CONSIDERIAMO LA VITA DEGLI ANIMALI DOMESTICI SACRIFICABILE.

In questo momento di estrema fragilità dell'essere umano, che per la prima volta dopo  centinaia di anni si rende conto di essere totalmente indifeso rispetto alla natura, non è assolutamente giustificabile l'introduzione artificiale dell'infezione da SARS-CoV-2 in animali domestici per i quali non esiste alcuna prova certa circa la capacità di sviluppare l'infezione nel quotidiano né di trasmetterla ad altri animali o all'uomo.

Confidiamo che, qualora mai gli animali domestici sviluppassero sintomi della malattia (e non la semplice positività) in condizioni non artificiali, essi possano essere trattati con lo stesso rispetto destinato agli esseri umani, ed unicamente sottoposti a trial clinici per la potenziale cura dell'infezione, ma NON impiegati in laboratorio come modelli sperimentali.

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AnF TomPromotore della petizione
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Il problema

Da molti giorni viene trasmessa l'informazione, priva di alcuna prova scientifica certa, che un gatto sia stato contagiato dal proprietario affetto da COVID-19.
Questa informazione arriverebbe da una clinica veterinaria in Belgio, la quale non ha pubblicato alcun dato scientificamente valido o comprovato, né del reale contagio né dell'entità dell'infezione nel felino. Altre sporadiche osservazioni vengono riportate dalla stampa non scientifica, senza che nessun dato valido sia ad oggi disponibile per provare che l'infezione sia realmente in grado di trasferirsi, in un ambiente non artificiale, da umani ad animali domestici o viceversa.

Sebbene il salto tra specie sia possibile, è un evento rarissimo e va provato in modo inequivocabile. Al contrario, la positività (= capacità di detectare la presenza del virus) in un animale domestico, è ovvia ed è scontata, se l'animale vive a contatto diretto con un umano affetto da COVID-19 e pertanto in un ambiente dove la carica virale può essere elevata. Il virus può dunque essere presente sugli animali e nelle loro mucose, così come su qualunque altra superficie, ma ciò non implica in alcun modo l'infezione.

Contestualmente, sul giornale "Biochemical and Biophysical Research Communications" appare il primo ed unico articolo riguardante la comparazione dei recettori ACE2 in diverse specie animali il quale, basandosi su un'analisi di predizione, afferma che le più comuni specie utilizzate in laboratorio (topi, ratti, cavie, ecc.) non sarebbero in grado di essere usate come modelli animali poiché incapaci di legare il virus. Lo stesso articolo suggerisce che, tra gli altri, cani e gatti potrebbero avere una maggiore compatibilità ed essere dunque potenzialmente utili come modelli di infezione. L'articolo conclude stressando l'importanza di avere modelli animali validi per lo studio del virus.

Allo stesso tempo, virologi di fama mondiale, come la Dr.ssa Capua, lasciano chiaramente intendere che siano già in corso test di laboratorio su gatti e cani, che solitamente sono invece protetti dalla sperimentazione dalle normative etiche in vigore nei diversi paesi.

Infine, la rivista Nature riporta di gatti ed altri animali DELIBERATAMENTE sottoposti in laboratorio ad alte dosi di SARS-CoV-2, per determinarne la sensibilità all'infezione. (https://www.nature.com/articles/d41586-020-00984-8?utm_source=twt_nnc&utm_medium=social&utm_campaign=naturenews&sf232282410=1
Da questi studi, non sottoposti a peer-review, i gatti risulterebbero positivi al virus MA NON CAPACI DI SVILUPPARE I SINTOMI DELLA MALATTIA.

Questa potenziale sensibilità purtroppo, nonostante non abbia nessuna ricaduta nel quotidiano, rende i gatti pericolosamente "attraenti" per qualunque laboratorio di ricerca conduca sperimentazioni sul virus.

In qualità di scienziati e non, pur comprendendo la necessità di modelli utili per la ricerca, NON CONSIDERIAMO LA VITA DEGLI ANIMALI DOMESTICI SACRIFICABILE.

In questo momento di estrema fragilità dell'essere umano, che per la prima volta dopo  centinaia di anni si rende conto di essere totalmente indifeso rispetto alla natura, non è assolutamente giustificabile l'introduzione artificiale dell'infezione da SARS-CoV-2 in animali domestici per i quali non esiste alcuna prova certa circa la capacità di sviluppare l'infezione nel quotidiano né di trasmetterla ad altri animali o all'uomo.

Confidiamo che, qualora mai gli animali domestici sviluppassero sintomi della malattia (e non la semplice positività) in condizioni non artificiali, essi possano essere trattati con lo stesso rispetto destinato agli esseri umani, ed unicamente sottoposti a trial clinici per la potenziale cura dell'infezione, ma NON impiegati in laboratorio come modelli sperimentali.

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I decisori

Laboratori di ricerca Ospedalieri
Laboratori di ricerca Ospedalieri
Laboratori di ricerca Universitari
Laboratori di ricerca Universitari
Aziende farmaceutiche e laboratori di ricerca privati
Aziende farmaceutiche e laboratori di ricerca privati
Istituto Superiore della Sanità
Istituto Superiore della Sanità

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Petizione creata in data 4 aprile 2020