Famiglie in precarietà abitativa: basta separazioni!

Famiglie in precarietà abitativa: basta separazioni!

Il problema

Nella Provincia Autonoma di Trento cosa accade ad una famiglia con minori che si trova in uno stato di precarietà alloggiativa? Sulla base di quanto segnalato allo Sportello Casa per Tutt* da numerosi nuclei familiari colpiti dall’emergenza abitativa in corso, è possibile affermare che non vi sono norme o regolamenti provinciali che stabiliscano concretamente quali misure siano da adottare a supporto di famiglie rimaste prive di alloggio. Al contrario, pare essersi consolidata la prassi di prospettare e talvolta attuare la separazione del nucleo, collocando madri e figli minori in strutture pubbliche, lasciando invece padri e figli maggiorenni alla propria mercé. Appare evidente che i minori, divisi da almeno uno dei propri genitori, vengono inseriti in un contesto di accoglienza improprio, pensato a far fronte a situazioni di vulnerabilità nate da problematiche interne ad un nucleo familiare, non da situazioni di emergenza abitativa dettate da un mercato immobiliare saturo e inflazionato e da un’edilizia pubblica insufficiente.  Ci troviamo dinanzi ad una grave violazione di diritti stabiliti dal dettato costituzionale, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e da leggi ordinarie.

E proprio le istituzioni che dovrebbero assolvere il proprio dovere di garantire il diritto all’abitare sono le prime ad esporre a rischio l’integrità dei nuclei familiari: ad oggi l’Istituto per l’Edilizia Abitativa della Provincia Autonoma di Trento (ITEA) lascia circa 1.000 alloggi sfitti. A partire dal 2018 l’utenza ha riconsegnato all’ente molti più alloggi di quanti esso riesca a ristrutturare e intenda ristrutturare nel prossimo futuro. Eppure, dietro disposizioni della Provincia, ITEA, noncurante del contesto e delle proprie carenze, non solo non mette a disposizione un numero adeguato di alloggi d’urgenza, ma, senza attendere soluzioni alternative, sfratta per finita locazione inquilini e inquiline, sempre puntuali nel pagamento dell’affitto, da alloggi assegnati in emergenza e ormai in graduatoria ordinaria da decenni. 

Ciò premesso, chiediamo che vengano implementate, senza indugio, le seguenti azioni per tutelare l’unità dei nuclei in emergenza abitativa: la sospensione degli sfratti dall’edilizia pubblica di famiglie con minori, disabili e anziani sino al reperimento di un nuovo alloggio dignitoso; la riforma della legge provinciale 7 novembre 2005, n.15; lo stanziamento di fondi per offrire ricovero in residence od ostelli a famiglie rimaste prive di alloggio e, infine, la messa a disposizione di un maggior numero di alloggi a canone sociale e moderato. 

Solo in questo modo si potranno affrontare con maggiore giustizia ed equità le difficoltà che scaturiscono dal disagio abitativo, senza farle degenerare in un’emergenza umanitaria che intacca le basi valoriali della nostra società. 

 

 

 

TESTO INTEGRALE


«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». (Articolo 3, Costituzione della Repubblica italiana)

«È doveroso da parte della collettività intera impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione».
(Corte Costituzionale, sent. n. 49 del 1987)

«Il diritto all'abitazione rientra infatti, fra i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità cui si conforma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione».(Corte Costituzionale, sent. n. 217 del 1988)

«Creare le condizioni minime di uno Stato sociale, concorrere a garantire al maggior numero di cittadini possibile un fondamentale diritto sociale, quale quello all’abitazione, contribuire a che la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l’immagine universale della dignità umana, sono compiti cui lo Stato non può abdicare in nessun caso».
(Corte Costituzionale, sent. n. 217 del 25 febbraio 1988)

«Il diritto a un'abitazione dignitosa rientra, innegabilmente, fra i diritti fondamentali della persona».
(Corte Costituzionale, sent. n. 119 del 24 marzo 1999)


Nonostante le affermazioni di principio contenute nella Costituzione e ulteriormente approfondite in diverse sentenze della Corte Costituzionale (nonché nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani), oggi in Italia e in Trentino la negazione del diritto all’abitare è talmente grave da mettere a rischio il diritto dei minori a vivere insieme alla propria famiglia.

Cosa succede oggi ad una famiglia con minori che si trova in precarietà abitativa? In una risposta del 28 febbraio 2023 data dall'Assessore Zanotelli ad un’interrogazione in Consiglio Provinciale, si riporta che i Servizi sociali del Comune di Trento hanno seguito nell'ultimo anno e mezzo una famiglia rimasta priva di alloggio in seguito ad una procedura di sfratto, «garantendo un’adeguata sistemazione a madre e figli». La Comunità Alto Garda e Ledro ha invece seguito negli ultimi tre anni tre nuclei familiari separati a causa dello sfratto.

Notiamo che il Comune di Trento ha potuto garantire «un’adeguata sistemazione a madre e figli», ma non al padre. Nulla si dice concretamente invece su quali siano state le iniziative poste in essere a favore delle tre famiglie con minori rimaste prive di alloggio nell’Alto Garda. 

Le famiglie con minori in stato di separazione nel territorio della Comunità di Valle dell’Alto Garda e Ledro che si sono rivolte allo Sportello Casa per tutt* sono state in realtà quattro solo nell'ultimo anno. Due famiglie (di cui una con minori, entrambe hanno cittadinanza italiana) in cui alcuni componenti hanno dormito in macchina per mesi, altri sono dispersi tra amici e parenti. Altre due (entrambe con minori) costrette, dopo decenni di vita sul nostro territorio e l’acquisizione della cittadinanza da parte dei mariti, a separarsi con il ritorno nel paese d'origine dei genitori delle mogli con figli a carico per circa sei mesi, mentre i mariti sono rimasti qui a lavorare. In questi casi, abbiamo riscontrato difficoltà di accesso alle cure e negazione del diritto all’istruzione per minori sottoposti all’obbligo scolastico. Le mogli e i figli delle ultime due famiglie sono dovuti tornare per diversi mesi nel paese d’origine, rischiando di perdere la possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno e quindi di restare separati dai mariti e padri per anni. Fortunatamente sono riusciti a tornare in tempo e a trovare un nuovo alloggio in completa autonomia.

Sempre nella risposta dell’assessora Zanotelli del 28 febbraio 2023 vi è scritto:

«In ogni caso, gli enti che si sono trovati ad affrontare situazioni simili a quelle descritte nell'interrogazione hanno riferito di avervi fatto fronte con gli strumenti di sostegno e intervento attualmente previsti dalla disciplina provinciale».

Purtroppo osserviamo che non esiste, o almeno che non è pubblicamente consultabile, una «disciplina provinciale» che stabilisca concretamente e con certezza quali misure siano da adottare a supporto di famiglie rimaste prive di alloggio. 

Esiste solo quella che pare una prassi consolidata: prospettare e talvolta attuare la separazione del nucleo, collocando in alcune strutture pubbliche donne con figli minorenni, mentre mariti, figli e figlie maggiorenni devono provvedere da sé. In questo modo un nucleo familiare viene separato per un periodo di tempo variabile, che può andare dai pochi mesi agli anni. 

In questi casi i minori separati da almeno uno dei propri genitori vengono inseriti in un contesto di accoglienza improprio, pensato per far fronte a situazioni di vulnerabilità che nascono da problematiche interne ad un nucleo familiare, non da situazioni di emergenza abitativa e indigenza economica, frutto dell’ingiustizia sociale.

A tutto ciò bisogna aggiungere il fatto che l’ospitalità nelle strutture è assai onerosa dal punto di vista economico; comporta infatti una spesa di migliaia di euro al mese. Soldi che potrebbero più utilmente essere spesi per garantire non la separazione ma l’unità dei nuclei familiari fornendo loro un alloggio. Perché non lo si fa? Forse si ritiene che aver dato alla luce figli e figlie senza essere benestanti o almeno proprietari di casa sia qualcosa che merita di essere punito?

L’assenza di strutture, fondi, linee guida e regolamenti atti a tutelare l’unità dei nuclei familiari provoca situazioni drammatiche. Ad ora i Servizi Sociali possono solo fare richiesta per un alloggio ITEA in assegnazione d’urgenza, che non si può sapere con certezza se e quando verrà assegnato. Per il resto le alternative consistono nella separazione del nucleo.

E proprio le istituzioni che dovrebbero assolvere il proprio dovere di garantire il diritto all’abitare sono le prime ad esporre a rischio l’integrità dei nuclei familiari: oggi ITEA ha circa 1.000 alloggi sfitti; dal 2018 ne ha ricevuti indietro da inquilini e inquiline circa 400 l’anno, più di quanti sia riusciti a ristrutturarne. Il Piano strategico di ITEA prevede di ristrutturarne 810 nel 2023 e 2024. Non vi è quindi, a rigor di logica, alcuna fretta di procedere agli sfratti per le famiglie che hanno visto scadere il loro contratto di locazione d’urgenza, senza che sia stato assegnato loro un alloggio per graduatoria ordinaria che aspettano da almeno un decennio.

Eppure siamo a conoscenza di almeno 9 famiglie a cui è scaduto o sta per scadere il contratto di locazione d’urgenza, famiglie che hanno sempre pagato l’affitto e che verrebbero private della casa senza una soluzione alternativa dignitosa. Due di esse hanno già avuto almeno un accesso dell’ufficiale giudiziario per procedere allo sfratto, finora rimandato.

In entrambi i casi i funzionari e funzionarie ITEA hanno mostrato la più ferma decisione di procedere agli sfratti senza offrire un’alternativa o almeno attendere i tempi necessari (per forza di cose lunghi) affinché le famiglie possano trovare una sistemazione, mostrando un’ assoluta indifferenza per il loro destino, o addirittura un atteggiamento sprezzante e colpevolizzante nei loro confronti. 

Le famiglie inquiline di ITEA a cui è arrivata un'ingiunzione di sfratto hanno ricevuto lettere in cui gli si intima di abbandonare l'alloggio e si annuncia la presenza allo sfratto dell'Assistente sociale «per tutelare i minori in caso i genitori non siano in grado di attivarsi per la ricerca di un nuovo alloggio». 

Emerge evidente il tentativo, da parte di chi dovrebbe amministrare l’edilizia pubblica, di colpevolizzare persone la cui unica “colpa” è quella di vivere in un territorio il cui mercato immobiliare è saturo e in cui gli affitti sono troppo alti rispetto ai salari. Non parliamo infatti di persone in condizioni di marginalità sociale — a cui comunque va riconosciuto il diritto all’abitare — bensì di lavoratori e lavoratrici, di nostri colleghi e colleghe, di madri e padri, di alunni e alunne, di pazienti e di compagni e compagne di giochi. 

Le famiglie che abbiamo incontrato sono perfettamente in grado di cercare un alloggio e la maggior parte, sia nel privato che nell'edilizia pubblica, viene sfrattata non per morosità ma per finita locazione. Coloro che negli ultimi decenni si sono avvicendati al governo di Provincia, Comuni e Comunità di Valle non sono stati in grado di “attivarsi” per garantire un numero sufficiente di alloggi pubblici, di alloggi a canone moderato e di limitare l’aumento esponenziale dei prezzi sul mercato privato — quest'ultimo dovuto sia alle locazioni per studenti e studentesse che alla moltiplicazione delle locazioni turistiche (spesso effettuate in maniera incontrollata e non tassata su piattaforme on line).

Indubbiamente, tutto ciò è frutto di un contesto che non può essere considerato colpa di una sola istituzione, ente o parte politica, ma, a maggior ragione, non si può far ricadere la colpa sulle famiglie vittime dell’emergenza abitativa.

Tutto questo è in contrasto non solo con lo spirito dell’articolo 3 della costituzione, ma anche con la legge n. 184 del 1983 stabilisce:

«1. Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia.

2. Le condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente la responsabilità genitoriale non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. A tal fine a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e di aiuto.

3. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie competenze, sostengono, con idonei interventi, nel rispetto della loro autonomia e nei limiti delle risorse finanziarie disponibili, i nuclei familiari a rischio, al fine di prevenire l’abbandono e di consentire al minore di essere educato nell’ambito della propria famiglia».

Nonché con le sentenze della Corte Costituzionale n.49 del 1987, n.217 del 1988, n.119 del 1999 che mettono quello ad un’abitazione dignitosa tra i diritti fondamentali della persona.

Gli sfratti senza alternativa dignitosa sono inoltre definiti una violazione dei diritti umani dalla Risoluzione del parlamento europeo del 21 gennaio 2021 in merito all'«Alloggio dignitoso e a prezzi abbordabili per tutti».

Chiediamo pertanto ai soggetti chiamati in causa di prendere fin da subito i dovuti provvedimenti affinché si eviti in ogni modo la separazione di un nucleo familiare in emergenza abitativa. Essi possono essere i più vari. Occorre, innanzitutto, fermare tutti gli sfratti dall’edilizia pubblica di famiglie con al proprio interno minori, disabili e anziani, sino a quando questi nuclei non avranno trovato un nuovo alloggio dignitoso. Inoltre, affinché simili situazioni non si verifichino in futuro reputiamo fondamentale rivedere la Legge Provinciale che regola la materia, non più adeguata all’attuale contesto, e aumentare notevolmente il numero di alloggi a canone sociale e moderato a disposizione.
Per quanto riguarda invece gli sfratti da alloggi di proprietà privata, chiediamo che venga stabilito ufficialmente che nessuna famiglia sotto sfratto sarà divisa, ma ci si impegni ad offrire ad essa, nella sua interezza, ricovero in un residence o in un ostello. Ricordiamo che la maggior parte delle famiglie in questione dispone di una fonte di reddito che consentirebbe loro di contribuire alle spese.
Invitiamo l’ente pubblico ad attenersi a quanto disposto dal Parlamento Europeo, ovvero di “garantire che il diritto a un alloggio adeguato sia riconosciuto e applicabile come diritto umano fondamentale attraverso le pertinenti disposizioni legislative europee e nazionali”. Solo in questo modo si potrà affrontare con maggiore giustizia ed equità il problema sociale che scaturisce dal disagio abitativo, senza farlo degenerare in un'emergenza umanitaria che intacca le basi valoriali della nostra società. 

 

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Sportello Casa per Tutt*Promotore della petizioneSiamo una realtà sociale per il diritto all’abitare nata dopo alcune assemblee contro il caro vita. Mail: sportellocasa@protonmail.com

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Il problema

Nella Provincia Autonoma di Trento cosa accade ad una famiglia con minori che si trova in uno stato di precarietà alloggiativa? Sulla base di quanto segnalato allo Sportello Casa per Tutt* da numerosi nuclei familiari colpiti dall’emergenza abitativa in corso, è possibile affermare che non vi sono norme o regolamenti provinciali che stabiliscano concretamente quali misure siano da adottare a supporto di famiglie rimaste prive di alloggio. Al contrario, pare essersi consolidata la prassi di prospettare e talvolta attuare la separazione del nucleo, collocando madri e figli minori in strutture pubbliche, lasciando invece padri e figli maggiorenni alla propria mercé. Appare evidente che i minori, divisi da almeno uno dei propri genitori, vengono inseriti in un contesto di accoglienza improprio, pensato a far fronte a situazioni di vulnerabilità nate da problematiche interne ad un nucleo familiare, non da situazioni di emergenza abitativa dettate da un mercato immobiliare saturo e inflazionato e da un’edilizia pubblica insufficiente.  Ci troviamo dinanzi ad una grave violazione di diritti stabiliti dal dettato costituzionale, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e da leggi ordinarie.

E proprio le istituzioni che dovrebbero assolvere il proprio dovere di garantire il diritto all’abitare sono le prime ad esporre a rischio l’integrità dei nuclei familiari: ad oggi l’Istituto per l’Edilizia Abitativa della Provincia Autonoma di Trento (ITEA) lascia circa 1.000 alloggi sfitti. A partire dal 2018 l’utenza ha riconsegnato all’ente molti più alloggi di quanti esso riesca a ristrutturare e intenda ristrutturare nel prossimo futuro. Eppure, dietro disposizioni della Provincia, ITEA, noncurante del contesto e delle proprie carenze, non solo non mette a disposizione un numero adeguato di alloggi d’urgenza, ma, senza attendere soluzioni alternative, sfratta per finita locazione inquilini e inquiline, sempre puntuali nel pagamento dell’affitto, da alloggi assegnati in emergenza e ormai in graduatoria ordinaria da decenni. 

Ciò premesso, chiediamo che vengano implementate, senza indugio, le seguenti azioni per tutelare l’unità dei nuclei in emergenza abitativa: la sospensione degli sfratti dall’edilizia pubblica di famiglie con minori, disabili e anziani sino al reperimento di un nuovo alloggio dignitoso; la riforma della legge provinciale 7 novembre 2005, n.15; lo stanziamento di fondi per offrire ricovero in residence od ostelli a famiglie rimaste prive di alloggio e, infine, la messa a disposizione di un maggior numero di alloggi a canone sociale e moderato. 

Solo in questo modo si potranno affrontare con maggiore giustizia ed equità le difficoltà che scaturiscono dal disagio abitativo, senza farle degenerare in un’emergenza umanitaria che intacca le basi valoriali della nostra società. 

 

 

 

TESTO INTEGRALE


«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». (Articolo 3, Costituzione della Repubblica italiana)

«È doveroso da parte della collettività intera impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione».
(Corte Costituzionale, sent. n. 49 del 1987)

«Il diritto all'abitazione rientra infatti, fra i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità cui si conforma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione».(Corte Costituzionale, sent. n. 217 del 1988)

«Creare le condizioni minime di uno Stato sociale, concorrere a garantire al maggior numero di cittadini possibile un fondamentale diritto sociale, quale quello all’abitazione, contribuire a che la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l’immagine universale della dignità umana, sono compiti cui lo Stato non può abdicare in nessun caso».
(Corte Costituzionale, sent. n. 217 del 25 febbraio 1988)

«Il diritto a un'abitazione dignitosa rientra, innegabilmente, fra i diritti fondamentali della persona».
(Corte Costituzionale, sent. n. 119 del 24 marzo 1999)


Nonostante le affermazioni di principio contenute nella Costituzione e ulteriormente approfondite in diverse sentenze della Corte Costituzionale (nonché nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani), oggi in Italia e in Trentino la negazione del diritto all’abitare è talmente grave da mettere a rischio il diritto dei minori a vivere insieme alla propria famiglia.

Cosa succede oggi ad una famiglia con minori che si trova in precarietà abitativa? In una risposta del 28 febbraio 2023 data dall'Assessore Zanotelli ad un’interrogazione in Consiglio Provinciale, si riporta che i Servizi sociali del Comune di Trento hanno seguito nell'ultimo anno e mezzo una famiglia rimasta priva di alloggio in seguito ad una procedura di sfratto, «garantendo un’adeguata sistemazione a madre e figli». La Comunità Alto Garda e Ledro ha invece seguito negli ultimi tre anni tre nuclei familiari separati a causa dello sfratto.

Notiamo che il Comune di Trento ha potuto garantire «un’adeguata sistemazione a madre e figli», ma non al padre. Nulla si dice concretamente invece su quali siano state le iniziative poste in essere a favore delle tre famiglie con minori rimaste prive di alloggio nell’Alto Garda. 

Le famiglie con minori in stato di separazione nel territorio della Comunità di Valle dell’Alto Garda e Ledro che si sono rivolte allo Sportello Casa per tutt* sono state in realtà quattro solo nell'ultimo anno. Due famiglie (di cui una con minori, entrambe hanno cittadinanza italiana) in cui alcuni componenti hanno dormito in macchina per mesi, altri sono dispersi tra amici e parenti. Altre due (entrambe con minori) costrette, dopo decenni di vita sul nostro territorio e l’acquisizione della cittadinanza da parte dei mariti, a separarsi con il ritorno nel paese d'origine dei genitori delle mogli con figli a carico per circa sei mesi, mentre i mariti sono rimasti qui a lavorare. In questi casi, abbiamo riscontrato difficoltà di accesso alle cure e negazione del diritto all’istruzione per minori sottoposti all’obbligo scolastico. Le mogli e i figli delle ultime due famiglie sono dovuti tornare per diversi mesi nel paese d’origine, rischiando di perdere la possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno e quindi di restare separati dai mariti e padri per anni. Fortunatamente sono riusciti a tornare in tempo e a trovare un nuovo alloggio in completa autonomia.

Sempre nella risposta dell’assessora Zanotelli del 28 febbraio 2023 vi è scritto:

«In ogni caso, gli enti che si sono trovati ad affrontare situazioni simili a quelle descritte nell'interrogazione hanno riferito di avervi fatto fronte con gli strumenti di sostegno e intervento attualmente previsti dalla disciplina provinciale».

Purtroppo osserviamo che non esiste, o almeno che non è pubblicamente consultabile, una «disciplina provinciale» che stabilisca concretamente e con certezza quali misure siano da adottare a supporto di famiglie rimaste prive di alloggio. 

Esiste solo quella che pare una prassi consolidata: prospettare e talvolta attuare la separazione del nucleo, collocando in alcune strutture pubbliche donne con figli minorenni, mentre mariti, figli e figlie maggiorenni devono provvedere da sé. In questo modo un nucleo familiare viene separato per un periodo di tempo variabile, che può andare dai pochi mesi agli anni. 

In questi casi i minori separati da almeno uno dei propri genitori vengono inseriti in un contesto di accoglienza improprio, pensato per far fronte a situazioni di vulnerabilità che nascono da problematiche interne ad un nucleo familiare, non da situazioni di emergenza abitativa e indigenza economica, frutto dell’ingiustizia sociale.

A tutto ciò bisogna aggiungere il fatto che l’ospitalità nelle strutture è assai onerosa dal punto di vista economico; comporta infatti una spesa di migliaia di euro al mese. Soldi che potrebbero più utilmente essere spesi per garantire non la separazione ma l’unità dei nuclei familiari fornendo loro un alloggio. Perché non lo si fa? Forse si ritiene che aver dato alla luce figli e figlie senza essere benestanti o almeno proprietari di casa sia qualcosa che merita di essere punito?

L’assenza di strutture, fondi, linee guida e regolamenti atti a tutelare l’unità dei nuclei familiari provoca situazioni drammatiche. Ad ora i Servizi Sociali possono solo fare richiesta per un alloggio ITEA in assegnazione d’urgenza, che non si può sapere con certezza se e quando verrà assegnato. Per il resto le alternative consistono nella separazione del nucleo.

E proprio le istituzioni che dovrebbero assolvere il proprio dovere di garantire il diritto all’abitare sono le prime ad esporre a rischio l’integrità dei nuclei familiari: oggi ITEA ha circa 1.000 alloggi sfitti; dal 2018 ne ha ricevuti indietro da inquilini e inquiline circa 400 l’anno, più di quanti sia riusciti a ristrutturarne. Il Piano strategico di ITEA prevede di ristrutturarne 810 nel 2023 e 2024. Non vi è quindi, a rigor di logica, alcuna fretta di procedere agli sfratti per le famiglie che hanno visto scadere il loro contratto di locazione d’urgenza, senza che sia stato assegnato loro un alloggio per graduatoria ordinaria che aspettano da almeno un decennio.

Eppure siamo a conoscenza di almeno 9 famiglie a cui è scaduto o sta per scadere il contratto di locazione d’urgenza, famiglie che hanno sempre pagato l’affitto e che verrebbero private della casa senza una soluzione alternativa dignitosa. Due di esse hanno già avuto almeno un accesso dell’ufficiale giudiziario per procedere allo sfratto, finora rimandato.

In entrambi i casi i funzionari e funzionarie ITEA hanno mostrato la più ferma decisione di procedere agli sfratti senza offrire un’alternativa o almeno attendere i tempi necessari (per forza di cose lunghi) affinché le famiglie possano trovare una sistemazione, mostrando un’ assoluta indifferenza per il loro destino, o addirittura un atteggiamento sprezzante e colpevolizzante nei loro confronti. 

Le famiglie inquiline di ITEA a cui è arrivata un'ingiunzione di sfratto hanno ricevuto lettere in cui gli si intima di abbandonare l'alloggio e si annuncia la presenza allo sfratto dell'Assistente sociale «per tutelare i minori in caso i genitori non siano in grado di attivarsi per la ricerca di un nuovo alloggio». 

Emerge evidente il tentativo, da parte di chi dovrebbe amministrare l’edilizia pubblica, di colpevolizzare persone la cui unica “colpa” è quella di vivere in un territorio il cui mercato immobiliare è saturo e in cui gli affitti sono troppo alti rispetto ai salari. Non parliamo infatti di persone in condizioni di marginalità sociale — a cui comunque va riconosciuto il diritto all’abitare — bensì di lavoratori e lavoratrici, di nostri colleghi e colleghe, di madri e padri, di alunni e alunne, di pazienti e di compagni e compagne di giochi. 

Le famiglie che abbiamo incontrato sono perfettamente in grado di cercare un alloggio e la maggior parte, sia nel privato che nell'edilizia pubblica, viene sfrattata non per morosità ma per finita locazione. Coloro che negli ultimi decenni si sono avvicendati al governo di Provincia, Comuni e Comunità di Valle non sono stati in grado di “attivarsi” per garantire un numero sufficiente di alloggi pubblici, di alloggi a canone moderato e di limitare l’aumento esponenziale dei prezzi sul mercato privato — quest'ultimo dovuto sia alle locazioni per studenti e studentesse che alla moltiplicazione delle locazioni turistiche (spesso effettuate in maniera incontrollata e non tassata su piattaforme on line).

Indubbiamente, tutto ciò è frutto di un contesto che non può essere considerato colpa di una sola istituzione, ente o parte politica, ma, a maggior ragione, non si può far ricadere la colpa sulle famiglie vittime dell’emergenza abitativa.

Tutto questo è in contrasto non solo con lo spirito dell’articolo 3 della costituzione, ma anche con la legge n. 184 del 1983 stabilisce:

«1. Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia.

2. Le condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente la responsabilità genitoriale non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. A tal fine a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e di aiuto.

3. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie competenze, sostengono, con idonei interventi, nel rispetto della loro autonomia e nei limiti delle risorse finanziarie disponibili, i nuclei familiari a rischio, al fine di prevenire l’abbandono e di consentire al minore di essere educato nell’ambito della propria famiglia».

Nonché con le sentenze della Corte Costituzionale n.49 del 1987, n.217 del 1988, n.119 del 1999 che mettono quello ad un’abitazione dignitosa tra i diritti fondamentali della persona.

Gli sfratti senza alternativa dignitosa sono inoltre definiti una violazione dei diritti umani dalla Risoluzione del parlamento europeo del 21 gennaio 2021 in merito all'«Alloggio dignitoso e a prezzi abbordabili per tutti».

Chiediamo pertanto ai soggetti chiamati in causa di prendere fin da subito i dovuti provvedimenti affinché si eviti in ogni modo la separazione di un nucleo familiare in emergenza abitativa. Essi possono essere i più vari. Occorre, innanzitutto, fermare tutti gli sfratti dall’edilizia pubblica di famiglie con al proprio interno minori, disabili e anziani, sino a quando questi nuclei non avranno trovato un nuovo alloggio dignitoso. Inoltre, affinché simili situazioni non si verifichino in futuro reputiamo fondamentale rivedere la Legge Provinciale che regola la materia, non più adeguata all’attuale contesto, e aumentare notevolmente il numero di alloggi a canone sociale e moderato a disposizione.
Per quanto riguarda invece gli sfratti da alloggi di proprietà privata, chiediamo che venga stabilito ufficialmente che nessuna famiglia sotto sfratto sarà divisa, ma ci si impegni ad offrire ad essa, nella sua interezza, ricovero in un residence o in un ostello. Ricordiamo che la maggior parte delle famiglie in questione dispone di una fonte di reddito che consentirebbe loro di contribuire alle spese.
Invitiamo l’ente pubblico ad attenersi a quanto disposto dal Parlamento Europeo, ovvero di “garantire che il diritto a un alloggio adeguato sia riconosciuto e applicabile come diritto umano fondamentale attraverso le pertinenti disposizioni legislative europee e nazionali”. Solo in questo modo si potrà affrontare con maggiore giustizia ed equità il problema sociale che scaturisce dal disagio abitativo, senza farlo degenerare in un'emergenza umanitaria che intacca le basi valoriali della nostra società. 

 

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