Contro il lato oscuro dell’open access: libertà di pubblicare vs libertà di pagare

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The Issue

Da alcuni anni il mondo accademico ha visto la diffusione di un meccanismo che, pur iniziato sotto i migliori auspici, si è evoluto in modo da pregiudicare la libertà e la qualità della ricerca. Stiamo parlando dell’open access che, in molti casi, sarebbe più trasparente chiamare pay to publish o publish if funded.

Per open access si intende un insieme di modelli editoriali che, in teoria, dovrebbero rendere i risultati della ricerca scientifica liberamente accessibili online, senza barriere economiche per il lettore. Si è sviluppato in diverse varianti: il gold open access, in cui gli articoli sono liberamente accessibili ma i costi sono interamente sostenuti dagli autori (tramite article processing charges o APC); il green open access, che prevede l’archiviazione gratuita di versioni degli articoli in repository istituzionali; e il diamond open access, che elimina i costi sia per leggere sia per pubblicare, sostenuto da istituzioni pubbliche o consorzi accademici. In alcune riviste, rimane possibile pubblicare senza costo, ma in questo caso l’articolo non è accessibile liberamente online nelle banche dati ufficiali.

Il problema non è lo spirito originario dell’open access, ovvero rendere la ricerca pubblicata accessibile a tutti, ma la sua attuazione concreta che sta producendo effetti opposti a quelli dichiarati. La situazione che si è venuta a creare è tanto più seria quanto più gli organi governativi nazionali, europei e mondiali lo stanno non solo incoraggiando, ma addirittura rendendo obbligatorio nell’ambito di progetti finanziati.

Il presente documento vuole essere un’occasione per tutti coloro che desiderano sensibilizzare la comunità accademica e il pubblico, al fine di rivendicare il valore dell’autonomia della ricerca e di riportare libertà, qualità e merito al centro della ricerca. La libertà intellettuale non è un principio garantito: è un valore che va costantemente difeso e che può subire attacchi anche in modi non sempre evidenti.

Con questo testo, i firmatari si oppongono a tutte quelle applicazioni dell’open access che, nella pratica, determinano vincoli alla pubblicazione libera dei risultati del pensiero. I firmatari ritengono che sia fondamentale impedire che studiosi e ricercatori si trovino costretti a ridurre il loro tempo, il loro ingegno, e la loro creatività al conseguimento di premialità imposte da agenzie sulle quali non hanno alcun potere. Nel Novecento, il sistema accademico era, almeno idealmente, basato su una triade virtuosa: lavoro, pubblicazione, posizione accademica. Si pubblicava quando il proprio contributo era giudicato meritevole dalla comunità dei pari (peer review). Le riviste e gli editori avevano un ruolo ancillare: non decidevano cosa pubblicare, ma ne garantivano la circolazione e organizzavano la verifica dei lavori pubblicati. Non era un sistema perfetto, ma il principio era eticamente solido. Le riviste non erano il fine della ricerca, ma un mezzo guidato dalle comunità scientifiche.

A partire dagli anni Novanta, con la progressiva diffusione di logiche aziendalistiche nell’ambiente accademico, lo spirito originario dell’open access si è modificato e, con la giustificazione di rendere accessibile a tutti il prodotto della ricerca, la disponibilità di fondi ha gradatamente affiancato il merito, diventando progressivamente altrettanto, se non di più, importante. Il classico publish or perish si è spesso trasformato, nella pratica quotidiana, in get funded or perish, e quindi in follow the guidelines to get funded.

A partire dalla Dichiarazione di Berlino del 2003, la Dichiarazione della Budapest Open Access Iniziative, la Carta di ECHO e il Bethesda Statement sull’Open Access Publishing, la Dichiarazione di Messina (2004), la Raccomandazione della Commissione Europea (2012), il D.L. (2013/91), le Linee Guida CRUI recanti «Gestione dei diritti per l’utilizzo delle pubblicazioni scientifiche» e numerose dichiarazioni nei piani strategici degli atenei, volti a «fornire tutti gli strumenti per stimolare l’Open Access sulla base dei principi FAIR: Findable, Accessible, Interoperable, Reusable» si è assistito a una progressiva pressione per favorire lo strumento open access per le pubblicazioni accademiche. In questa lettera sosteniamo che l’open access, nato per garantire «Nuove possibilità di disseminazione della conoscenza non solo attraverso le modalità tradizionali ma anche e sempre attraverso il paradigma dell’accesso aperto via internet», abbia prodotto effetti perversi quali: la limitazione della libertà di ricerca, l’asservimento della ricerca alla disponibilità di fondi preventivi, la diffusione di criteri opportunistici avversi alla qualità della ricerca scientifica, mentre non è affatto vero che tali strumenti abbiano contribuito a realizzare né il «principio della conoscenza come bene comune» né «logiche di inclusione e partecipazione, per una scienza aperta e collaborativa».

Tra l’altro, anche un esame quantitativo mostra come anche se con il Gold Open Access e gli accordi trasformativi, se i ricercatori poveri guadagnano accesso in lettura ai lavori pubblicati (che però sono solo i lavori dei ricercatori ricchi), in assenza di fondi o di istituzioni generose perdono la possibilità di pubblicare. Il risultato netto è che la produzione scientifica accessibile si riduce a chi può permettersi di farne parte. In parallelo si assiste a un aumento del totale speso dalle istituzioni (i contratti trasformativi CRUI-CARE con i tre maggiori editori, Elsevier, Springer, Wiley, ammontano a oltre 250 milioni di euro senza una reale transizione all’accesso aperto, https://aisa.sp.unipi.it/contratti-trasformativi-perche-varrebbe-la-pena-discuterne/ Non a caso, il Cancer Research UK, una fondazione inglese senza fini di lucro, ha deciso che non finanzieranno più pubblicazioni Open Access perché ciò comporterebbe una riduzione delle risorse a disposizione per la ricerca effettiva.

 

Le ragioni per opporsi Il costo è eccessivo e selettivo

Al momento della stesura di questo testo, la pubblicazione di un articolo in modalità open access può costare tra i 3.000 e i 12.000 euro per articolo (per materie STEM e meno per materie umanistiche). In questo modo, solo i ricercatori che sono già inseriti in progetti finanziati possono sostenere tali costi: quindi solo coloro che hanno già adeguato la propria ricerca alle linee tematiche scelte dai finanziatori. Chi non è ricco, non pubblica, anche se ha qualcosa di importante da dire. Se una linea di ricerca non è stata proposta a monte o dall’alto, tra quelle che hanno accesso a fondi per pubblicare, non è possibile pubblicare il proprio lavoro.

 

La disuguaglianza non è eliminata: è spostata

L’open access non elimina la barriera economica intorno alla conoscenza: la sposta. Prima il costo gravava sui lettori; ora grava sugli autori. In entrambi i casi la ricerca rimane prigioniera di logiche economiche. Se prima la barriera economica poteva bloccare l’utilizzo di un risultato scientifico, ora la barriera economica ne impedisce la pubblicazione alla fonte. L’open access introduce una forma di concorrenza sleale tra autori: i ricercatori affiliati a università o istituzioni dotate di risorse economiche adeguate risultano sistematicamente avvantaggiati rispetto a coloro che operano in contesti con minori disponibilità finanziarie. Questo meccanismo accentua ulteriormente le disuguaglianze esistenti, creando una frattura tra grandi atenei, in grado di sostenere tali costi, e piccoli atenei o istituzioni meno finanziate, che vedono limitata la propria capacità di contribuire al dibattito scientifico. Si genera così un’ulteriore distorsione nel mercato della ricerca, in cui la possibilità di pubblicare dipende non solo dal merito scientifico, ma anche dalla disponibilità di risorse economiche istituzionali.

 

Il vero open access non è competitivo

Il mercato oligopolistico delle grandi case editrici non può che utilizzare opportunisticamente la situazione. Perfino attori dichiaratamente pro-open access come Science Europe e cOAlition riconoscono il problema e perciò sostengono il modello Diamond Open Access, senza costi né per leggere né per pubblicare. Purtroppo, il Diamond Open Access, per quanto auspicabile, non può sostenere le pressioni del mercato imposto dalle grandi case editrici. In questo modo, un meccanismo nato per favorire la circolazione libera della conoscenza tende a rafforzare un mercato editoriale che impone pedaggi di ingresso elevatissimi, sostanzialmente incontrollati e incontrollabili.

 

Ingerenza politica e ricerca

Come accennato, la possibile degenerazione dell’open access è ancora più pericolosa in quanto questo strumento viene di fatto incorporato in molti programmi di finanziamento nazionali ed europei. L’obbligo a pubblicare in modalità open access, utilizzando parte dei fondi stanziati, crea canali preferenziali per quelle ricerche che riflettono le indicazioni delle agenzie finanziatrici, penalizzando il lavoro autonomo. Per accedere ai finanziamenti, i ricercatori devono necessariamente aderire ai valori e alle priorità dei finanziatori che, anche nel caso più virtuoso, sono il frutto di scelte politiche esterne alla comunità scientifica. L’open access obbligatorio erode l’autonomia intellettuale della ricerca, introducendo un interesse economico alla pubblicazione del tutto estraneo alla qualità del lavoro scientifico.

 

Il principio di Campbell

Da parecchio tempo, i lavori si contano e si pesano secondo metriche astruse, ma si leggono sempre meno. Gli editori (che operano in mercati molto concentrati) hanno tratto profitto da queste logiche quantitative e hanno scaricato i costi dell'incremento del numero delle pubblicazioni sugli atenei. Non potendo contare sui lettori (sempre meno motivati), la soluzione logica è stata puntare sugli autori (sempre più motivati a fini di carriera). Prima hanno aumentato le richieste di finanziamento delle pubblicazioni da parte di autori e dipartimenti, ora utilizzano l’open access per chiedere corrispettivi che non hanno la minima correlazione con l’effettivo valore di mercato dell’opera, spesso inesistente, né con l’effettivo livello dei loro costi. In questo modo si concretizza il principio di Donald Campbell (per certi aspetti analogo alla legge di Goodhart): trasformando l’indice di misura in un fine in se stesso, il sistema si corrompe.

 

Conclusione

I sottoscritti riconoscono che, nel limite del possibile, per difendere la libertà della ricerca e del pensiero, sia necessario opporsi, nelle sedi istituzionali di propria competenza, all’imposizione dell’open access; sostenere e difendere i colleghi che non abbiano accettato di subordinare il loro lavoro a un sistema in cui la disponibilità di fondi è il criterio de facto per accedere alla pubblicazione; promuovere modelli alternativi, a partire dal Diamond Open Access, che realizzino concretamente il principio della conoscenza come bene comune, senza scaricare i costi né sui lettori né sugli autori.

Non è sufficiente accettare le cose come stanno: la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Opporsi a logiche che tradiscono l’essenza dell’ambiente accademico e stravolgono i principi su cui si fonda la ricerca libera costituisce un imperativo sia morale che intellettuale.

In fede,

Riccardo Manzotti, Università IULM, Milano

Simone Rossi, Università di Siena, Siena


Primi firmatari

Acciai, Alessandro, filosofia e scienze cognitive, Università di Messina, Messina

Adinolfi, Massimo, Filosofia, Università degli Studi di Napoli Federico II, Napoli
Ardizzone, Antonella, Economia, IULM University, Milano

Barbieri, Sergio, Neurologia, Policlinico di Milano, Milano

Bazzoni, Giulia, Economia, Cà Foscari, Venezia

Beltrame, Francesco, Bioingegneria, Università di Genova, Genova

Bessi, Valentina, Neurologia, Università di Firenze, Firenze

Bicchi, Antonio, Robotica, Università di Pisa, Pisa

Bonaga, Stefano, Filosofia, Bologna

Bruni, Domenica, Filosofia, Università di Messina, Messina

Cappa, Stefano, Neuropsicologia, IUSS Pavia, Pavia

Caruana, Fausto, Neuroscienze, CNR, Parma

Centonze, Diego, Neurologia, Università di Roma Tor Vergata, Roma

Cimatti, Felice, Filosofia del linguaggio, Università della Calabria

Devito, Giuseppe, Fisica e Astronomia, Università di Firenze, Firenze

Dubbioso, Raffaele, Neurologia, Università di Napoli Federico II, Napoli

Giugliano, Michele, Neuroscienze, Università Modena e Reggio Emilia

Lanfredini, Roberta, Filosofia, Università di Firenze, Firenze

Leoni, Federico, Filosofia, Università di Verona, Verona

Lombardi Vallauri, Edoardo, Linguistica, Università Roma Tre, Roma

Mazza, Emilio, Storia della filosofia, IULM, Milano

Messina, Andrea, Fisica, Università della Sapienza, Roma

Mingardi, Alberto, Scienze politiche, IULM, Milano

Mortara, Ariela, Comunicazione, IULM, Milano

Paolucci, Claudio, Semiotica, Università di Bologna, Bologna

Pasqualetti, Patrizio, Statistica medica, Sapienza Università di Roma, Roma

Penco, Carlo, Filosofia del linguaggio, Università di Genova, Genova

Perconti, Pietro, Filosofia della mente, Università di Messina, Messina

Remotti, Giorgio, Giurisprudenza, Università di Pavia, Pavia

Ricceri, Federica, Comunicazione, IULM, Milano

Ronchi, Rocco, Filosofia, Università dell’Aquila, L’Aquila

Rossi, Giuseppe, Giurisprudenza, IULM, Milano

Rumiati, Raffaella, Neuroscienze cognitive, SISSA, Trieste

Sandini, Giulio, Robotica e Bioingegneria, IIT, Genova

Tartabini, Angelo, Psicobiologia, Università di Parma,  Parma

Testa, Stefania, Economia, Università di Genova, Genova

Treves, Alessandro, Neuroscienze, SISSA, Trento

Tuppini, Tommaso, Filosofia, Università di Verona, Verona

Ulivelli, Monica, Neurologia, Università di Siena, Siena

Valenza, Gaetano, Bioingegneria, Università di Pisa, Pisa

Vallortigara, Giorgio, Neuroscienze cognitive, Università di Trento, Rovereto

Voltolini, Alberto, Filosofia, Università di Torino, Torino

 

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Riccardo ManzottiPetition StarterOrdinario di Filosofia Teoretica

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Da alcuni anni il mondo accademico ha visto la diffusione di un meccanismo che, pur iniziato sotto i migliori auspici, si è evoluto in modo da pregiudicare la libertà e la qualità della ricerca. Stiamo parlando dell’open access che, in molti casi, sarebbe più trasparente chiamare pay to publish o publish if funded.

Per open access si intende un insieme di modelli editoriali che, in teoria, dovrebbero rendere i risultati della ricerca scientifica liberamente accessibili online, senza barriere economiche per il lettore. Si è sviluppato in diverse varianti: il gold open access, in cui gli articoli sono liberamente accessibili ma i costi sono interamente sostenuti dagli autori (tramite article processing charges o APC); il green open access, che prevede l’archiviazione gratuita di versioni degli articoli in repository istituzionali; e il diamond open access, che elimina i costi sia per leggere sia per pubblicare, sostenuto da istituzioni pubbliche o consorzi accademici. In alcune riviste, rimane possibile pubblicare senza costo, ma in questo caso l’articolo non è accessibile liberamente online nelle banche dati ufficiali.

Il problema non è lo spirito originario dell’open access, ovvero rendere la ricerca pubblicata accessibile a tutti, ma la sua attuazione concreta che sta producendo effetti opposti a quelli dichiarati. La situazione che si è venuta a creare è tanto più seria quanto più gli organi governativi nazionali, europei e mondiali lo stanno non solo incoraggiando, ma addirittura rendendo obbligatorio nell’ambito di progetti finanziati.

Il presente documento vuole essere un’occasione per tutti coloro che desiderano sensibilizzare la comunità accademica e il pubblico, al fine di rivendicare il valore dell’autonomia della ricerca e di riportare libertà, qualità e merito al centro della ricerca. La libertà intellettuale non è un principio garantito: è un valore che va costantemente difeso e che può subire attacchi anche in modi non sempre evidenti.

Con questo testo, i firmatari si oppongono a tutte quelle applicazioni dell’open access che, nella pratica, determinano vincoli alla pubblicazione libera dei risultati del pensiero. I firmatari ritengono che sia fondamentale impedire che studiosi e ricercatori si trovino costretti a ridurre il loro tempo, il loro ingegno, e la loro creatività al conseguimento di premialità imposte da agenzie sulle quali non hanno alcun potere. Nel Novecento, il sistema accademico era, almeno idealmente, basato su una triade virtuosa: lavoro, pubblicazione, posizione accademica. Si pubblicava quando il proprio contributo era giudicato meritevole dalla comunità dei pari (peer review). Le riviste e gli editori avevano un ruolo ancillare: non decidevano cosa pubblicare, ma ne garantivano la circolazione e organizzavano la verifica dei lavori pubblicati. Non era un sistema perfetto, ma il principio era eticamente solido. Le riviste non erano il fine della ricerca, ma un mezzo guidato dalle comunità scientifiche.

A partire dagli anni Novanta, con la progressiva diffusione di logiche aziendalistiche nell’ambiente accademico, lo spirito originario dell’open access si è modificato e, con la giustificazione di rendere accessibile a tutti il prodotto della ricerca, la disponibilità di fondi ha gradatamente affiancato il merito, diventando progressivamente altrettanto, se non di più, importante. Il classico publish or perish si è spesso trasformato, nella pratica quotidiana, in get funded or perish, e quindi in follow the guidelines to get funded.

A partire dalla Dichiarazione di Berlino del 2003, la Dichiarazione della Budapest Open Access Iniziative, la Carta di ECHO e il Bethesda Statement sull’Open Access Publishing, la Dichiarazione di Messina (2004), la Raccomandazione della Commissione Europea (2012), il D.L. (2013/91), le Linee Guida CRUI recanti «Gestione dei diritti per l’utilizzo delle pubblicazioni scientifiche» e numerose dichiarazioni nei piani strategici degli atenei, volti a «fornire tutti gli strumenti per stimolare l’Open Access sulla base dei principi FAIR: Findable, Accessible, Interoperable, Reusable» si è assistito a una progressiva pressione per favorire lo strumento open access per le pubblicazioni accademiche. In questa lettera sosteniamo che l’open access, nato per garantire «Nuove possibilità di disseminazione della conoscenza non solo attraverso le modalità tradizionali ma anche e sempre attraverso il paradigma dell’accesso aperto via internet», abbia prodotto effetti perversi quali: la limitazione della libertà di ricerca, l’asservimento della ricerca alla disponibilità di fondi preventivi, la diffusione di criteri opportunistici avversi alla qualità della ricerca scientifica, mentre non è affatto vero che tali strumenti abbiano contribuito a realizzare né il «principio della conoscenza come bene comune» né «logiche di inclusione e partecipazione, per una scienza aperta e collaborativa».

Tra l’altro, anche un esame quantitativo mostra come anche se con il Gold Open Access e gli accordi trasformativi, se i ricercatori poveri guadagnano accesso in lettura ai lavori pubblicati (che però sono solo i lavori dei ricercatori ricchi), in assenza di fondi o di istituzioni generose perdono la possibilità di pubblicare. Il risultato netto è che la produzione scientifica accessibile si riduce a chi può permettersi di farne parte. In parallelo si assiste a un aumento del totale speso dalle istituzioni (i contratti trasformativi CRUI-CARE con i tre maggiori editori, Elsevier, Springer, Wiley, ammontano a oltre 250 milioni di euro senza una reale transizione all’accesso aperto, https://aisa.sp.unipi.it/contratti-trasformativi-perche-varrebbe-la-pena-discuterne/ Non a caso, il Cancer Research UK, una fondazione inglese senza fini di lucro, ha deciso che non finanzieranno più pubblicazioni Open Access perché ciò comporterebbe una riduzione delle risorse a disposizione per la ricerca effettiva.

 

Le ragioni per opporsi Il costo è eccessivo e selettivo

Al momento della stesura di questo testo, la pubblicazione di un articolo in modalità open access può costare tra i 3.000 e i 12.000 euro per articolo (per materie STEM e meno per materie umanistiche). In questo modo, solo i ricercatori che sono già inseriti in progetti finanziati possono sostenere tali costi: quindi solo coloro che hanno già adeguato la propria ricerca alle linee tematiche scelte dai finanziatori. Chi non è ricco, non pubblica, anche se ha qualcosa di importante da dire. Se una linea di ricerca non è stata proposta a monte o dall’alto, tra quelle che hanno accesso a fondi per pubblicare, non è possibile pubblicare il proprio lavoro.

 

La disuguaglianza non è eliminata: è spostata

L’open access non elimina la barriera economica intorno alla conoscenza: la sposta. Prima il costo gravava sui lettori; ora grava sugli autori. In entrambi i casi la ricerca rimane prigioniera di logiche economiche. Se prima la barriera economica poteva bloccare l’utilizzo di un risultato scientifico, ora la barriera economica ne impedisce la pubblicazione alla fonte. L’open access introduce una forma di concorrenza sleale tra autori: i ricercatori affiliati a università o istituzioni dotate di risorse economiche adeguate risultano sistematicamente avvantaggiati rispetto a coloro che operano in contesti con minori disponibilità finanziarie. Questo meccanismo accentua ulteriormente le disuguaglianze esistenti, creando una frattura tra grandi atenei, in grado di sostenere tali costi, e piccoli atenei o istituzioni meno finanziate, che vedono limitata la propria capacità di contribuire al dibattito scientifico. Si genera così un’ulteriore distorsione nel mercato della ricerca, in cui la possibilità di pubblicare dipende non solo dal merito scientifico, ma anche dalla disponibilità di risorse economiche istituzionali.

 

Il vero open access non è competitivo

Il mercato oligopolistico delle grandi case editrici non può che utilizzare opportunisticamente la situazione. Perfino attori dichiaratamente pro-open access come Science Europe e cOAlition riconoscono il problema e perciò sostengono il modello Diamond Open Access, senza costi né per leggere né per pubblicare. Purtroppo, il Diamond Open Access, per quanto auspicabile, non può sostenere le pressioni del mercato imposto dalle grandi case editrici. In questo modo, un meccanismo nato per favorire la circolazione libera della conoscenza tende a rafforzare un mercato editoriale che impone pedaggi di ingresso elevatissimi, sostanzialmente incontrollati e incontrollabili.

 

Ingerenza politica e ricerca

Come accennato, la possibile degenerazione dell’open access è ancora più pericolosa in quanto questo strumento viene di fatto incorporato in molti programmi di finanziamento nazionali ed europei. L’obbligo a pubblicare in modalità open access, utilizzando parte dei fondi stanziati, crea canali preferenziali per quelle ricerche che riflettono le indicazioni delle agenzie finanziatrici, penalizzando il lavoro autonomo. Per accedere ai finanziamenti, i ricercatori devono necessariamente aderire ai valori e alle priorità dei finanziatori che, anche nel caso più virtuoso, sono il frutto di scelte politiche esterne alla comunità scientifica. L’open access obbligatorio erode l’autonomia intellettuale della ricerca, introducendo un interesse economico alla pubblicazione del tutto estraneo alla qualità del lavoro scientifico.

 

Il principio di Campbell

Da parecchio tempo, i lavori si contano e si pesano secondo metriche astruse, ma si leggono sempre meno. Gli editori (che operano in mercati molto concentrati) hanno tratto profitto da queste logiche quantitative e hanno scaricato i costi dell'incremento del numero delle pubblicazioni sugli atenei. Non potendo contare sui lettori (sempre meno motivati), la soluzione logica è stata puntare sugli autori (sempre più motivati a fini di carriera). Prima hanno aumentato le richieste di finanziamento delle pubblicazioni da parte di autori e dipartimenti, ora utilizzano l’open access per chiedere corrispettivi che non hanno la minima correlazione con l’effettivo valore di mercato dell’opera, spesso inesistente, né con l’effettivo livello dei loro costi. In questo modo si concretizza il principio di Donald Campbell (per certi aspetti analogo alla legge di Goodhart): trasformando l’indice di misura in un fine in se stesso, il sistema si corrompe.

 

Conclusione

I sottoscritti riconoscono che, nel limite del possibile, per difendere la libertà della ricerca e del pensiero, sia necessario opporsi, nelle sedi istituzionali di propria competenza, all’imposizione dell’open access; sostenere e difendere i colleghi che non abbiano accettato di subordinare il loro lavoro a un sistema in cui la disponibilità di fondi è il criterio de facto per accedere alla pubblicazione; promuovere modelli alternativi, a partire dal Diamond Open Access, che realizzino concretamente il principio della conoscenza come bene comune, senza scaricare i costi né sui lettori né sugli autori.

Non è sufficiente accettare le cose come stanno: la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Opporsi a logiche che tradiscono l’essenza dell’ambiente accademico e stravolgono i principi su cui si fonda la ricerca libera costituisce un imperativo sia morale che intellettuale.

In fede,

Riccardo Manzotti, Università IULM, Milano

Simone Rossi, Università di Siena, Siena


Primi firmatari

Acciai, Alessandro, filosofia e scienze cognitive, Università di Messina, Messina

Adinolfi, Massimo, Filosofia, Università degli Studi di Napoli Federico II, Napoli
Ardizzone, Antonella, Economia, IULM University, Milano

Barbieri, Sergio, Neurologia, Policlinico di Milano, Milano

Bazzoni, Giulia, Economia, Cà Foscari, Venezia

Beltrame, Francesco, Bioingegneria, Università di Genova, Genova

Bessi, Valentina, Neurologia, Università di Firenze, Firenze

Bicchi, Antonio, Robotica, Università di Pisa, Pisa

Bonaga, Stefano, Filosofia, Bologna

Bruni, Domenica, Filosofia, Università di Messina, Messina

Cappa, Stefano, Neuropsicologia, IUSS Pavia, Pavia

Caruana, Fausto, Neuroscienze, CNR, Parma

Centonze, Diego, Neurologia, Università di Roma Tor Vergata, Roma

Cimatti, Felice, Filosofia del linguaggio, Università della Calabria

Devito, Giuseppe, Fisica e Astronomia, Università di Firenze, Firenze

Dubbioso, Raffaele, Neurologia, Università di Napoli Federico II, Napoli

Giugliano, Michele, Neuroscienze, Università Modena e Reggio Emilia

Lanfredini, Roberta, Filosofia, Università di Firenze, Firenze

Leoni, Federico, Filosofia, Università di Verona, Verona

Lombardi Vallauri, Edoardo, Linguistica, Università Roma Tre, Roma

Mazza, Emilio, Storia della filosofia, IULM, Milano

Messina, Andrea, Fisica, Università della Sapienza, Roma

Mingardi, Alberto, Scienze politiche, IULM, Milano

Mortara, Ariela, Comunicazione, IULM, Milano

Paolucci, Claudio, Semiotica, Università di Bologna, Bologna

Pasqualetti, Patrizio, Statistica medica, Sapienza Università di Roma, Roma

Penco, Carlo, Filosofia del linguaggio, Università di Genova, Genova

Perconti, Pietro, Filosofia della mente, Università di Messina, Messina

Remotti, Giorgio, Giurisprudenza, Università di Pavia, Pavia

Ricceri, Federica, Comunicazione, IULM, Milano

Ronchi, Rocco, Filosofia, Università dell’Aquila, L’Aquila

Rossi, Giuseppe, Giurisprudenza, IULM, Milano

Rumiati, Raffaella, Neuroscienze cognitive, SISSA, Trieste

Sandini, Giulio, Robotica e Bioingegneria, IIT, Genova

Tartabini, Angelo, Psicobiologia, Università di Parma,  Parma

Testa, Stefania, Economia, Università di Genova, Genova

Treves, Alessandro, Neuroscienze, SISSA, Trento

Tuppini, Tommaso, Filosofia, Università di Verona, Verona

Ulivelli, Monica, Neurologia, Università di Siena, Siena

Valenza, Gaetano, Bioingegneria, Università di Pisa, Pisa

Vallortigara, Giorgio, Neuroscienze cognitive, Università di Trento, Rovereto

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