Aiutiamo i locali storici di Torino a riaprire

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LA FINE DEL MODELLO TORINO?

Torino, da città industriale a polo culturale. La rinascita e il “modello Torino”.
Fino al 2012 Torino ha rappresentato uno dei modelli più interessanti della rigenerazione culturale che passa attraverso i grandi eventi e un tessuto diffuso di iniziative culturali e di intrattenimento. Negli ultimi vent’anni, la città e i suoi abitanti sono stati partecipi di un’incredibile trasformazione. La vita sociale è drasticamente cambiata, è cresciuto il numero dei locali, dei festival e di organizzazioni. Il comparto dell’intrattenimento si è aperto uno spazio importante nell’economia torinese e ha dato un impulso vitale alla sua crescita e alla sua capacità di aggregazione. Aggregazione che non riguarda solo gli under 30, ma anche le giovani famiglie e quelle meno giovani che andavano alla Classica in piazza San Carlo a alle iniziative dei Giardini Reali, così come all’Imbarchino o alle Bocciofile lungo il fiume (anche queste scomparse in attesa di riassegnazioni che non arrivano mai).
Un’offerta culturale e d’intrattenimento varia e vivace.
È stato un processo lento e incredibilmente complesso che ha visto partecipi le istituzioni, le fondazioni, gli artisti e tutta
una leva di piccoli imprenditori: proprietari di locali, impresari e organizzatori.

Ora questo processo sembra essersi inceppato; le manifestazioni, i festival e le rassegne sono decimate, i luoghi storici che sono stati il simbolo di questo cambiamento chiudono uno dopo l’altro.
In un contesto totalmente disorganizzato e sconnesso saltano parti di programmazione da un giorno all’altro per via della chiusura improvvisa di spazi. La frase che si è sentita ripetere più spesso in quest'ultimo anno, da organizzatori di eventi grandi e piccoli, è che a Torino non si possa più pianificare nulla. In tanti hanno già spostato, o stanno per spostare, le proprie attività in altre città, in Piemonte o anche in altre regioni.

L’ordinanza come risposta alla chiusura massiccia di spazi e alla carenza di eventi
Come abbiamo detto il vero problema sono gli spazi chiusi e la mancanza di festival e rassegne estive.
Il comune si concentra sulle ordinanze che vietano il consumo di alcolici per strada, polarizzando la discussione sull’annoso contrasto tra la movida e i residenti. Un fenomeno che è solo la conseguenza di un problema più articolato.

La chiusura dei Murazzi è stato il primo banco di prova per gli operatori di questo settore che si sono ritrovati privati di una zona fondamentale e centrale rispetto alla città. La crisi si è poi allargata fino a esplodere in quest’ultimo periodo.
E’ lungo l’elenco dei locali che hanno chiuso o sono limitati nell’utilizzo dei loro spazi: Cap10100, Imbarchino, Samo, Rotonda, Chalet, Club 84.
Tutti luoghi storici e realtà importanti di questo comparto. Attività imprenditoriali che davano lavoro a centinaia di persone (si stima 500 persone che hanno perso posti di lavoro, praticamente una fabbrica di media/grande dimensione) e sostenevano un settore in controtendenza. Molti di questi chiusi dopo la stretta sui controlli partita dalla circolare Gabrielli in seguito “sanguinosi fatti di piazza San Carlo” e poi rimasti impantanati nella burocrazia dei vari enti, nei progetti di ristrutturazione e messa a norma che spesso si rivelano impossibili o troppo lunghi. La stessa rinascita dei Murazzi, concessi con un bando comunale del 2015, si ritrova a tre anni di distanza ancora arenata alla fase progettuale.

Sempre in rispetto alla circolare Gabrielli e l’irrigidimento delle regolamentazioni sul suolo pubblico hanno fatto il resto: nel giro di mesi abbiamo visto sparire i più importanti festival della città. Organizzare qualcosa all’aperto è oramai uno sforzo insostenibile persino per i soggetti più forti del settore e mentre i pochi rimasti lottano per dare continuità alle proprie manifestazioni la maggioranza degli operatori le sospende o le sposta in altre città. In questo modo abbiamo visto il Fringe Festival migrare verso Firenze, il Salone del Gusto tornare negli spazi chiusi del Lingotto, il capodanno abbandonare la piazza per i palazzetti semivuoti, San Giovanni ridotto a uno spettacolo di droni in piazza Castello.

È inevitabile che se diminuiscono drasticamente e simultaneamente gli spazi di aggregazione i giovani e meno giovani, non sapendo dove andare, si riversino nei quartieri della movida complicando ulteriormente il già difficile rapporto con i residenti.

Inoltre depotenziare il settore significa un aumento degli abusivismi e riduzione d’indotto e posti di lavoro.
A rimetterci sono gli operatori culturali e gli imprenditori dell’intrattenimento, persone serie e qualificate che hanno investito su questa città e che lavorano affinché quello spazio possa anche offrire ai giovani dei modelli culturali alternativi. Situazione insostenibile, adesso, che sarà ancora più difficile quando la stagione dovrà ripartire.

PROPOSTE
Facciamo appello a questa amministrazione affinché lavori sui tempi di reazione, non sul merito: siate severi, ma giusti, e soprattutto veloci. È una questione di determinazione, e di responsabilità. Dimostrare la volontà di voler risolvere, pianificando, governando le esigenze di tutti e tagliando le attese.
Vogliamo parlare di una città aperta ai giovani e capace di accogliere i flussi turistici?
Abbattiamo i tempi della burocrazia (come promesso in campagna elettorale) e permettiamo agli imprenditori di mettersi in regola con tempi dignitosi e non agonie che durano anni.

Chiediamo risposte concrete ed efficaci:

  1. La formazione di un tavolo a cui partecipino tutti gli enti interessati, una conferenza di servizi che segua la presentazione dei lavori e della messa a norma in tempi rapidi e che aiuti CHI VUOLE risanare a farlo velocemente.
  2. Che i bandi per le riassegnazioni di spazi o di manifestazioni come i punti verdi vengano pianificati in autunno per l’estate e non a un mese da quella che dovrebbe essere la naturale apertura degli stessi.
  3. Che il problema della mala movida per le piazze e per le strade del centro sia contrastato con misure ad hoc quali la pulizia delle strade alle 3 del mattino, o con sanzioni ai clienti che non rispettano le regole, come fanno nelle altre città europee a cui ci ispiriamo per le ordinanze.

Che a fare i controlli e le sanzioni ai maleducati sia la polizia e non gli steward pagati dai locali. L’amministrazione non può obbligare, con sanzioni pesanti, il privato a sostituirsi a lei nella gestione dell’ordine pubblico.



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