Diritti sindacali ai Finanzieri

PETIZIONE CHIUSA

Diritti sindacali ai Finanzieri

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Siamo un gruppo di cittadini italiani, molti dei quali hanno presentato il ricorso n° 79696/13 “Pansitta e altri 396 membri della Guardia di finanza contro l’Italia”, alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

E’ stata intrapresa tale strada giudiziaria per ottenere in sede internazionale quei diritti fondamentali che l’Italia non vuole riconoscere al personale militare della Guardia di finanza, ossia il diritto di partecipare alla costituzione di sindacati e di aderire ad essi per la difesa dei propri interessi (art. 11 CEDU), come invece già da oltre trentanni possono fare gli appartenenti alla Polizia di Stato, alla Polizia Penitenziaria ed al Corpo Forestale dello Stato.

Le “Fiamme Gialle” non hanno infatti organismi che possano realmente rappresentarle e difenderle davanti all'Amministrazione, alle autorità politiche e giudiziarie.

La Guardia di finanza è un corpo di polizia economico-finanziario altamente specializzato e ai Finanzieri serve un adeguato e moderno sistema di tutele, sganciato dall'arcaica rappresentanza pensata quarant'anni fa per altre e diverse forze militari.

I Finanzieri non svolgono i compiti di Difesa delle Forze Armate e, pertanto, il divieto assoluto a costituirsi in sindacati che viene loro imposto dall’attuale legislazione italiana, è una misura sproporzionata e non necessaria in una società democratica. Si tratta di una palese violazione dell’art. 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sottoscritta dalla Repubblica Italiana ed entrata in vigore il 10 ottobre 1955.

La Corte di Strasburgo, con le sentenze Matelly c. Francia e Adefdrmoil c. Francia del 2 ottobre 2014, ha chiaramente stabilito che “…il divieto puro e semplice di costituire un sindacato o di aderirvi porta, all’essenza stessa di tale libertà, un pregiudizio vietato dalla Convenzione”. Tale interpretazione è stata confermata da un altro collegio della Corte di Strasburgo, con la recente sentenza del 21 aprile 2015 ER.N.E. c. Spagna (punti 29 e 30).

Siamo quindi sicuri che anche il ricorso presentato dal personale della Guardia di finanza sarà favorevolmente accolto dalla Corte europea. Comunque, noi non rinunceremo ad intraprendere tutte le iniziative che le leggi nazionali ed internazionali ci consentono per vedere riconosciuto anche ai Finanzieri i diritti sindacali.

Ricordiamo che l’art. 6 del Trattato di Lisbona afferma che: “L'Unione riconosce i diritti, le libertà  e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 7 dicembre 2000, adottata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati”. L’art 12 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE prevede la “LIBERTA’ DI RIUNIONE E DI ASSOCIAZIONE: Ogni individuo ha diritto alla libertà  di riunione pacifica e alla libertà  di associazione a tutti i livelli, segnatamente in campo politico, sindacale e civico, il che implica il diritto di ogni individuo di fondare sindacati insieme con altri e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.”, e l’art. 52 prevede che “Laddove la presente Carta contenga diritti corrispondenti a quelli garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà fondamentali, il significato e la portata degli stessi sono uguali a quelli conferiti dalla suddetta convenzione.”

Inoltre rammentiamo che con la risoluzione del 18/5/1984, il Parlamento europeo aveva invitato tutti gli Stati membri ad accordare in periodi di pace ai loro militari il diritto di fondare associazioni professionali per la salvaguardia dei loro interessi sociali, di aderirvi e di svolgervi un ruolo attivo.

Pertanto, al fine di evitare la condanna dello Stato italiano e per adeguare la normativa nazionale ai trattati ed agli standard europei, CHIEDIAMO al Parlamento italiano un provvedimento specifico che riconosca al personale della Guardia di finanza il diritto di partecipare alla costituzione di sindacati e di aderire ad essi per la difesa dei propri interessi. Chiediamo inoltre al Parlamento europeo di intervenire sull'Italia in tal senso.



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