Basta vittimizzazione secondaria nelle notizie sulla violenza di genere


Basta vittimizzazione secondaria nelle notizie sulla violenza di genere
Il problema
Basta vittimizzazione secondaria nelle notizie sulla violenza di genere!
Cambiamo i titoli e le parole, cambiamo la cultura: formazione verificata per chi informa, controlli e sanzioni per chi non rispetta le vittime
Destinatari:
- Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti,
- Federazione Nazionale della Stampa Italiana,
- Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità,
- Ministero della Giustizia,
- Commissione parlamentare di vigilanza sui media.
Ogni parola ha un peso. Raccontare una storia, una notizia, divulgarla, è una grande responsabilità verso chi l’ha vissuta.
Un titolo può spiegare o ferire, illuminare o coprire di ombre. In questi anni abbiamo letto “ennesimo femminicidio”, “raptus”, “lite finita in tragedia”, “lei lo aveva lasciato”, “lo aveva esasperato”, “era geloso”, “aveva deciso di rimanere con lui, non riusciva a lasciarlo”: formule che spostano lo sguardo, assolvono culturalmente chi agisce violenza e caricano di sospetto chi la subisce.
Non è un dettaglio di stile: è un problema pubblico.
Le parole dei media incidono sulla percezione sociale della violenza, sulla fiducia delle vittime nel chiedere aiuto, sulla prevenzione.
In Italia ci sono già impegni e regole.
Il Manifesto di Venezia offre indicazioni puntuali.
Il Testo unico dei doveri del giornalista contiene l’art. 5-bis, che chiede linguaggio rispettoso ed evita la spettacolarizzazione.
L’Ordine ha pubblicato un vademecum operativo.
Ogni anno, per poter rimanere iscritti all’albo, bisogna fare seminari obbligatori di formazione, con crediti, su temi deontologici, tra cui la violenza di genere.
Purtroppo però i risultati non si vedono, o si vedono molto poco, troppo poco.
Se la formazione non viene valutata rispetto ai risultati attesi, se non genera un reale cambiamento, rimane solo sulla carta.
Una cosa fatta che però non serve. Un video aperto in sottofondo mentre si fa altro, perché si è obbligati, ma che non lascia niente.
Se l’ordine non controlla e non sanziona, il cambiamento non diventa prassi.
Per questo chiediamo:
- una formazione verificata per giornalisti e titolisti su violenza di genere e vittimizzazione secondaria,
- moduli accreditati con esempi pratici,
- linee guida aggiornate,
- verifica dell’apprendimento,
- procedure redazionali per controllare titoli e immagini,
- un sistema trasparente di segnalazione e correzione,
- sanzioni, verso i giornalisti ma anche verso le testate giornalistiche, da parte dell’Ordine per chi non rispetta le vittime.
È una richiesta semplice e concreta: alziamo lo standard professionale, proteggiamo le persone coinvolte, miglioriamo l’informazione, rafforziamo la cultura del rispetto.
Firmare significa chiedere che i media facciano la loro parte: raccontare senza sensazionalismo, nominare la responsabilità, non trasformare la sofferenza in spettacolo.
Le parole non sono neutre.
Scegliamole per curare, non per ferire.
Firma anche tu, creiamo il cambiamento.
Insieme, possiamo cambiare tutto.
@potevo_essere_io

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Il problema
Basta vittimizzazione secondaria nelle notizie sulla violenza di genere!
Cambiamo i titoli e le parole, cambiamo la cultura: formazione verificata per chi informa, controlli e sanzioni per chi non rispetta le vittime
Destinatari:
- Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti,
- Federazione Nazionale della Stampa Italiana,
- Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità,
- Ministero della Giustizia,
- Commissione parlamentare di vigilanza sui media.
Ogni parola ha un peso. Raccontare una storia, una notizia, divulgarla, è una grande responsabilità verso chi l’ha vissuta.
Un titolo può spiegare o ferire, illuminare o coprire di ombre. In questi anni abbiamo letto “ennesimo femminicidio”, “raptus”, “lite finita in tragedia”, “lei lo aveva lasciato”, “lo aveva esasperato”, “era geloso”, “aveva deciso di rimanere con lui, non riusciva a lasciarlo”: formule che spostano lo sguardo, assolvono culturalmente chi agisce violenza e caricano di sospetto chi la subisce.
Non è un dettaglio di stile: è un problema pubblico.
Le parole dei media incidono sulla percezione sociale della violenza, sulla fiducia delle vittime nel chiedere aiuto, sulla prevenzione.
In Italia ci sono già impegni e regole.
Il Manifesto di Venezia offre indicazioni puntuali.
Il Testo unico dei doveri del giornalista contiene l’art. 5-bis, che chiede linguaggio rispettoso ed evita la spettacolarizzazione.
L’Ordine ha pubblicato un vademecum operativo.
Ogni anno, per poter rimanere iscritti all’albo, bisogna fare seminari obbligatori di formazione, con crediti, su temi deontologici, tra cui la violenza di genere.
Purtroppo però i risultati non si vedono, o si vedono molto poco, troppo poco.
Se la formazione non viene valutata rispetto ai risultati attesi, se non genera un reale cambiamento, rimane solo sulla carta.
Una cosa fatta che però non serve. Un video aperto in sottofondo mentre si fa altro, perché si è obbligati, ma che non lascia niente.
Se l’ordine non controlla e non sanziona, il cambiamento non diventa prassi.
Per questo chiediamo:
- una formazione verificata per giornalisti e titolisti su violenza di genere e vittimizzazione secondaria,
- moduli accreditati con esempi pratici,
- linee guida aggiornate,
- verifica dell’apprendimento,
- procedure redazionali per controllare titoli e immagini,
- un sistema trasparente di segnalazione e correzione,
- sanzioni, verso i giornalisti ma anche verso le testate giornalistiche, da parte dell’Ordine per chi non rispetta le vittime.
È una richiesta semplice e concreta: alziamo lo standard professionale, proteggiamo le persone coinvolte, miglioriamo l’informazione, rafforziamo la cultura del rispetto.
Firmare significa chiedere che i media facciano la loro parte: raccontare senza sensazionalismo, nominare la responsabilità, non trasformare la sofferenza in spettacolo.
Le parole non sono neutre.
Scegliamole per curare, non per ferire.
Firma anche tu, creiamo il cambiamento.
Insieme, possiamo cambiare tutto.
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Petizione creata in data 29 ottobre 2025