Stop all'esclusione dal dibattito politico sui social per chi dissente


Stop all'esclusione dal dibattito politico sui social per chi dissente
Il problema
La politica si sta evolvendo. Ormai le nuove piazze pubbliche per il dibattito politico sono i social: Facebook, Twitter, Instagram, per citarne alcuni. Quando un funzionario pubblico con una carica istituzionale, come un ministro o un presidente del consiglio, usa una pagina Facebook o un account Twitter, ed esprime le proprie opinioni, ne fa un uso politico. Fa propaganda a sé e alle sue idee, fa informazione, sciorina programmi. Un politico che usa i social, nell’ambito degli obblighi e doveri del suo ruolo istituzionale, dovrebbe quindi accettare il dialogo con tutti. E' sempre invece più comune la pratica di bloccare gli utenti solo in base alle loro opinioni, creando anche una fittizia atmosfera di assoluto gradimento. La libertà di espressione, ed anche la possibilità di dissentire sulle scelte politiche, sono diritti essenziali per ogni democrazia. Negli Stati Uniti, per esempio, la corte federale ha chiarito che il presidente Trump non può bloccare gli utenti su Twitter, perché questo contraddice il Primo Emendamento https://edition.cnn.com/2020/03/23/politics/trump-twitter-block/index.html. Pur non avendo un Primo Emendamento, la costituzione italiana sancisce che "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Bisogna quindi rinnovare anche in Italia le normative vigenti e tutelare l'essenza della democrazia nei nuovi luoghi, virtuali, ormai teatro di gran parte de la "res publica". Ovviamente, nel momento in cui critiche e accuse trascendano in offese e diffamazioni la situazione cambia, ma anche in quel caso i rimedi sono quelli offerti dalle leggi, il ricorso ai giudici, alla polizia postale e non l’allontanamento coatto dei cittadini.

Il problema
La politica si sta evolvendo. Ormai le nuove piazze pubbliche per il dibattito politico sono i social: Facebook, Twitter, Instagram, per citarne alcuni. Quando un funzionario pubblico con una carica istituzionale, come un ministro o un presidente del consiglio, usa una pagina Facebook o un account Twitter, ed esprime le proprie opinioni, ne fa un uso politico. Fa propaganda a sé e alle sue idee, fa informazione, sciorina programmi. Un politico che usa i social, nell’ambito degli obblighi e doveri del suo ruolo istituzionale, dovrebbe quindi accettare il dialogo con tutti. E' sempre invece più comune la pratica di bloccare gli utenti solo in base alle loro opinioni, creando anche una fittizia atmosfera di assoluto gradimento. La libertà di espressione, ed anche la possibilità di dissentire sulle scelte politiche, sono diritti essenziali per ogni democrazia. Negli Stati Uniti, per esempio, la corte federale ha chiarito che il presidente Trump non può bloccare gli utenti su Twitter, perché questo contraddice il Primo Emendamento https://edition.cnn.com/2020/03/23/politics/trump-twitter-block/index.html. Pur non avendo un Primo Emendamento, la costituzione italiana sancisce che "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Bisogna quindi rinnovare anche in Italia le normative vigenti e tutelare l'essenza della democrazia nei nuovi luoghi, virtuali, ormai teatro di gran parte de la "res publica". Ovviamente, nel momento in cui critiche e accuse trascendano in offese e diffamazioni la situazione cambia, ma anche in quel caso i rimedi sono quelli offerti dalle leggi, il ricorso ai giudici, alla polizia postale e non l’allontanamento coatto dei cittadini.

PETIZIONE CHIUSA
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Petizione creata in data 28 agosto 2020