Assessorato all'Ambiente Regione Campania. NON bruciateci il futuro: NO all'inceneritore di Giugliano!
Assessorato all'Ambiente Regione Campania. NON bruciateci il futuro: NO all'inceneritore di Giugliano!
Il problema
Il bando per costruire l’impianto di incenerimento di Giugliano è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. L’emergenza rifiuti che attanaglia la Campania da oltre venti anni non è un fenomeno circoscritto solo a questo territorio. La costruzione di un inceneritore è ritenuta da parte dei nostri amministratori una soluzione definitiva al problema rifiuti. Vi siete chiesi se è davvero così? Se è davvero una panacea e che impatto ha un inceneritore sull’ambiente e sull’uomo? Quanto costa un impianto simile e chi paga centinaia di milioni di €? Perché se nel mondo non si costruiscono più inceneritori, invece in Italia sono un affare? La normativa europea come si pone rispetto all’incenerimento delle eco balle di “Taverna del Re”?
In realtà la pratica dell'incenerimento dei rifiuti non è molto meglio della discarica, come dimostrano una gran quantità di studi condotti da medici e ricercatori. Si tratta infatti di smaltire i rifiuti mediante un processo di combustione ad alta temperatura che dà come prodotti finali un effluente gassoso, ceneri e polveri. Nei nuovi impianti il calore sviluppato durante la combustione dei rifiuti può venire recuperato e utilizzato per produrre vapore, che viene a sua volta utilizzato per la produzione di energia elettrica. Questi impianti dotati di tecnologie per il recupero sono i cosiddetti termovalorizzatori. Per quanto la tecnologia sia più evoluta, anche i termovalorizzatori inquinano. Secondo il rapporto stilato dall'Associazione Medici per l'Ambiente (ISDE Italia), fra tutte le tecnologie di trattamento rifiuti l'incenerimento è la meno rispettosa per l'ambiente e per la salute perché la combustione trasforma anche rifiuti relativamente innocui, come appunto gli imballaggi, in composti tossici e pericolosi sotto forma di emissioni gassose, nanopolveri, ceneri volatili e ceneri residue. Prima di procedere all'incenerimento i rifiuti devono essere trattati tramite processi volti a eliminare i materiali non combustibili (vetro, metalli, inerti) e la frazione umida (la materia organica come gli scarti alimentari, agricoli, ecc...), per trasformarli in CDR (ovvero combustibile derivato dai rifiuti) o ecoballe. Il problema è che dei 9 impianti di CDR presenti in Campania, ben 7 hanno prodotto un materiale che non rispetta i requisiti minimi di legge per quanto riguarda il potere calorifico e l'umidità. E così, non potendo essere avviati all'incenerimento, ne sono stati accumulati circa 6 milioni di tonnellate sotto forma di ecoballe. Sarà questa mistura velenosa che verrà bruciata nell’inceneritore di Giugliano. Dall'incenerimento - con recupero energetico o meno - verranno fuori diossina, furani e altre schifezze. Uno studio condotto nel 2004 dall'Istituto Superiore di Sanità ha infatti evidenziato che nei pressi degli inceneritori l'incidenza dei tumori e delle malformazioni alla nascita è notevolmente più alta che nel resto della popolazione. Non è un caso infatti che la normativa europea sui rifiuti prescriva quattro gradini di intervento con una gerarchia precisa e un rigido principio guida: il miglior rifiuto è quello che non viene prodotto.
Al primo livello c'è infatti la riduzione della produzione dei rifiuti, che implica l'intervento sulle scelte produttive delle aziende, che poi sono quelle che impongono le scelte di consumo. E' l'annosa questione degli imballaggi, che costituiscono il 40% della massa dei rifiuti urbani, sui quali il nostro paese è tragicamente indietro. Il secondo livello previsto dalla normativa europea stabilisce che i rifiuti che "non si possono non produrre" vadano riciclati come materia attraverso appunto la raccolta differenziata. Al terzo gradino, sempre secondo Bruxelles, ciò che non può essere riutilizzato come materia è destinato al recupero di energia nei cosiddetti termovalorizzatori mentre quello che resta - a questo punto molto poco - può finire in discarica. Si dirà che almeno i termovalorizzatori non dissipano l'energia ricavata dalla combustione. Inquinano, è vero, ma possono produrre energia in grado di competere con quella derivata dai combustibili fossili, vista l'impennata del prezzo del petrolio. Niente di più falso. Anche se a prima vista sembrerebbe un buon affare, perché si produce energia senza pagare il combustibile (i rifiuti), nessuno si butterebbe nel business dei termovalorizzatori se non ci fossero gli incentivi statali. Anzi, per essere precisi, se non fossero riusciti a mettere le mani sugli incentivi destinati alle energie rinnovabili e che sono invece finiti nelle tasche degli inquinatori di sempre o dei nuovi imprenditori della spazzatura. La scandalosa vicenda dei Cip 6 e delle cosiddette rinnovabili "assimilate" è vecchia di 15 anni, anni che sono stati necessari per capire l'entità di una vera e propria truffa che, oltre a sottrarre risorse alle vere energie rinnovabili come il solare e l'eolico, espone oggi il nostro paese alle sanzioni che Bruxelles, previste per chi non rispetta gli impegni presi: 30 miliardi di euro che potevano essere meglio spesi. Ricordo la sentenza del Parlamento europeo del 4/3/2010, riguardante la procedura di infrazione avviata nei confronti dell'Italia, proprio in merito alle "ecoballe" di Taverna del Re, riconosciute come uno dei nodi irrisolti del "ciclo dei rifiuti in Campania". L'Europa, ci chiese, in una lettera di "messa in mora" del 30/09/2012, informazioni, su quali provvedimenti erano stati adottati o s’intendevano adottare per dare esecuzione alla sentenza citata, riguardante appunto il piano operativo per il loro recupero e smaltimento definitivo. In verità nel 2003, l’Unione Europea, avendo capito che l’Italia stava dando gli incentivi per le fonti rinnovabili agli inceneritori, avviò una procedura d’infrazione. Ma nonostante l’Italia decise che gli inceneritori dovevano continuare a beneficiare di CIP6 e Certificati Verdi! La commissione europea, organo esecutivo dell’unione, in data 20 novembre 2003, si espresse così: “la commissione conferma che, ai sensi della definizione dell’articolo 2, lettera b) della direttiva 2001/77/ CEE del parlamento europeo e del consiglio, del 27 settembre 2001, sulla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità (1), la frazione non biodegradabile dei rifiuti non può essere considerata fonte di energia rinnovabile.”
Insomma, i termovalorizzatori c'entrano poco o niente con il problema dei rifiuti, costruire termovalorizzatori significa soltanto regalare altri soldi ai soliti noti per continuare ad avvelenare il popolo inquinato, mentre la civile Europa si allontana sempre di più. Non ci sono più attenuanti. L’alternativa all’inceneritore c’è, funziona, sta prendendo piede in tutta Italia. Non si può più fare finta di niente di fronte all’evidenza dei risultati ottenuti, esistono progetti alternativi che costano 10 volte meno rispetto agli inceneritori con la possibilità di essere operativi in pochi mesi e soprattutto a senza arrecare danno all’ambiente e alla salute dell’uomo. E’ soprattutto una questione culturale, l’alternativa si compone di 3 passaggi fondamentali: RIDUZIONE DEI RIFIUTI abbinata alla RACCOLTA DIFFERNZIATA con IMPIANTI DI COMPOSTAGGIO della frazione umida RICICLO di carta, cartone, vetro, alluminio, materiale ferroso, plastiche, infine IMPIANTI DI TRATTAMENTO MECCANICOA FREDDO per la frazione non riciclabile. Produzione di energia rinnovabile e risparmio energetico: un binomio possibile con i moderni impianti di trattamento meccanico-biologico dei rifiuti. Un'eccellenza tutta italiana, il TMB abbinato ad un’efficace raccolta differenziata porta a porta è in grado di rappresentare un’alternativa alla pratica dell’incenerimento, estremamente più vantaggiosa sotto ogni punto di vista che si voglia prendere in considerazione. Il TMB è in sostanza un’evoluzione maggiormente performante della vecchia pratica del compostaggio, all’interno di impianti in grado di coniugare le più raffinate tecniche di separazione meccanica con il trattamento della parte organica dei rifiuti. Se utilizzato a valle di una buona raccolta differenziata che raggiunga il 60% del volume complessivo dei rifiuti, un moderno impianto TMB nel quale venga conferito il restante 40% è in grado di recuperare circa il 70% del materiale in ingresso, utilizzando sistemi di separazione meccanica sofisticati e ampiamente disponibili sul mercato, estraendo frazioni riciclabili di vetro, plastiche dense, alluminio, acciaio, carta, cartone e pellicole di plastica. La frazione organica viene invece avviata ad un trattamento anaerobico – aerobico ed il biogas prodotto durante questa fase viene sottoposto a recupero energetico, permettendo di alimentare l’impianto stesso che sarà in questo modo energeticamente autosufficiente. Eventuali eccedenze di energia possono inoltre venire cedute a terzi.
La quantità finale di materiale da conferire in discarica sarà circa il 15% del volume complessivo dei rifiuti, mentre nel caso dell’incenerimento che prescinde per forza di cose dalla raccolta differenziata (che priverebbe i megainceneritori dei materiali maggiormente calorifici) il 30% della massa dei rifiuti inceneriti si trasforma in ceneri che devono essere smaltite. Il materiale derivante dal TMB sarebbe formato da inerti e composti organici stabilizzati con scarsissima potenzialità di percolazione ed emissione di odori molesti, con una potenzialità inquinante ridotta del 90% rispetto a quella del materiale in entrata, che potrebbero essere smaltiti in discariche per inerti o addirittura riutilizzati.
Le ceneri derivanti dagli inceneritori sono invece rifiuti tossici che necessitano di essere smaltiti in discariche per rifiuti speciali di tipo B1. Le emissioni di anidride carbonica e gas serra di un impianto TMB sono notevolmente inferiori rispetto a quelle di un inceneritore e il trattamento meccanico biologico a differenza dell’incenerimento non introduce sostanze tossiche nell’ambiente circostante. Il costo di realizzazione di un impianto TMB ammonta a circa ¼ della cifra necessaria per realizzare un piccolo inceneritore, si tratta di un impianto meno complesso e di più veloce costruzione e la sua dislocazione sul territorio non rischia di creare problemi di ordine sociale in virtù del suo scarsissimo impatto ambientale. In Italia fino ad oggi il trattamento meccanico biologico è applicato su rifiuti scarsamente o per nulla differenziati e viene usato quasi esclusivamente per la produzione di Combustibile derivato da Rifiuti (CdR) e Frazione Organica Stabilizzata (Fos). Il CdR che potrebbe essere oggetto di successive selezioni finalizzate al recupero viene invece bruciato perpetrando uno sperpero di risorse ed energia, in quanto costituisce la materia prima per i megainceneritori. La Fos pur essendo definita materiale da utilizzare per il ripristino ambientale non è un compost di qualità in quanto costituita da notevoli quantità d’impurità derivanti dalle altre tipologie di rifiuto e viene generalmente utilizzata nel ripristino ambientale di cave, giardini, discariche, parchi e scarpate ma non può essere impiegata per usi agricoli.
Eliminando il ricorso all’incenerimento ed incrementando al massimo la raccolta differenziata, anche attraverso opportuni incentivi economici, si potrebbe in breve tempo costruire un circolo virtuoso che per mezzo della costruzione di moderni impianti di TMB e della ristrutturazione di quelli attualmente usati per la produzione di CdR e Fos riesca a riciclare la stragrande maggioranza dei rifiuti, conferendo in discarica solamente una piccola parte di essi (fino a meno del 10%), oltretutto sotto forma di materiali inerti e scarsamente inquinanti. Il tutto con un costo enormemente inferiore rispetto a quello dei megainceneritori e senza avvelenare l’aria ed il suolo, con enormi benefici per l’ambiente e la salute delle persone e degli animali.
Paradossalmente proprio la minore movimentazione di denaro connessa ad un sistema di questo genere lo rende scarsamente attraente per i grandi potentati economico/finanziari che prediligono opere faraoniche come i megainceneritori che permettano loro di gestire finanziamenti miliardari a proprio uso e consumo.
Dopo queste brevi considerazioni viene spontanea un domanda. Dovendo scegliere tra due percorsi per gestire i rifiuti, l'uno più vantaggioso sul piano energetico ed economico e meno impattante sull'ambiente, l'altro più rischioso per la nostra salute e remunerativo solo per le ristrette lobby dei produttori e gestori di inceneritori, perché non seguire quello più sicuro e vantaggioso per tutta la comunità nazionale, rispettando una volta tanto il principio di precauzione? Con le nuove tecnologie la realizzazione della società del riciclo prevista dalla legislazione europea è molto più vicina. Ora tutto dipende esclusivamente dalla volontà di chi ci governa.

Il problema
Il bando per costruire l’impianto di incenerimento di Giugliano è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. L’emergenza rifiuti che attanaglia la Campania da oltre venti anni non è un fenomeno circoscritto solo a questo territorio. La costruzione di un inceneritore è ritenuta da parte dei nostri amministratori una soluzione definitiva al problema rifiuti. Vi siete chiesi se è davvero così? Se è davvero una panacea e che impatto ha un inceneritore sull’ambiente e sull’uomo? Quanto costa un impianto simile e chi paga centinaia di milioni di €? Perché se nel mondo non si costruiscono più inceneritori, invece in Italia sono un affare? La normativa europea come si pone rispetto all’incenerimento delle eco balle di “Taverna del Re”?
In realtà la pratica dell'incenerimento dei rifiuti non è molto meglio della discarica, come dimostrano una gran quantità di studi condotti da medici e ricercatori. Si tratta infatti di smaltire i rifiuti mediante un processo di combustione ad alta temperatura che dà come prodotti finali un effluente gassoso, ceneri e polveri. Nei nuovi impianti il calore sviluppato durante la combustione dei rifiuti può venire recuperato e utilizzato per produrre vapore, che viene a sua volta utilizzato per la produzione di energia elettrica. Questi impianti dotati di tecnologie per il recupero sono i cosiddetti termovalorizzatori. Per quanto la tecnologia sia più evoluta, anche i termovalorizzatori inquinano. Secondo il rapporto stilato dall'Associazione Medici per l'Ambiente (ISDE Italia), fra tutte le tecnologie di trattamento rifiuti l'incenerimento è la meno rispettosa per l'ambiente e per la salute perché la combustione trasforma anche rifiuti relativamente innocui, come appunto gli imballaggi, in composti tossici e pericolosi sotto forma di emissioni gassose, nanopolveri, ceneri volatili e ceneri residue. Prima di procedere all'incenerimento i rifiuti devono essere trattati tramite processi volti a eliminare i materiali non combustibili (vetro, metalli, inerti) e la frazione umida (la materia organica come gli scarti alimentari, agricoli, ecc...), per trasformarli in CDR (ovvero combustibile derivato dai rifiuti) o ecoballe. Il problema è che dei 9 impianti di CDR presenti in Campania, ben 7 hanno prodotto un materiale che non rispetta i requisiti minimi di legge per quanto riguarda il potere calorifico e l'umidità. E così, non potendo essere avviati all'incenerimento, ne sono stati accumulati circa 6 milioni di tonnellate sotto forma di ecoballe. Sarà questa mistura velenosa che verrà bruciata nell’inceneritore di Giugliano. Dall'incenerimento - con recupero energetico o meno - verranno fuori diossina, furani e altre schifezze. Uno studio condotto nel 2004 dall'Istituto Superiore di Sanità ha infatti evidenziato che nei pressi degli inceneritori l'incidenza dei tumori e delle malformazioni alla nascita è notevolmente più alta che nel resto della popolazione. Non è un caso infatti che la normativa europea sui rifiuti prescriva quattro gradini di intervento con una gerarchia precisa e un rigido principio guida: il miglior rifiuto è quello che non viene prodotto.
Al primo livello c'è infatti la riduzione della produzione dei rifiuti, che implica l'intervento sulle scelte produttive delle aziende, che poi sono quelle che impongono le scelte di consumo. E' l'annosa questione degli imballaggi, che costituiscono il 40% della massa dei rifiuti urbani, sui quali il nostro paese è tragicamente indietro. Il secondo livello previsto dalla normativa europea stabilisce che i rifiuti che "non si possono non produrre" vadano riciclati come materia attraverso appunto la raccolta differenziata. Al terzo gradino, sempre secondo Bruxelles, ciò che non può essere riutilizzato come materia è destinato al recupero di energia nei cosiddetti termovalorizzatori mentre quello che resta - a questo punto molto poco - può finire in discarica. Si dirà che almeno i termovalorizzatori non dissipano l'energia ricavata dalla combustione. Inquinano, è vero, ma possono produrre energia in grado di competere con quella derivata dai combustibili fossili, vista l'impennata del prezzo del petrolio. Niente di più falso. Anche se a prima vista sembrerebbe un buon affare, perché si produce energia senza pagare il combustibile (i rifiuti), nessuno si butterebbe nel business dei termovalorizzatori se non ci fossero gli incentivi statali. Anzi, per essere precisi, se non fossero riusciti a mettere le mani sugli incentivi destinati alle energie rinnovabili e che sono invece finiti nelle tasche degli inquinatori di sempre o dei nuovi imprenditori della spazzatura. La scandalosa vicenda dei Cip 6 e delle cosiddette rinnovabili "assimilate" è vecchia di 15 anni, anni che sono stati necessari per capire l'entità di una vera e propria truffa che, oltre a sottrarre risorse alle vere energie rinnovabili come il solare e l'eolico, espone oggi il nostro paese alle sanzioni che Bruxelles, previste per chi non rispetta gli impegni presi: 30 miliardi di euro che potevano essere meglio spesi. Ricordo la sentenza del Parlamento europeo del 4/3/2010, riguardante la procedura di infrazione avviata nei confronti dell'Italia, proprio in merito alle "ecoballe" di Taverna del Re, riconosciute come uno dei nodi irrisolti del "ciclo dei rifiuti in Campania". L'Europa, ci chiese, in una lettera di "messa in mora" del 30/09/2012, informazioni, su quali provvedimenti erano stati adottati o s’intendevano adottare per dare esecuzione alla sentenza citata, riguardante appunto il piano operativo per il loro recupero e smaltimento definitivo. In verità nel 2003, l’Unione Europea, avendo capito che l’Italia stava dando gli incentivi per le fonti rinnovabili agli inceneritori, avviò una procedura d’infrazione. Ma nonostante l’Italia decise che gli inceneritori dovevano continuare a beneficiare di CIP6 e Certificati Verdi! La commissione europea, organo esecutivo dell’unione, in data 20 novembre 2003, si espresse così: “la commissione conferma che, ai sensi della definizione dell’articolo 2, lettera b) della direttiva 2001/77/ CEE del parlamento europeo e del consiglio, del 27 settembre 2001, sulla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità (1), la frazione non biodegradabile dei rifiuti non può essere considerata fonte di energia rinnovabile.”
Insomma, i termovalorizzatori c'entrano poco o niente con il problema dei rifiuti, costruire termovalorizzatori significa soltanto regalare altri soldi ai soliti noti per continuare ad avvelenare il popolo inquinato, mentre la civile Europa si allontana sempre di più. Non ci sono più attenuanti. L’alternativa all’inceneritore c’è, funziona, sta prendendo piede in tutta Italia. Non si può più fare finta di niente di fronte all’evidenza dei risultati ottenuti, esistono progetti alternativi che costano 10 volte meno rispetto agli inceneritori con la possibilità di essere operativi in pochi mesi e soprattutto a senza arrecare danno all’ambiente e alla salute dell’uomo. E’ soprattutto una questione culturale, l’alternativa si compone di 3 passaggi fondamentali: RIDUZIONE DEI RIFIUTI abbinata alla RACCOLTA DIFFERNZIATA con IMPIANTI DI COMPOSTAGGIO della frazione umida RICICLO di carta, cartone, vetro, alluminio, materiale ferroso, plastiche, infine IMPIANTI DI TRATTAMENTO MECCANICOA FREDDO per la frazione non riciclabile. Produzione di energia rinnovabile e risparmio energetico: un binomio possibile con i moderni impianti di trattamento meccanico-biologico dei rifiuti. Un'eccellenza tutta italiana, il TMB abbinato ad un’efficace raccolta differenziata porta a porta è in grado di rappresentare un’alternativa alla pratica dell’incenerimento, estremamente più vantaggiosa sotto ogni punto di vista che si voglia prendere in considerazione. Il TMB è in sostanza un’evoluzione maggiormente performante della vecchia pratica del compostaggio, all’interno di impianti in grado di coniugare le più raffinate tecniche di separazione meccanica con il trattamento della parte organica dei rifiuti. Se utilizzato a valle di una buona raccolta differenziata che raggiunga il 60% del volume complessivo dei rifiuti, un moderno impianto TMB nel quale venga conferito il restante 40% è in grado di recuperare circa il 70% del materiale in ingresso, utilizzando sistemi di separazione meccanica sofisticati e ampiamente disponibili sul mercato, estraendo frazioni riciclabili di vetro, plastiche dense, alluminio, acciaio, carta, cartone e pellicole di plastica. La frazione organica viene invece avviata ad un trattamento anaerobico – aerobico ed il biogas prodotto durante questa fase viene sottoposto a recupero energetico, permettendo di alimentare l’impianto stesso che sarà in questo modo energeticamente autosufficiente. Eventuali eccedenze di energia possono inoltre venire cedute a terzi.
La quantità finale di materiale da conferire in discarica sarà circa il 15% del volume complessivo dei rifiuti, mentre nel caso dell’incenerimento che prescinde per forza di cose dalla raccolta differenziata (che priverebbe i megainceneritori dei materiali maggiormente calorifici) il 30% della massa dei rifiuti inceneriti si trasforma in ceneri che devono essere smaltite. Il materiale derivante dal TMB sarebbe formato da inerti e composti organici stabilizzati con scarsissima potenzialità di percolazione ed emissione di odori molesti, con una potenzialità inquinante ridotta del 90% rispetto a quella del materiale in entrata, che potrebbero essere smaltiti in discariche per inerti o addirittura riutilizzati.
Le ceneri derivanti dagli inceneritori sono invece rifiuti tossici che necessitano di essere smaltiti in discariche per rifiuti speciali di tipo B1. Le emissioni di anidride carbonica e gas serra di un impianto TMB sono notevolmente inferiori rispetto a quelle di un inceneritore e il trattamento meccanico biologico a differenza dell’incenerimento non introduce sostanze tossiche nell’ambiente circostante. Il costo di realizzazione di un impianto TMB ammonta a circa ¼ della cifra necessaria per realizzare un piccolo inceneritore, si tratta di un impianto meno complesso e di più veloce costruzione e la sua dislocazione sul territorio non rischia di creare problemi di ordine sociale in virtù del suo scarsissimo impatto ambientale. In Italia fino ad oggi il trattamento meccanico biologico è applicato su rifiuti scarsamente o per nulla differenziati e viene usato quasi esclusivamente per la produzione di Combustibile derivato da Rifiuti (CdR) e Frazione Organica Stabilizzata (Fos). Il CdR che potrebbe essere oggetto di successive selezioni finalizzate al recupero viene invece bruciato perpetrando uno sperpero di risorse ed energia, in quanto costituisce la materia prima per i megainceneritori. La Fos pur essendo definita materiale da utilizzare per il ripristino ambientale non è un compost di qualità in quanto costituita da notevoli quantità d’impurità derivanti dalle altre tipologie di rifiuto e viene generalmente utilizzata nel ripristino ambientale di cave, giardini, discariche, parchi e scarpate ma non può essere impiegata per usi agricoli.
Eliminando il ricorso all’incenerimento ed incrementando al massimo la raccolta differenziata, anche attraverso opportuni incentivi economici, si potrebbe in breve tempo costruire un circolo virtuoso che per mezzo della costruzione di moderni impianti di TMB e della ristrutturazione di quelli attualmente usati per la produzione di CdR e Fos riesca a riciclare la stragrande maggioranza dei rifiuti, conferendo in discarica solamente una piccola parte di essi (fino a meno del 10%), oltretutto sotto forma di materiali inerti e scarsamente inquinanti. Il tutto con un costo enormemente inferiore rispetto a quello dei megainceneritori e senza avvelenare l’aria ed il suolo, con enormi benefici per l’ambiente e la salute delle persone e degli animali.
Paradossalmente proprio la minore movimentazione di denaro connessa ad un sistema di questo genere lo rende scarsamente attraente per i grandi potentati economico/finanziari che prediligono opere faraoniche come i megainceneritori che permettano loro di gestire finanziamenti miliardari a proprio uso e consumo.
Dopo queste brevi considerazioni viene spontanea un domanda. Dovendo scegliere tra due percorsi per gestire i rifiuti, l'uno più vantaggioso sul piano energetico ed economico e meno impattante sull'ambiente, l'altro più rischioso per la nostra salute e remunerativo solo per le ristrette lobby dei produttori e gestori di inceneritori, perché non seguire quello più sicuro e vantaggioso per tutta la comunità nazionale, rispettando una volta tanto il principio di precauzione? Con le nuove tecnologie la realizzazione della società del riciclo prevista dalla legislazione europea è molto più vicina. Ora tutto dipende esclusivamente dalla volontà di chi ci governa.

PETIZIONE CHIUSA
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Petizione creata in data 31 agosto 2013