Candidiamo i forti alpini piemontesi e valdostani a patrimonio dell'Unesco

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Fenestrelle, Exilles, Bard, Vinadio. Ma anche i complessi difensivi del Col di Tenda e del Colle delle Finestre, il Bramafam, lo Jafferau, il Serre Marie con il Gran Serin e le fortificazioni dell’Assietta. L’arco alpino piemontese e valdostano è disseminato di costruzioni difensive erette già in epoca medievale e successivamente riadattate alle esigenze che la guerra – sempre più evoluta – richiedeva. Le quali costituiscono un patrimonio organico di indiscusso valore storico.

Dalla battaglia dell’Assietta al passaggio della Grande Armée napoleonica a Bard, sino agli scontri accorsi all’ombra dello Chaberton al momento dell’entrata dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, i forti sabaudi sono stati teatro di alcuni dei principali avvenimenti della storia locale e nazionale. Almeno quattro i secoli di storia segnati dall’edificazione, dall’impiego, dalla modernizzazione e anche dalla dismissione di questa vera e propria corona delle Alpi. Che rivela, tuttavia, uno straordinario tratto di unitarietà alla luce della funzione a cui era chiamata: la prima e principale difesa dagli attacchi provenienti da oltralpe.

Ed è proprio la sistematicità funzionale, unita alla sostanziale unicità nel panorama storico-architettonico nazionale ed europeo, a rendere questi gioielli ideali per una ipotetica candidatura Unesco. Attualmente il Piemonte può vantare cinque siti patrimonio dell’umanità: le Residenze Sabaude, il sistema dei Sacri Monti (condiviso con la Lombardia), due dei siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino, i paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato, ai quali si è aggiunta lo scorso anno Ivrea, città industriale del Novecento.

Ma come si fa a far riconoscere un bene come patrimonio dell’umanità? Quali vantaggi comporta l’eventuale – e ambito – riconoscimento? È necessario dire prima di tutto che un iter prestabilito non esiste. A volte la richiesta arriva dal basso, dagli abitanti dei territori che riconoscono al bene un valore particolare. Altre volte da enti amministrativi come Regioni e Comuni.

A sospingere le proposte di candidatura è in primo luogo il richiamo turistico che la designazione può generare per il territorio per cui viene espressa la candidatura. Ed è per questo che l’Unesco ha posto dieci abbastanza rigidi criteri di inserimento nella lista. Si va da «rappresentare un capolavoro del genio creativo umano» a «offrire esempio eminente di un tipo di costruzione o di complesso architettonico o di paesaggio che illustri un periodo significativo della storia umana» fino a «contenere fenomeni naturali superlativi o aree di bellezza naturale eccezionale e di importanza estetica».

Nel momento in cui si intuisce che il bene ha il giusto potenziale per essere etichettato come nuovo sito Unesco, secondo l’ingegner Marco Valle del Politecnico di Torino (colui che si è occupato della candidatura dell’area delle Langhe-Roero e Monferrato): “bisogna lavorare sulla definizione di valore universale del bene, nonché sugli elementi che contraddistinguono il sito. Una volta definito il valore del bene bisogna presentarsi al Ministero dei Beni e Attività culturali e del Turismo (MiBACT) e attraverso questo iscriversi a una Tentative list presso l’Unesco. A quel punto arriva il momento di lavorare al dossier da presentare per l’accettazione della candidatura. Si tratta di un lavoro lungo e impegnativo (i dossier possono essere composti da più di tre volumi e comportare anche due anni di lavoro) da consegnare il primo febbraio di ogni anno. Segue l’ispezione al sito candidato da parte dell’Unesco che notifica il verdetto 18 mesi dopo la consegna del dossier. L’iter complessivo di candidatura è solitamente intorno agli 8 – 10 anni”.

Impossibile poi non parlare dei benefici, a breve, medio e lungo termine, che un’eventuale designazione comporterebbe. È sufficiente guardare al caso delle Langhe: da quando sono entrate a far parte del patrimonio Unesco il Piemonte ha conosciuto una crescita dei flussi turistici pari al 4%. E si tratta dei principali benfici di breve periodo. Se consideriamo che per lo stesso periodo il dato nazionale è molto più basso – intorno all’1% – capiamo facilmente quanto sia stato forte “l’effetto Unesco”.

E, dopo l’impatto iniziale, nel medio periodo si è assistito un flusso costante di turisti proveniente soprattutto dall’estero. Un turismo di qualità, più che di quantità, attento sia all’aspetto paesaggistico e culturale sia a quello enogastronomico. Numeri, peraltro, previsti: al momento della presentazione della candidatura è infatti necessario redigere anche un piano di gestione capace di prevedere l’evoluzione dei flussi turistici nel territorio.

Questo successo è ricavabile anche da altri segnali, oltre che dai numeri: Lonely Planet ha infatti prima inserito il Piemonte tra i dieci posti più belli d’Europa, e lo ha poi selezionato come miglior destinazione per il 2019. Un risultato di lungo periodo capace di generare ulteriori influssi benefici in termini turistico-economici. “E questo non è certamente un caso – prosegue Valle –. Inoltre l’Unesco si è dimostrato un eccellente volano anche per le realtà turistiche finora ritenute marginali all’interno del territorio delle Langhe, del Roero e del Monferrato”. Ne è un ottimo esempio l’ecomuseo della Pietra da Cantoni, che ha visto lievitare in maniera eccezionale il numero dei visitatori (un aumento quasi del 90% dal giugno 2014).

La conformazione geografica delle Langhe presenta tuttavia notevoli differenze rispetto al contesto paesaggistico nel quale si inseriscono i forti dell’arco alpino piemontese. Si tratta, in questo caso, di siti dislocati in valli alpine o addirittura ad alta quota (come le fortificazioni dell’Assietta o di Limone Piemonte), i quali rischierebbero di essere investiti da flussi turistici mai sperimentati prima, che potrebbero compromettere lo status di turismo “di qualità” attualmente predominante. Ma anche in questo caso, guardare agli altri casi piemontesi (Langhe e Sacri Monti in testa) può essere d’aiuto.

Al momento il territorio è in grado di fornire un’accoglienza di qualità, gestendo bene gli attuali flussi turistici: che hanno superato la fase di maggior crescita, screditando dunque remote ipotesi di picchi da un’annata all’altra. E non si tratta comunque di accoglienza su larga scala rispetto agli standard delle principali destinazioni turistiche europee. E da un certo punto di vista questo può essere un bene.

Sostiene infatti Valle: “Personalmente, ritengo che il futuro del patrimonio paesaggistico sia intimamente legato alla qualità del turismo che l’area riuscirà ad attrarre. Viceversa, impostare il discorso su un aumento esponenziale dei flussi potrebbe risultare controproducente allo stesso bene paesaggistico, che rischierebbe di essere danneggiato dalla costruzione di strade più grandi, alberghi o edifici turistici capaci di compromettere l’equilibrio e l’unicità di queste terre. Paradossalmente si rischierebbe, nel nome di un valore universale quale quello rappresentato dalla lista Unesco, di perdere l’identità stessa del bene. Il che, va da sé, è l’esatto opposto rispetto al senso stesso della candidatura”.

Nel caso delle Langhe per quanto si è assistito all’incremento dei flussi turistici, la trasformazione da turismo di qualità a turismo di massa non si è compiuta. È improbabile che la valli alpine possano essere investite da trend di crescita troppo differenti. E benché non siano stati prodotti specifici rapporti in merito, l’esperienza olimpica dimostrerebbe come il rilancio ci sia stato, ma mai compromettente per le peculiarità territoriali.

L’attenzione alla tutela del territorio è inoltre parte integrante del processo di redazione preliminare della candidatura. Al momento della presentazione, poi, è necessario allegare anche un piano di gestione capace di prevedere l’evoluzione dei flussi turistici nel territorio. E gli stessi casi piemontesi dimostrerebbero che sì, la preservazione dell’identità territoriale non sarebbe in alcun modo a rischio.

È impossibile non ricordare, infine, come l’inserimento di un sesto sito nella rete Unesco piemontese contribuirebbe ad arricchire e armonizzare i beni già presenti. Occorre far presente che il Piemonte è un caso piuttosto unico nel panorama europeo: i grandi spazi lacustri (del lago Maggiore o del lago d’Orta) si alternano alle distese di risaie della pianura vercellese, le Alpi marittime cedono gradualmente il passo ad aree alpine con caratteristiche diverse in fatto di fauna e flora, gli ambienti appenninici sfociano nelle colline coltivate a vite. Tutto è molto vicino e, nel contempo, particolare: il Piemonte deve insistere con forza su questa ricchezza di scenari compresenti nell’arco di pochi chilometri.

La candidatura dei forti alpini contribuirebbe ad arricchire questa estrema varietà di scenari, la maggior parte dei quali può vantare la presenza di aree Unesco, come visto. Persino ragionando in termini transfrontalieri. Alcune delle fortificazioni originariamente sabaude si trovano oggi in territorio francese. Due su tutte: Briançon e lo Chaberton. Un modus operandi utile a rafforzare le premesse della candidatura, con ben due Stati potenzialmente interessati a sostenerla, e che darebbe effettivo seguito in termini locali allo spirito dei padri fondatori dell’Unione Europea, contribuendo alla costruzione di quella macroregione alpina dell’ovest i cui borghi e le cui valli, pur parlando lingue diverse, hanno più tratti in comune che differenze.