UNA 17ENNE È MORTA. IL COLPEVOLE È LIBERO. CHIEDIAMO GIUSTIZIA PER KETTY.

Firmatari recenti
joey keller e altri 19 hanno firmato di recente.

Il problema

UNA 17ENNE È MORTA. IL COLPEVOLE È LIBERO. CHIEDIAMO GIUSTIZIA PER KETTY.

Se fosse tua figlia, non accetteresti questa sentenza. Firma per Ketty. 

 

IN BREVE

Cosa è successo:

  • Ketty, 17 anni, è morta il 12 febbraio 2021 in un incidente stradale a Grancia.
    L’auto andava a 105 km/h in una zona con limite di 30 km/h.
  • L’impatto è stato violentissimo: Ketty è morta sul colpo.

Perché questa petizione:

  • Il guidatore è stato condannato, ma con una pena minima che non sconterà mai in carcere.
  • La procuratrice Margherita Lanzillo è l’unica che può fare ricorso, ma ha scelto di non farlo.
  • Noi chiediamo giustizia. Non solo per Ketty, ma per ogni giovane la cui vita è stata spezzata dall’incoscienza altrui.

Cosa puoi fare:

Firma questa petizione per chiedere alla Procuratrice di fare ricorso e dare dignità a questa tragedia. Una vita non può valere solo un anno di pena.

Per Ketty. Per tutte le Ketty del mondo. 

 

 

PRELUDIO 

Il 12 febbraio 2021, è morta Ketty, una ragazza di 17 anni, vittima di un incidente stradale mortale causato da un guidatore spericolato che correva a 105 km/h in una zona con limite di 30 km/h. L’impatto, violentissimo, l’ha uccisa sul colpo.

Ketty si trovava nella strada privata situata dietro i posteggi del centro commerciale di Grancia, una zona residenziale dove il limite di velocità è di 30 km/h. Da anni i residenti segnalavano che quella strada era frequentemente teatro di corse pericolose e manovre azzardate, ma nessuno ha mai preso provvedimenti. Ci è voluta la morte di una giovane ragazza per spingere finalmente qualcuno ad agire, e solo allora sono stati forse adottati i minimi accorgimenti per rendere quel tratto non più accessibile dopo la chiusura dei negozi. 

Ketty è morta decapitata. È importante specificarlo, anche se i giornali e le istituzioni hanno spesso taciuto la brutalità dei fatti, quasi a voler addolcire l’evidenza della realtà.

Questo non è stato un incidente. È stato un omicidio colposo con dolo eventuale, come riconosciuto anche dal giudice di primo grado Amos Pagnamenta.

Abbiamo deciso di scrivere questa petizione perché crediamo che la giustizia non sia stata fatta. La sentenza finale in seconda istanza, dopo un processo disorganizzato e privo di rispetto umano, ha lasciato la nostra famiglia devastata due volte: prima con la perdita di Ketty, poi con l’umiliazione in aula a maggio del 2025.

Dopo anni rimasti in disparte, non è facile per noi trovare le parole. Siamo sempre stati riservati su questo incidente, ma ora il bisogno di giustizia è più forte del nostro silenzio. Viviamo con un doppio dolore: quello della perdita e quello dell'ingiustizia. C'è un'unica ultima strada per vedere riconosciuta la verità: il ricorso al Tribunale Federale. Ma non possiamo farlo noi: l'unica che può farlo è la Procuratrice Pubblica, la signora Margherita Lanzillo. Questa petizione è il nostro grido composto, rispettoso, ma deciso, per chiederle di agire. In fondo a questo testo troverete anche un breve racconto su com'è andata davvero quella sera.

Ma ora, permetteteci di spiegarvi perché questa causa riguarda anche voi.

 

 

PERCHÉ CHIEDIAMO IL VOSTRO AIUTO ORA

In Svizzera, gli omicidi stradali non sono riconosciuti come tali. Non esiste una legge specifica come in altri paesi, non c'è giustizia per le vittime, e chi muore viene spesso dimenticato due volte: dalla vita e dallo Stato. In Italia, da anni esiste il reato di omicidio stradale. In Svizzera, ancora no. Ed è per questo che oggi ci ritroviamo con una sentenza che ci lascia senza parole.

Noi non vogliamo vendetta. Vogliamo giustizia. Una giustizia che dica, con chiarezza, che la vita ha valore. Che chi prende un'auto e la usa come mezzo per cercare adrenalina, consapevole dei rischi, non può essere trattato come un ragazzo "sfortunato". Siamo stanchi di leggere frasi come "la sua vita è rovinata", quando la vita davvero finita è quella di Ketty. E con lei, anche una grande parte della nostra, la sua famiglia. 

 

 

L’ULTIMA POSSIBILITÀ: PERCHÉ CHIEDIAMO ALLA PROCURATRICE LANZILLO DI AGIRE

Abbiamo parlato telefonicamente con la procuratrice pubblica Margherita Lanzillo, l’unica persona che oggi ha il potere di fare ricorso al Tribunale Federale. È lei, e solo lei, che può dare un’ultima possibilità a Ketty di ottenere giustizia.

Purtroppo, ci ha comunicato che non intende procedere, ritenendo che la decisione della seconda istanza verrebbe con ogni probabilità confermata anche in sede federale. 

Non vogliamo giudicare questa posizione, ma crediamo fermamente che quando si ha il potere di cambiare qualcosa, soprattutto per un principio di giustizia, occorre trovare il coraggio di farlo, anche se può essere difficile. Per questo chiediamo il vostro supporto: con le vostre firme vogliamo dare forza a quella scelta giusta, quella che permette di credere ancora che la giustizia possa valere davvero per tutti, anche per chi non può più parlare. 



CHI ERA L’OMICIDA

Al momento dei fatti, il 12  febbraio 2021, l’omicida, Davide Santos Gonçalves, era maggiorenne. E questo conta, soprattutto a quell'età, dove anche due o tre anni di differenza possono significare un abisso in termini di maturità e responsabilità. Aveva la patente, dichiarava di essere un guidatore esperto perché faceva lunghi viaggi e si reputava molto più capace di quanto lo fosse davvero.

Non si trattava di corse clandestine, lo specifichiamo. Era semplicemente spericolato: guidava a velocità estreme per il puro gusto dell’adrenalina, anche con passeggeri a bordo. Lo diceva lui stesso: gli dava sollievo quando non stava bene, come se l’auto fosse un’arma per alleviare i suoi disagi personali. Un comportamento consapevole e reiterato, messo in atto a discapito della propria vita, di quella dei passeggeri e dei pedoni.

Ketty e l’omicida, come riportato dagli atti, si sono conosciuti dentro l’auto, quando lei è stata incitata a salire mentre lui era andato a far pipì. Si è messo alla guida, ha trovato una ragazza sconosciuta al suo fianco. La loro conoscenza è durata giusto quei pochi secondi, fino all’impatto letale.

L’omicida non chiedeva nemmeno chi fosse a salire in macchina: chi voleva salire, saliva. Non si è preoccupato di guardare in faccia Ketty. Lei non gli ha chiesto di correre, non ha mai chiesto di provare adrenalina. Lui non sapeva nemmeno chi fosse.

Era tutto per sé stesso. L’auto era il palco. Lui, la rockstar. Non lo faceva per far divertire gli altri, ma per ricevere l’approvazione e gli applausi, per riempire un vuoto di autostima.

L’omicida si è ricostruito una nuova vita a Zurigo, dove studia fisica al Politecnico, una delle facoltà più difficili al mondo. Dall’omicidio commesso è riuscito a terminare il suo Bachelor, segue già corsi di Master ed è pronto a concludere il suo percorso universitario. Dal 2021 a oggi, ha sostenuto esami difficilissimi e ha portato avanti gli studi come se nulla fosse.

A parte il perito stradale, nessun altro esperto lo ha mai valutato. Nessun accertamento psichiatrico, nessuna analisi approfondita, nonostante il suo comportamento altamente pericoloso. Tra l’omicidio e il primo processo ha addirittura avuto il coraggio di avviare le pratiche per riottenere la patente: un chiaro segnale di quanto poco gli importi delle conseguenze delle sue azioni.

Dal 2021 al 2025 continua a vivere in totale libertà, mentre Ketty è morta. In questi anni ha concluso il Bachelor. Dall’altra parte, tutti i membri della nostra famiglia hanno subito danni fisici, psicologici ed economici devastanti e persistenti. La madre di Ketty oggi vive al cimitero, perché mentre lui è in libertà, Ketty risiede in un loculo.

Non è la sua vita a finire se fa 3 anni e 6 mesi di carcere. È la nostra che è finita il 12.02.2021.

Quanti di voi si sono trasferiti all’estero, cambiando tutta la propria vita? Chi ha dovuto stravolgere la routine per lavoro o per amore? Quanti si sono ricostruiti dopo un trauma?

E ci preoccupiamo davvero di “rovinare” la vita di un ragazzo di 25 anni che, anche dopo il carcere, avrà in mano un Bachelor e un Master in fisica del Politecnico di Zurigo? Ma stiamo scherzando? Anche lui potrà rifarsi una vita come tutti.

Non è giusto non pagare per i propri danni.

Ed è questa la verità: lui ha scelto consapevolmente di mettere a rischio la vita altrui, e Ketty è morta per questa scelta egoistica.

Ma chi sta davvero pagando? 

 

 

IL PRIMO PROCESSO: L’UNICO MOMENTO DI VERITÀ

Abbiamo atteso due lunghi anni per arrivare al primo processo. Ed è lì, in quell’aula, che per la prima e unica volta abbiamo sentito di essere davvero ascoltati. Il tribunale di prima istanza, presieduto dal giudice Amos Pagnamenta, ha rappresentato un raro esempio di rigore, rispetto e umanità. La sentenza fu chiara: 3 anni e 6 mesi di carcere, tutti da scontare. Una pena che, per quanto a nostro avviso insufficiente rispetto alla morte orribile e ingiusta di una ragazza di 17 anni, abbiamo comunque accettato. Lo abbiamo fatto perché per due giorni abbiamo visto un giudice lavorare con coscienza, lucidità e coraggio.

Il giudice Pagnamenta ha saputo fare quello che nessun altro ha fatto dopo: ha messo l’omicida di fronte alle proprie responsabilità. Lo ha incalzato, interrogato, spinto a mostrare sé stesso. Ed è proprio in quell’aula che la sua vera personalità è emersa: un ragazzo colmo di problematiche personali, che ha scelto deliberatamente di scaricare la sua frustrazione su dei ragazzini, non per errore, ma con totale indifferenza verso la vita altrui.

Riguardo al cosiddetto pentimento, il giudice Pagnamenta ha saputo smascherare anche questo: ha capito che le scuse erano solo una formalità, prive di qualsiasi reale emozione o consapevolezza. In aula, ha chiesto all’omicida:
“Una persona davvero pentita, forse si offrirebbe almeno di partecipare alle spese, no?”
La risposta? “Non ho soldi.”
E il giudice, con un’umana fermezza, ha replicato:
“Anche solo portare dei fiori sulla tomba di Ketty sarebbe stato un gesto.”
Niente. Nessun gesto. Nessun passo verso la responsabilità morale.

Quel processo si è concluso con una scena che ci ha lasciati confusi: diversi poliziotti hanno preso fisicamente il ragazzo per portarlo via. Per un attimo abbiamo pensato che lo stessero conducendo direttamente in prigione. Invece no. Lo stavano solo facendo uscire dal retro.
E da lì è tornato alla sua vita.
Non ha mai fatto un giorno di carcere. La sua pena è rimasta solamente sulla carta.

Come famiglia, desideriamo ringraziare pubblicamente il giudice Amos Pagnamenta. La sua condotta, la sua sensibilità e il suo senso profondo di giustizia resteranno sempre impressi nelle nostre menti. È stato l’unico a mostrare davvero cosa significa onorare la verità e dare dignità alla vittima. 

 

 

IL SECONDO PROCESSO: UN’OFFESA ALLA MEMORIA DI KETTY

Il secondo processo, avvenuto due anni dopo il ricorso, è stato un’umiliazione per la nostra famiglia. Diretto dalla giudice Giovanna Roggero-Will, si è svolto in una mattinata frettolosa, senza alcuna profondità, senza lo spazio necessario per affrontare la gravità di quanto accaduto.
La giudice, visibilmente stanca e insofferente, camminava avanti e indietro toccandosi la schiena, come se volesse solo concludere il prima possibile. Ha posto all’omicida domande superficiali, del tipo: “Cosa studia?”, “Ha una compagna?”. Nessuna analisi sul reato, nessun confronto serio. Nessun tentativo, come aveva fatto il giudice Pagnamenta, di metterlo di fronte alla sua responsabilità morale.

In quell’aula, la famiglia della vittima non esisteva.
Anche durante il processo, si è più volte ripetuta la falsità che Ketty fosse “amica” dell’omicida. Una delle sorelle, con estrema educazione, ha chiesto la parola, presentandosi e specificando, come risulta dagli atti, che Ketty non conosceva l’omicida. Lo ha incontrato per la prima volta nell’auto stessa, pochi secondi prima di morire.
Quando la sorella ha provato a raccontare le condizioni del corpo di Ketty dopo l’impatto, la giudice l’ha interrotta bruscamente, facendola sedere con freddezza.
Il padre della ragazza, sconvolto dalla mancanza di empatia, ha tentato di intervenire: è stato minacciato di essere cacciato dall’aula. La giudice ha fatto suonare il suo campanello per zittirlo, come se fosse un intruso e non il padre di una vittima innocente.

Poi, l’ennesimo colpo al cuore: la madre di Ketty, sconvolta dalle menzogne ascoltate, ha avuto un cedimento ed è svenuta, battendo la testa a terra. Nessuno si è alzato. Nessuno ha chiamato un’ambulanza. La giudice ha solo chiesto che fosse portata via il più in fretta possibile perché “stava rallentando il processo”. Come se fosse un intralcio, e non una madre in lutto. Non le ha mai chiesto come stesse. Neppure alla fine.

Quel giorno non fu nemmeno letta la sentenza. È arrivata due settimane dopo, per iscritto. La decisione:
3 anni di pena, di cui 2 sospesi e 1 solo da espiare. E nemmeno in carcere, con ogni probabilità: ci è stato spiegato che sarà il giudice dell’esecuzione a decidere, ma che è “molto probabile” che si tratti solo di un braccialetto elettronico.
La ragione? Perché la pena è di appena 3 anni, e non 3 anni e 1 giorno. Se fosse stata anche solo un giorno più lunga, sarebbe stata da scontare interamente.

La signora Roggero-Will ha anche accettato il “sincero pentimento” dell’omicida, cosa rarissima nei tribunali svizzeri.
Ma quale pentimento? Non ci ha mai scritto una lettera. Non ha mai cercato un contatto. Non ha mai chiesto veramente scusa. Si è limitato a leggere un bigliettino, scritto dai suoi avvocati, in piedi.
Eppure, la giudice ha deciso che bastava.
Ha ignorato tutto ciò che avrebbe potuto vedere, come aveva fatto il giudice Pagnamenta, con rigore e umanità, e ha scelto la via più facile. 


Il risultato?
Un totale stravolgimento della pena.
Un’umiliazione per Ketty, per la sua memoria, per la sua famiglia.
E una vergogna per la giustizia

 

 

IL SUPPORTO LEGALE CHE NON C’È MAI STATO

Come famiglia, ci siamo affidate allo studio legale Galliani. Col senno di poi, possiamo purtroppo dire che è stata una scelta sbagliata. Avevamo chiesto espressamente che fosse Maria Galliani in persona a seguire il nostro caso. Lei inizialmente accettò, ma poi è letteralmente sparita, lasciandoci in mano a un altro avvocato del suo studio. Non si è mai presentata agli incontri iniziali, si è rifiutata di essere presente in aula durante il primo processo, nonostante le nostre richieste esplicite, e ha declinato anche la partecipazione al secondo processo, richiesto con largo anticipo, senza mai fornire una giustificazione chiara.
Una delle sorelle di Ketty ha tentato di contattarla, ma non ha mai ricevuto risposta.

Abbiamo percepito da parte dello studio una totale mancanza di serietà, di convinzione e di volontà di difenderci realmente. Anzi, sin dall'inizio ci era stato detto che l’omicida “alla fine non avrebbe mai scontato un giorno di carcere”. E allora ci chiediamo: che giustizia è questa? Perché due anni per arrivare al primo processo, in un caso con così grande impatto mediatico? Perché altri due anni per arrivare al secondo, dopo il ricorso? Forse per far dimenticare tutto all’opinione pubblica? Per poi giustificare la decisione dicendo che “ormai” l’omicida ha 25 anni e ha ricostruito la sua vita?

Consigliate in modo scorretto da chi avrebbe dovuto proteggerci, lo studio Galliani ci ha dissuaso dal presentare ricorso, definendo la pena di 3 anni e 6 mesi “già significativa”. In quei 30 giorni utili per agire, noi non abbiamo fatto ricorso, confidando nella parola dell’omicida che più volte aveva detto “pagherò tutto quello che c’è da pagare”.
Ma poi, è stato proprio lui a fare ricorso, scegliendo con attenzione di non contestare il reato principale, omicidio colposo con dolo eventuale, ormai confermato, ma impugnando ogni altro aspetto possibile, persino le lesioni gravi. 


Ricordiamo a chi legge: Ketty è morta decapitata.
Tutti i passeggeri erano sobri, con le cinture allacciate, i finestrini chiusi.
L’auto viaggiava a 105 km/h in una zona con limite 30 km/h.
Eppure, dopo anni di attesa, quello che abbiamo ottenuto non è giustizia: è uno schiaffo in faccia a ogni logica, a ogni valore, a ogni senso umano di responsabilità.

Questa è giustizia? 

 

 

KETTY, LA LUCE CHE CI MANCA OGNI GIORNO

Ed infine, vogliamo dedicare queste parole a lei, Ketty. Colei che è stata, e sarà per sempre, la luce dei nostri occhi e dei nostri cuori. Non siamo qui a difenderla per partito preso, ma perché lei lo merita davvero. Ketty era un’anima gentile: ovunque andasse, portava semplicità, sorrisi, autenticità. Era una ragazza rara, di quelle che oggi se ne trovano poche. Si accettava per quella che era, senza filtri. Amava aiutare gli altri e, grazie a questo, è riuscita a salvare persino un paio di vite, una anche davanti ai nostri occhi.

Non aveva paura della vita: voleva viverla. I suoi occhi erano pieni di luce, il suo cuore pieno di sole, il suo sorriso era pura gioia. Come tutte le ragazze di 17 anni, attraversava quei momenti in cui emozioni, percezioni e decisioni possono essere influenzate, anche dagli ormoni e dai legami affettivi. Era coinvolta con un fidanzato più grande, patentato, presente quella sera. Non vogliamo giudicare nessuno, a parte chi ha causato la morte di Ketty, ma portare verità e chiarezza, perché è giusto farlo.

Ketty soffriva di mal d’auto sin da piccola. Salire in macchina, per lei, significava spesso nausea e pastiglie. L’ironia tragica è che sia proprio morta in un’auto, in un giro spericolato. Nei giorni precedenti alla sua morte non stava bene: era anemica, faceva incubi, si sentiva debole sia fisicamente che emotivamente. Quella sera aveva anche il ciclo mestruale molto forte, e chi conosce certi dolori sa quanto possano essere debilitanti.

Quando è morta, abbiamo preso il suo telefono per cercare di capire. Non volevamo crederci: Ketty non avrebbe mai voluto salire su quell’auto. Le sue chat con il fidanzato lo confermano: lui le raccontava dei giri con quel ragazzo che correva fortissimo, la invitava a provarci. Ketty rispondeva sempre di no e che non era interessata. Aggiungeva che era stanca. Quella sera non doveva nemmeno uscire, non si sentiva in forma. Non ci sono messaggi dove lei dica di voler salire, solo segnali chiari di rifiuto a voler partecipare a quelle corse folli.

C’è chi ha avuto il coraggio di giudicare nostra madre per averla lasciata uscire. Ma quale genitore non ha mai permesso alla propria figlia di 17 anni di uscire un venerdì sera alle 21, con rientro prima della mezzanotte? Come se Ketty dovesse vivere incatenata in casa… impossibile. Lei amava la vita, amava stare fuori, respirare il mondo.

Quel giro, il primo della serata, è stato anche l’ultimo. Siamo convinti che, se avesse visto cosa succedeva da fuori, non ci sarebbe salita. Quel posto non era nemmeno destinato a lei, ma a un’altra ragazza che, oggi, lotta ancora con il senso di colpa. Quel cambio avvenne perché altri, tra cui il fidanzato, la convinsero a salire davanti, per via della nausea. Alla fine sì, è salita lei, per chi continua a chiederlo.

Ma noi sappiamo, dai messaggi, ma soprattutto da chi era Ketty, che non lo fece per divertirsi. A lei la velocità non è mai piaciuta, anzi, la spaventava. Era troppo giovane, troppo stanca, troppo fragile in quel momento per dire di no. Eppure, in certi casi, quella piccola parola, "no", fa la differenza tra vivere e morire

 

 

CHE ESEMPIO VOGLIAMO DARE AI NOSTRI GIOVANI? 

Quella di Ketty è stata una storia che ha avuto un forte impatto mediatico, perché ha toccato qualcosa di profondo e universale: la fragilità della vita e la sete di giustizia. Ma ora, a distanza di tempo, ci chiediamo: che messaggio stiamo lasciando ai ragazzi di oggi? Che si può morire a 17 anni per l’imprudenza altrui e che nessuno ne risponda davvero? Che basta un processo svogliato e una sentenza blanda per archiviare una vita spezzata?

I giovani ci guardano. Osservano come la società tratta le vittime, come lo Stato difende (o ignora) i più deboli. Se la giustizia non protegge, cosa possiamo pretendere da loro? Dobbiamo avere il coraggio di dire che la vita vale, che chi sbaglia deve assumersi le sue responsabilità, che l'indifferenza uccide quanto la velocità.

Ketty non potrà più tornare, ma il modo in cui reagiamo oggi potrà salvare altre vite domani. E questo è l’unico esempio che valga davvero la pena dare.

 

 

FIRMATE LA PETIZIONE

Fermiamoci un momento. Pensiamo a Ketty. Pensiamo a una giovane vita spezzata da una folle corsa. Pensiamo a una famiglia distrutta. Pensiamo a cosa ci aspettiamo davvero da una società che si definisce giusta.

L’omicida ha ricevuto un anno di pena, ma non sconterà neppure un giorno in carcere.

Se anche voi credete che una vita non possa valere così poco, allora unitevi a noi. Se credete che la giustizia non debba essere cieca ma lucida, ferma e coraggiosa, Se credete che Ketty meriti rispetto, verità, memoria,

allora firmate questa petizione.

Fatelo per lei. Per le strade dove camminano i nostri figli. Per una giustizia che sia davvero al servizio delle vittime e non dei colpevoli.

Per Ketty. Per tutte le Ketty del mondo. 


La famiglia di Ketty. 



🇫🇷 link della petizione in lingua francese: 
https://chng.it/w9Rp6MfWbf

 

🇬🇧 link della petizione in lingua inglese: 
https://chng.it/zHrF9CBx8V 

 

🇩🇪 link della petizione in lingua tedesca: 

https://chng.it/6k4Twpnkjj

 

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Jessica Do NascimentoPromotore della petizione

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joey keller e altri 19 hanno firmato di recente.

Il problema

UNA 17ENNE È MORTA. IL COLPEVOLE È LIBERO. CHIEDIAMO GIUSTIZIA PER KETTY.

Se fosse tua figlia, non accetteresti questa sentenza. Firma per Ketty. 

 

IN BREVE

Cosa è successo:

  • Ketty, 17 anni, è morta il 12 febbraio 2021 in un incidente stradale a Grancia.
    L’auto andava a 105 km/h in una zona con limite di 30 km/h.
  • L’impatto è stato violentissimo: Ketty è morta sul colpo.

Perché questa petizione:

  • Il guidatore è stato condannato, ma con una pena minima che non sconterà mai in carcere.
  • La procuratrice Margherita Lanzillo è l’unica che può fare ricorso, ma ha scelto di non farlo.
  • Noi chiediamo giustizia. Non solo per Ketty, ma per ogni giovane la cui vita è stata spezzata dall’incoscienza altrui.

Cosa puoi fare:

Firma questa petizione per chiedere alla Procuratrice di fare ricorso e dare dignità a questa tragedia. Una vita non può valere solo un anno di pena.

Per Ketty. Per tutte le Ketty del mondo. 

 

 

PRELUDIO 

Il 12 febbraio 2021, è morta Ketty, una ragazza di 17 anni, vittima di un incidente stradale mortale causato da un guidatore spericolato che correva a 105 km/h in una zona con limite di 30 km/h. L’impatto, violentissimo, l’ha uccisa sul colpo.

Ketty si trovava nella strada privata situata dietro i posteggi del centro commerciale di Grancia, una zona residenziale dove il limite di velocità è di 30 km/h. Da anni i residenti segnalavano che quella strada era frequentemente teatro di corse pericolose e manovre azzardate, ma nessuno ha mai preso provvedimenti. Ci è voluta la morte di una giovane ragazza per spingere finalmente qualcuno ad agire, e solo allora sono stati forse adottati i minimi accorgimenti per rendere quel tratto non più accessibile dopo la chiusura dei negozi. 

Ketty è morta decapitata. È importante specificarlo, anche se i giornali e le istituzioni hanno spesso taciuto la brutalità dei fatti, quasi a voler addolcire l’evidenza della realtà.

Questo non è stato un incidente. È stato un omicidio colposo con dolo eventuale, come riconosciuto anche dal giudice di primo grado Amos Pagnamenta.

Abbiamo deciso di scrivere questa petizione perché crediamo che la giustizia non sia stata fatta. La sentenza finale in seconda istanza, dopo un processo disorganizzato e privo di rispetto umano, ha lasciato la nostra famiglia devastata due volte: prima con la perdita di Ketty, poi con l’umiliazione in aula a maggio del 2025.

Dopo anni rimasti in disparte, non è facile per noi trovare le parole. Siamo sempre stati riservati su questo incidente, ma ora il bisogno di giustizia è più forte del nostro silenzio. Viviamo con un doppio dolore: quello della perdita e quello dell'ingiustizia. C'è un'unica ultima strada per vedere riconosciuta la verità: il ricorso al Tribunale Federale. Ma non possiamo farlo noi: l'unica che può farlo è la Procuratrice Pubblica, la signora Margherita Lanzillo. Questa petizione è il nostro grido composto, rispettoso, ma deciso, per chiederle di agire. In fondo a questo testo troverete anche un breve racconto su com'è andata davvero quella sera.

Ma ora, permetteteci di spiegarvi perché questa causa riguarda anche voi.

 

 

PERCHÉ CHIEDIAMO IL VOSTRO AIUTO ORA

In Svizzera, gli omicidi stradali non sono riconosciuti come tali. Non esiste una legge specifica come in altri paesi, non c'è giustizia per le vittime, e chi muore viene spesso dimenticato due volte: dalla vita e dallo Stato. In Italia, da anni esiste il reato di omicidio stradale. In Svizzera, ancora no. Ed è per questo che oggi ci ritroviamo con una sentenza che ci lascia senza parole.

Noi non vogliamo vendetta. Vogliamo giustizia. Una giustizia che dica, con chiarezza, che la vita ha valore. Che chi prende un'auto e la usa come mezzo per cercare adrenalina, consapevole dei rischi, non può essere trattato come un ragazzo "sfortunato". Siamo stanchi di leggere frasi come "la sua vita è rovinata", quando la vita davvero finita è quella di Ketty. E con lei, anche una grande parte della nostra, la sua famiglia. 

 

 

L’ULTIMA POSSIBILITÀ: PERCHÉ CHIEDIAMO ALLA PROCURATRICE LANZILLO DI AGIRE

Abbiamo parlato telefonicamente con la procuratrice pubblica Margherita Lanzillo, l’unica persona che oggi ha il potere di fare ricorso al Tribunale Federale. È lei, e solo lei, che può dare un’ultima possibilità a Ketty di ottenere giustizia.

Purtroppo, ci ha comunicato che non intende procedere, ritenendo che la decisione della seconda istanza verrebbe con ogni probabilità confermata anche in sede federale. 

Non vogliamo giudicare questa posizione, ma crediamo fermamente che quando si ha il potere di cambiare qualcosa, soprattutto per un principio di giustizia, occorre trovare il coraggio di farlo, anche se può essere difficile. Per questo chiediamo il vostro supporto: con le vostre firme vogliamo dare forza a quella scelta giusta, quella che permette di credere ancora che la giustizia possa valere davvero per tutti, anche per chi non può più parlare. 



CHI ERA L’OMICIDA

Al momento dei fatti, il 12  febbraio 2021, l’omicida, Davide Santos Gonçalves, era maggiorenne. E questo conta, soprattutto a quell'età, dove anche due o tre anni di differenza possono significare un abisso in termini di maturità e responsabilità. Aveva la patente, dichiarava di essere un guidatore esperto perché faceva lunghi viaggi e si reputava molto più capace di quanto lo fosse davvero.

Non si trattava di corse clandestine, lo specifichiamo. Era semplicemente spericolato: guidava a velocità estreme per il puro gusto dell’adrenalina, anche con passeggeri a bordo. Lo diceva lui stesso: gli dava sollievo quando non stava bene, come se l’auto fosse un’arma per alleviare i suoi disagi personali. Un comportamento consapevole e reiterato, messo in atto a discapito della propria vita, di quella dei passeggeri e dei pedoni.

Ketty e l’omicida, come riportato dagli atti, si sono conosciuti dentro l’auto, quando lei è stata incitata a salire mentre lui era andato a far pipì. Si è messo alla guida, ha trovato una ragazza sconosciuta al suo fianco. La loro conoscenza è durata giusto quei pochi secondi, fino all’impatto letale.

L’omicida non chiedeva nemmeno chi fosse a salire in macchina: chi voleva salire, saliva. Non si è preoccupato di guardare in faccia Ketty. Lei non gli ha chiesto di correre, non ha mai chiesto di provare adrenalina. Lui non sapeva nemmeno chi fosse.

Era tutto per sé stesso. L’auto era il palco. Lui, la rockstar. Non lo faceva per far divertire gli altri, ma per ricevere l’approvazione e gli applausi, per riempire un vuoto di autostima.

L’omicida si è ricostruito una nuova vita a Zurigo, dove studia fisica al Politecnico, una delle facoltà più difficili al mondo. Dall’omicidio commesso è riuscito a terminare il suo Bachelor, segue già corsi di Master ed è pronto a concludere il suo percorso universitario. Dal 2021 a oggi, ha sostenuto esami difficilissimi e ha portato avanti gli studi come se nulla fosse.

A parte il perito stradale, nessun altro esperto lo ha mai valutato. Nessun accertamento psichiatrico, nessuna analisi approfondita, nonostante il suo comportamento altamente pericoloso. Tra l’omicidio e il primo processo ha addirittura avuto il coraggio di avviare le pratiche per riottenere la patente: un chiaro segnale di quanto poco gli importi delle conseguenze delle sue azioni.

Dal 2021 al 2025 continua a vivere in totale libertà, mentre Ketty è morta. In questi anni ha concluso il Bachelor. Dall’altra parte, tutti i membri della nostra famiglia hanno subito danni fisici, psicologici ed economici devastanti e persistenti. La madre di Ketty oggi vive al cimitero, perché mentre lui è in libertà, Ketty risiede in un loculo.

Non è la sua vita a finire se fa 3 anni e 6 mesi di carcere. È la nostra che è finita il 12.02.2021.

Quanti di voi si sono trasferiti all’estero, cambiando tutta la propria vita? Chi ha dovuto stravolgere la routine per lavoro o per amore? Quanti si sono ricostruiti dopo un trauma?

E ci preoccupiamo davvero di “rovinare” la vita di un ragazzo di 25 anni che, anche dopo il carcere, avrà in mano un Bachelor e un Master in fisica del Politecnico di Zurigo? Ma stiamo scherzando? Anche lui potrà rifarsi una vita come tutti.

Non è giusto non pagare per i propri danni.

Ed è questa la verità: lui ha scelto consapevolmente di mettere a rischio la vita altrui, e Ketty è morta per questa scelta egoistica.

Ma chi sta davvero pagando? 

 

 

IL PRIMO PROCESSO: L’UNICO MOMENTO DI VERITÀ

Abbiamo atteso due lunghi anni per arrivare al primo processo. Ed è lì, in quell’aula, che per la prima e unica volta abbiamo sentito di essere davvero ascoltati. Il tribunale di prima istanza, presieduto dal giudice Amos Pagnamenta, ha rappresentato un raro esempio di rigore, rispetto e umanità. La sentenza fu chiara: 3 anni e 6 mesi di carcere, tutti da scontare. Una pena che, per quanto a nostro avviso insufficiente rispetto alla morte orribile e ingiusta di una ragazza di 17 anni, abbiamo comunque accettato. Lo abbiamo fatto perché per due giorni abbiamo visto un giudice lavorare con coscienza, lucidità e coraggio.

Il giudice Pagnamenta ha saputo fare quello che nessun altro ha fatto dopo: ha messo l’omicida di fronte alle proprie responsabilità. Lo ha incalzato, interrogato, spinto a mostrare sé stesso. Ed è proprio in quell’aula che la sua vera personalità è emersa: un ragazzo colmo di problematiche personali, che ha scelto deliberatamente di scaricare la sua frustrazione su dei ragazzini, non per errore, ma con totale indifferenza verso la vita altrui.

Riguardo al cosiddetto pentimento, il giudice Pagnamenta ha saputo smascherare anche questo: ha capito che le scuse erano solo una formalità, prive di qualsiasi reale emozione o consapevolezza. In aula, ha chiesto all’omicida:
“Una persona davvero pentita, forse si offrirebbe almeno di partecipare alle spese, no?”
La risposta? “Non ho soldi.”
E il giudice, con un’umana fermezza, ha replicato:
“Anche solo portare dei fiori sulla tomba di Ketty sarebbe stato un gesto.”
Niente. Nessun gesto. Nessun passo verso la responsabilità morale.

Quel processo si è concluso con una scena che ci ha lasciati confusi: diversi poliziotti hanno preso fisicamente il ragazzo per portarlo via. Per un attimo abbiamo pensato che lo stessero conducendo direttamente in prigione. Invece no. Lo stavano solo facendo uscire dal retro.
E da lì è tornato alla sua vita.
Non ha mai fatto un giorno di carcere. La sua pena è rimasta solamente sulla carta.

Come famiglia, desideriamo ringraziare pubblicamente il giudice Amos Pagnamenta. La sua condotta, la sua sensibilità e il suo senso profondo di giustizia resteranno sempre impressi nelle nostre menti. È stato l’unico a mostrare davvero cosa significa onorare la verità e dare dignità alla vittima. 

 

 

IL SECONDO PROCESSO: UN’OFFESA ALLA MEMORIA DI KETTY

Il secondo processo, avvenuto due anni dopo il ricorso, è stato un’umiliazione per la nostra famiglia. Diretto dalla giudice Giovanna Roggero-Will, si è svolto in una mattinata frettolosa, senza alcuna profondità, senza lo spazio necessario per affrontare la gravità di quanto accaduto.
La giudice, visibilmente stanca e insofferente, camminava avanti e indietro toccandosi la schiena, come se volesse solo concludere il prima possibile. Ha posto all’omicida domande superficiali, del tipo: “Cosa studia?”, “Ha una compagna?”. Nessuna analisi sul reato, nessun confronto serio. Nessun tentativo, come aveva fatto il giudice Pagnamenta, di metterlo di fronte alla sua responsabilità morale.

In quell’aula, la famiglia della vittima non esisteva.
Anche durante il processo, si è più volte ripetuta la falsità che Ketty fosse “amica” dell’omicida. Una delle sorelle, con estrema educazione, ha chiesto la parola, presentandosi e specificando, come risulta dagli atti, che Ketty non conosceva l’omicida. Lo ha incontrato per la prima volta nell’auto stessa, pochi secondi prima di morire.
Quando la sorella ha provato a raccontare le condizioni del corpo di Ketty dopo l’impatto, la giudice l’ha interrotta bruscamente, facendola sedere con freddezza.
Il padre della ragazza, sconvolto dalla mancanza di empatia, ha tentato di intervenire: è stato minacciato di essere cacciato dall’aula. La giudice ha fatto suonare il suo campanello per zittirlo, come se fosse un intruso e non il padre di una vittima innocente.

Poi, l’ennesimo colpo al cuore: la madre di Ketty, sconvolta dalle menzogne ascoltate, ha avuto un cedimento ed è svenuta, battendo la testa a terra. Nessuno si è alzato. Nessuno ha chiamato un’ambulanza. La giudice ha solo chiesto che fosse portata via il più in fretta possibile perché “stava rallentando il processo”. Come se fosse un intralcio, e non una madre in lutto. Non le ha mai chiesto come stesse. Neppure alla fine.

Quel giorno non fu nemmeno letta la sentenza. È arrivata due settimane dopo, per iscritto. La decisione:
3 anni di pena, di cui 2 sospesi e 1 solo da espiare. E nemmeno in carcere, con ogni probabilità: ci è stato spiegato che sarà il giudice dell’esecuzione a decidere, ma che è “molto probabile” che si tratti solo di un braccialetto elettronico.
La ragione? Perché la pena è di appena 3 anni, e non 3 anni e 1 giorno. Se fosse stata anche solo un giorno più lunga, sarebbe stata da scontare interamente.

La signora Roggero-Will ha anche accettato il “sincero pentimento” dell’omicida, cosa rarissima nei tribunali svizzeri.
Ma quale pentimento? Non ci ha mai scritto una lettera. Non ha mai cercato un contatto. Non ha mai chiesto veramente scusa. Si è limitato a leggere un bigliettino, scritto dai suoi avvocati, in piedi.
Eppure, la giudice ha deciso che bastava.
Ha ignorato tutto ciò che avrebbe potuto vedere, come aveva fatto il giudice Pagnamenta, con rigore e umanità, e ha scelto la via più facile. 


Il risultato?
Un totale stravolgimento della pena.
Un’umiliazione per Ketty, per la sua memoria, per la sua famiglia.
E una vergogna per la giustizia

 

 

IL SUPPORTO LEGALE CHE NON C’È MAI STATO

Come famiglia, ci siamo affidate allo studio legale Galliani. Col senno di poi, possiamo purtroppo dire che è stata una scelta sbagliata. Avevamo chiesto espressamente che fosse Maria Galliani in persona a seguire il nostro caso. Lei inizialmente accettò, ma poi è letteralmente sparita, lasciandoci in mano a un altro avvocato del suo studio. Non si è mai presentata agli incontri iniziali, si è rifiutata di essere presente in aula durante il primo processo, nonostante le nostre richieste esplicite, e ha declinato anche la partecipazione al secondo processo, richiesto con largo anticipo, senza mai fornire una giustificazione chiara.
Una delle sorelle di Ketty ha tentato di contattarla, ma non ha mai ricevuto risposta.

Abbiamo percepito da parte dello studio una totale mancanza di serietà, di convinzione e di volontà di difenderci realmente. Anzi, sin dall'inizio ci era stato detto che l’omicida “alla fine non avrebbe mai scontato un giorno di carcere”. E allora ci chiediamo: che giustizia è questa? Perché due anni per arrivare al primo processo, in un caso con così grande impatto mediatico? Perché altri due anni per arrivare al secondo, dopo il ricorso? Forse per far dimenticare tutto all’opinione pubblica? Per poi giustificare la decisione dicendo che “ormai” l’omicida ha 25 anni e ha ricostruito la sua vita?

Consigliate in modo scorretto da chi avrebbe dovuto proteggerci, lo studio Galliani ci ha dissuaso dal presentare ricorso, definendo la pena di 3 anni e 6 mesi “già significativa”. In quei 30 giorni utili per agire, noi non abbiamo fatto ricorso, confidando nella parola dell’omicida che più volte aveva detto “pagherò tutto quello che c’è da pagare”.
Ma poi, è stato proprio lui a fare ricorso, scegliendo con attenzione di non contestare il reato principale, omicidio colposo con dolo eventuale, ormai confermato, ma impugnando ogni altro aspetto possibile, persino le lesioni gravi. 


Ricordiamo a chi legge: Ketty è morta decapitata.
Tutti i passeggeri erano sobri, con le cinture allacciate, i finestrini chiusi.
L’auto viaggiava a 105 km/h in una zona con limite 30 km/h.
Eppure, dopo anni di attesa, quello che abbiamo ottenuto non è giustizia: è uno schiaffo in faccia a ogni logica, a ogni valore, a ogni senso umano di responsabilità.

Questa è giustizia? 

 

 

KETTY, LA LUCE CHE CI MANCA OGNI GIORNO

Ed infine, vogliamo dedicare queste parole a lei, Ketty. Colei che è stata, e sarà per sempre, la luce dei nostri occhi e dei nostri cuori. Non siamo qui a difenderla per partito preso, ma perché lei lo merita davvero. Ketty era un’anima gentile: ovunque andasse, portava semplicità, sorrisi, autenticità. Era una ragazza rara, di quelle che oggi se ne trovano poche. Si accettava per quella che era, senza filtri. Amava aiutare gli altri e, grazie a questo, è riuscita a salvare persino un paio di vite, una anche davanti ai nostri occhi.

Non aveva paura della vita: voleva viverla. I suoi occhi erano pieni di luce, il suo cuore pieno di sole, il suo sorriso era pura gioia. Come tutte le ragazze di 17 anni, attraversava quei momenti in cui emozioni, percezioni e decisioni possono essere influenzate, anche dagli ormoni e dai legami affettivi. Era coinvolta con un fidanzato più grande, patentato, presente quella sera. Non vogliamo giudicare nessuno, a parte chi ha causato la morte di Ketty, ma portare verità e chiarezza, perché è giusto farlo.

Ketty soffriva di mal d’auto sin da piccola. Salire in macchina, per lei, significava spesso nausea e pastiglie. L’ironia tragica è che sia proprio morta in un’auto, in un giro spericolato. Nei giorni precedenti alla sua morte non stava bene: era anemica, faceva incubi, si sentiva debole sia fisicamente che emotivamente. Quella sera aveva anche il ciclo mestruale molto forte, e chi conosce certi dolori sa quanto possano essere debilitanti.

Quando è morta, abbiamo preso il suo telefono per cercare di capire. Non volevamo crederci: Ketty non avrebbe mai voluto salire su quell’auto. Le sue chat con il fidanzato lo confermano: lui le raccontava dei giri con quel ragazzo che correva fortissimo, la invitava a provarci. Ketty rispondeva sempre di no e che non era interessata. Aggiungeva che era stanca. Quella sera non doveva nemmeno uscire, non si sentiva in forma. Non ci sono messaggi dove lei dica di voler salire, solo segnali chiari di rifiuto a voler partecipare a quelle corse folli.

C’è chi ha avuto il coraggio di giudicare nostra madre per averla lasciata uscire. Ma quale genitore non ha mai permesso alla propria figlia di 17 anni di uscire un venerdì sera alle 21, con rientro prima della mezzanotte? Come se Ketty dovesse vivere incatenata in casa… impossibile. Lei amava la vita, amava stare fuori, respirare il mondo.

Quel giro, il primo della serata, è stato anche l’ultimo. Siamo convinti che, se avesse visto cosa succedeva da fuori, non ci sarebbe salita. Quel posto non era nemmeno destinato a lei, ma a un’altra ragazza che, oggi, lotta ancora con il senso di colpa. Quel cambio avvenne perché altri, tra cui il fidanzato, la convinsero a salire davanti, per via della nausea. Alla fine sì, è salita lei, per chi continua a chiederlo.

Ma noi sappiamo, dai messaggi, ma soprattutto da chi era Ketty, che non lo fece per divertirsi. A lei la velocità non è mai piaciuta, anzi, la spaventava. Era troppo giovane, troppo stanca, troppo fragile in quel momento per dire di no. Eppure, in certi casi, quella piccola parola, "no", fa la differenza tra vivere e morire

 

 

CHE ESEMPIO VOGLIAMO DARE AI NOSTRI GIOVANI? 

Quella di Ketty è stata una storia che ha avuto un forte impatto mediatico, perché ha toccato qualcosa di profondo e universale: la fragilità della vita e la sete di giustizia. Ma ora, a distanza di tempo, ci chiediamo: che messaggio stiamo lasciando ai ragazzi di oggi? Che si può morire a 17 anni per l’imprudenza altrui e che nessuno ne risponda davvero? Che basta un processo svogliato e una sentenza blanda per archiviare una vita spezzata?

I giovani ci guardano. Osservano come la società tratta le vittime, come lo Stato difende (o ignora) i più deboli. Se la giustizia non protegge, cosa possiamo pretendere da loro? Dobbiamo avere il coraggio di dire che la vita vale, che chi sbaglia deve assumersi le sue responsabilità, che l'indifferenza uccide quanto la velocità.

Ketty non potrà più tornare, ma il modo in cui reagiamo oggi potrà salvare altre vite domani. E questo è l’unico esempio che valga davvero la pena dare.

 

 

FIRMATE LA PETIZIONE

Fermiamoci un momento. Pensiamo a Ketty. Pensiamo a una giovane vita spezzata da una folle corsa. Pensiamo a una famiglia distrutta. Pensiamo a cosa ci aspettiamo davvero da una società che si definisce giusta.

L’omicida ha ricevuto un anno di pena, ma non sconterà neppure un giorno in carcere.

Se anche voi credete che una vita non possa valere così poco, allora unitevi a noi. Se credete che la giustizia non debba essere cieca ma lucida, ferma e coraggiosa, Se credete che Ketty meriti rispetto, verità, memoria,

allora firmate questa petizione.

Fatelo per lei. Per le strade dove camminano i nostri figli. Per una giustizia che sia davvero al servizio delle vittime e non dei colpevoli.

Per Ketty. Per tutte le Ketty del mondo. 


La famiglia di Ketty. 



🇫🇷 link della petizione in lingua francese: 
https://chng.it/w9Rp6MfWbf

 

🇬🇧 link della petizione in lingua inglese: 
https://chng.it/zHrF9CBx8V 

 

🇩🇪 link della petizione in lingua tedesca: 

https://chng.it/6k4Twpnkjj

 

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Jessica Do NascimentoPromotore della petizione
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I decisori

Margherita Lanzillo
Margherita Lanzillo
Procuratrice pubblica
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Petizione creata in data 1 luglio 2025