Neuigkeit zur PetitionNon archiviate il caso Alpi-Hrovatin!NON ARCHIVIATE IL CASO ALPI-HROVATIN: DEJA VU!

Daniela ZiniRoma, Italien

01.11.2017
Nel 1958, quando il film Paths of Glory [Orizzonti di Gloria] di Stanley Kubrick entrò nei circuiti di tutta Europa, Charles de Gaulle non permise che i francesi lo vedessero. Dovettero, infatti, trascorrere diciassette anni prima che la censura desse il benestare alla proiezione, nel timore di gettare una macchia sul mito dell’Armée.
Girato, interamente, in Germania, nel 1957, il film fu proibito anche in Svizzera.
In Belgio, dove, invece, fu rappresentato, vi furono gravi disordini tra gli spettatori ex-combattenti francesi.
Anche se Kubrick sembra dire:
“Ogni allusione a fatti e persone reali è puramente casuale.”,
senza i fatti sul fronte franco-tedesco del 1917, il film non si sarebbe fatto.
Orizzonti di gloria è un pamphlet antimilitarista, un processo all’imperizia dei militari.
Per ottenere la sua terza medaglia, un generale cinico e ambizioso, ordina a un reggimento francese di sferrare l’attacco a una posizione tedesca imprendibile. Esasperato per il fallimento dell’azione, il generale ordina all’artiglieria di sparare sui propri uomini in ritirata, ma ne ottiene un rifiuto. Riversa, quindi, la colpa dell’insuccesso sui soldati, tre dei quali vengono condannati a morte dalla Corte Marziale.
Kubrick non vuole darci un episodio specifico, storicamente precisato, ma una esemplificazione, dove ha poca importanza che l’esercito sia francese, che la guerra sia quella del 1915-1918, che l’episodio sia avvenuto o no.
Il regista vuole dimostrare che la guerra non è che un assassinio.
Alla domanda perché avesse scelto i francesi, Kubrick rispose che avrebbe preferito che i soldati fossero americani, ma agli americani non era, mai, accaduto nulla di paragonabile agli ammutinamenti del 1917, nelle Fiandre.
Lavorando su un libro del canadese Humphrey Cobb, che Kubrick aveva letto quando aveva quindici anni e dal quale era rimasto profondamente colpito, e ispirandosi a tre episodi tragici della Grande Guerra, il grande regista americano realizzò, forse, il migliore dei suoi films.
Reale è il fatto accaduto al sottotenente Chapelant che fu condotto al plotone di esecuzione su una barella. Aveva combattuto con accanimento contro i tedeschi fino all’esaurimento delle munizioni. Ma, improvvisamente, passò al nemico e, anzi, sventolò un fazzoletto bianco per incitare i suoi soldati ad arrendersi.
“Fui costretto.”
disse davanti alla Corte Marziale.
Fu condannato a morte e fucilato.
Un’altra storia vera che colpì la fantasia del regista fu una campagna condotta da tre compagnie che, tra il dicembre del 1914 e il marzo del 1915, subirono una serie tremenda di sconfitte, cosicché, al momento di un nuovo attacco, solo pochi uomini uscirono dalle trincee.
Sei caporali e diciotto soldati furono deferiti al consiglio di guerra.
Quattro caporali furono condannati a morte.
Analoga decisione fu presa dal Tribunale Militare nei confronti di quattro soldati che, facendo parte della Quinta Compagnia, che doveva sferrare un nuovo attacco a Flirey, si rifiutarono di combattere sicuri dell’inutilità dell’azione.
Sulle tombe di questi soldati i compagni d’armi scrissero:
“Morto da Eroe!”
Il film cerca di mettere in evidenza il cinismo e la sete di potere tra i comandanti, che gli storici hanno indicato come uno dei mali della Francia e fu, anzi, all’origine di quella decadenza che si manifestò più tardi nella Seconda Guerra Mondiale.
Possiamo ben comprendere come si sia formata una vera leggenda intorno al film di Kubrick, in cui il limite tra verità e fantasia sembra non esistere, e come, ancora a quaranta anni di distanza, questi fatti avessero suscitato l’indignazione dei benpensanti.
Il 9 dicembre 1992, più di 20mila marines americani sbarcavano in Somalia, sotto l’occhio delle telecamere.
Obiettivo: ristabilire la pace al fine di portare soccorso alla popolazione decimata dalla fame.
Alcuni mesi più tardi, il Pentagono, richiamava le sue truppe, dinanzi allo spettro di un altro Vietnam.
L’Operazione Restore Hope perseguiva un obiettivo lodevole: pacificare la Somalia, lacerata dalle rivalità tra i signori della guerra, al fine di consentire alle organizzazioni umanitarie di portare cibo alle popolazioni affamate.
Ahimè, le presenze sul terreno non conoscevano le difficoltà del terreno e non riuscirono a fare fronte all’esplosione nel Paese di molteplici fazioni.
Il fallimento di Restore Hope ha dimostrato come sia complicato fare intervenire soldati di diverse nazionalità in un conflitto decentrato, ma soprattutto che necessitino, per gestire una tale situazione, uomini tagliati per la missione.
Le Guerre in Iraq e in Afghanistan lo hanno, in seguito, ampiamente, confermato.
La guerra, diversamente da quanto asseriva Jean-François Haumont, soldato di Napoleone Bonaparte, non è un sot métier.
Si dovrebbero scartare tutti coloro che non hanno acutezza di spirito, per superare il fossato culturale e intervenire al cuore delle popolazioni civili.
L’ipermediatizzazione di Restore Hope si è, crudelmente, rivoltata contro le forze speciali americane.
Ricordiamo tutti l’intervento delle forze speciali, nell’ottobre del 1993, nel centro di Mogadiscio.
Una operazione decisa unilateralmente, senza prevenire gli altri partners dell’operazione multinazionale…
Obiettivo: arrestare uno dei principali signori della guerra.
Si dovette costituire una colonna di soccorsi multinazionale con malesi e pakistani per far uscire gli americani da quel pantano!
Non solo persero una ventina di soldati, ma le loro spoglie mutilate furono calpestate e trascinate nude nelle strade davanti alle telecamere della CNN.
Gli americani non sopportarono la morte dei loro e Bill Clinton, cedendo alla logica elettorale, mise fine alla Operazione Restore Hope.
I leaders politici NON hanno, MAI, messo piede in un Paese devastato dalla vera povertà, né in una vera uniforme.
I leaders politici NON hanno, MAI, coscienza di cosa sia una operazione militare né di cosa questa inneschi.
I leaders politici NON rincorrono, MAI, nobili ideali, ma ambiziosi risultati in termini elettorali.
NON ARCHIVIATE IL CASO ALPI-HROVATIN!
http://donneindivenire.blogspot.it/2017/11/non-archiviate-il-caso-alpi-hrovartin.html
Daniela Zini
Link kopieren
WhatsApp
Facebook
E-Mail
X