Salviamo i capanni balneari

Il problema

Per tutti quelli che vogliono conservare le tradizioni

Non vogliamo far sparire un modo di fruire la spiaggia, più rispettoso dell'ambiente e delle dune rispetto a mastodontici stabilimenti balneari

L'amministrazione comunale , dopo che il consiglio comunale ne ha stabilito il valore culturale, ha deciso che devono essere abbattuti

Il turismo balneare a Ravenna è iniziato circa un secolo fa, ad uso quasi esclusivo dei ravennati. Non esistevano ancora gli stabilimenti balneari, al mare ci si andava spesso in bicicletta, e per poter avere un punto d'appoggio con qualche sedia e un riparo dal sole (prima degli ombrelloni si usavano le tende) le famiglie cominciarono a costruire dei piccoli capanni in legno, al massimo di 4 metri quadrati, dove tenere le attrezzature da spiaggia. Negli anni 50 questi capanni erano numerosi poi il sorgere degli stabilimenti ha dirottato molti verso un più comodo posto sotto un ombrellone. Oggi ne sopravvivono una ottantina, e i loro proprietari (anzi, concessionari) rivendicano orgogliosamente un modo diverso di stare in spiaggia, non incasellati nella scacchiera di ombrelloni, ma con un filo di anarchia che fa sentire più  liberi.

C'è  una associazione che li coordina, e che provvede al pagamento annuale della tassa di concessione demaniale.

I capanni, seppure ridotti di numero, sono un aspetto così tipico della spiaggia ravennate che a settembre dello scorso anno il consiglio comunale ha approvato all'unanimità un ordine del giorno “PER RICONOSCERE E VALORIZZARE I CAPANNI BALNEARI STORICI QUALE PATRIMONIO CULTURALE DI RAVENNA E DELLA ROMAGNA”.

Ovviamente la mano destra dell'amministrazione non sa cosa fa la sinistra, e un mese fa un solerte dirigente del comune, accortosi che l'amministrazione non aveva provveduto al rinnovo della concessione (ma nel contempo non aveva dimenticato di inviare i bollettini per il pagamento della stessa), ha pensato bene di emettere un'ingiunzione di abbattimento di questo "patrimonio culturale".

Qualche concessionario più timoroso ha già provveduto alla demolizione,  gli altri non sanno che pesci prendere. 

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Riccardo BaruzziPromotore della petizione

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Il problema

Per tutti quelli che vogliono conservare le tradizioni

Non vogliamo far sparire un modo di fruire la spiaggia, più rispettoso dell'ambiente e delle dune rispetto a mastodontici stabilimenti balneari

L'amministrazione comunale , dopo che il consiglio comunale ne ha stabilito il valore culturale, ha deciso che devono essere abbattuti

Il turismo balneare a Ravenna è iniziato circa un secolo fa, ad uso quasi esclusivo dei ravennati. Non esistevano ancora gli stabilimenti balneari, al mare ci si andava spesso in bicicletta, e per poter avere un punto d'appoggio con qualche sedia e un riparo dal sole (prima degli ombrelloni si usavano le tende) le famiglie cominciarono a costruire dei piccoli capanni in legno, al massimo di 4 metri quadrati, dove tenere le attrezzature da spiaggia. Negli anni 50 questi capanni erano numerosi poi il sorgere degli stabilimenti ha dirottato molti verso un più comodo posto sotto un ombrellone. Oggi ne sopravvivono una ottantina, e i loro proprietari (anzi, concessionari) rivendicano orgogliosamente un modo diverso di stare in spiaggia, non incasellati nella scacchiera di ombrelloni, ma con un filo di anarchia che fa sentire più  liberi.

C'è  una associazione che li coordina, e che provvede al pagamento annuale della tassa di concessione demaniale.

I capanni, seppure ridotti di numero, sono un aspetto così tipico della spiaggia ravennate che a settembre dello scorso anno il consiglio comunale ha approvato all'unanimità un ordine del giorno “PER RICONOSCERE E VALORIZZARE I CAPANNI BALNEARI STORICI QUALE PATRIMONIO CULTURALE DI RAVENNA E DELLA ROMAGNA”.

Ovviamente la mano destra dell'amministrazione non sa cosa fa la sinistra, e un mese fa un solerte dirigente del comune, accortosi che l'amministrazione non aveva provveduto al rinnovo della concessione (ma nel contempo non aveva dimenticato di inviare i bollettini per il pagamento della stessa), ha pensato bene di emettere un'ingiunzione di abbattimento di questo "patrimonio culturale".

Qualche concessionario più timoroso ha già provveduto alla demolizione,  gli altri non sanno che pesci prendere. 

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Riccardo BaruzziPromotore della petizione

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Petizione creata in data 7 marzo 2024