Andrea MauroLignano Sabbiadoro, Italy
16 Dec 2024

Carissimi amici e amiche benvenuti in questa lunga lettura a cui sento il dovere di invitarvi poiché se siete in questa pagina significa che non siete solo spettatori lasciati a languire nel vedere legalizzate ingiustizie. Ebbene apro questo comunicato con molta ruvidità, sentenziando tre aspetti circostanziati con una inedita prosa.

Si continua anche quest’anno ad aggrapparci all’ultimo respiro.  Il Presidente della Commissione Lavoro alla Camera dei Deputati On. Walter Rizzetto si è fatto principale interprete nel depositare per ben tre volte al MEF l’emendamento per rendere giustizia alla nostra richiesta. Non vorrei mai esporre il buon nome alle critiche ma la rivisitazione di una disciplina nazionale relegata alle pensioni sembrerebbe trovare il suo scoglio al MEF. Dovremmo attendere la legge di stabilità per conoscere l’esito di tante aspettative o alla peggio le mille proroghe. Per quest’ultima eventualità saremo già a gennaio 2025. Questo è lo stato delle cose, ripeto non possiamo fare altro che attendere fiduciosi. 

Il secondo aspetto riguarda l’apertura approvata dal Governo in materia di riscatto dei periodi vuoti da contributi. In particolare sono spinto ad aprire un focus su un aspetto che mi ha fatto un po’ indispettire. Non per il fatto di avere una versione opposta, ma per il fatto che si continua a fare di questa società uno spezzatino previdenziale discriminatorio che mi induce a rendere dotti chi non ha ancora chiaro cos’è discriminatorio e cosa non lo è. Non posso però esimermi da una premessa. Anno dopo anno continua lo stillicidio della riforma Fornero che ormai ha asciugato le sue lacrime, ma la sua riforma continua inesorabilmente a versarne altrui poiché al rimanere al lavoro più a lungo, variano i coefficienti pensionistici riducendo sempre più l’assegno di sopravvivenza. Ma lasciatemela dire tutta!!! Se hanno sempre sostenuto che, in proiezione del rapporto occupati-pensionati, non riusciremo a sostenere la spesa sociale: perché ora, nonostante il maggior numero di occupati dai tempi dell’Unità d’Italia, abbiamo bisogno della Fornero? C’è qualcosa che non collima con quanto detto e, quando le cose dette non portano ai risultati attesi, si abusa della credulità altrui! (A parte il fatto che la spesa sociale andrebbe scorporata in pensionistica e assistenziale). Detto ciò, volevo focalizzarmi su quanto detto all’inizio: presentando la domanda entro e non oltre il 31 dicembre 2025, è permesso maturare prima l’età di uscita, riscattando i periodi non coperti da contribuzione fino ad un massimo di 5 anni di mancati versamenti, anche non continuativi, ma solo per coloro che sono esclusi dal sistema retributivo e si devono collocare in un’epoca successiva al 31 dicembre 1995 e precedente al primo gennaio 2024. Questa formula non è contrariata dal sottoscritto, ma induce a pensare che, aggiungere ulteriori 5 anni in quella determinata fascia, favorisca chi è in età più giovane, mentre a coloro che si trovano nell’epoca antecedente al primo gennaio 1996 non è concesso alcun beneficio. Eppure è proprio quella la fascia che è più bisognosa, quella che ha più necessità di uscire dal lavoro, quella più vecchia, quelli che mi scrivono che dopo i postumi da ictus continuano a lavorare, quelli che devono accudire genitori anziani o addirittura accudire i figli per svariati gravi problemi di salute. Ma vogliamo far veramente morire sul lavoro una intera generazione? Lo Stato deve perseguire l’interesse comune nella società. Credo che la maggioranza dei lavoratori voglia ottenere la pensione da vivi non da morti! Dunque si continua a produrre discriminazioni verso una categoria di lavoratori solo per il fatto che viene tagliata fuori dalla sciagurata riforma Dini, che pur godendo di un eguale stato giuridico (lavoratori) rispetto a altri gli viene concessa condizioni giuridiche diverse in palese contrasto con l’art 3 della Costituzione Italiana che recita:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica , economica sociale del Paese. 

Lo cito poiché è evidente che qualcuno non l’abbia capito e mi arrogo il dovere di spiegarlo: il principio di uguaglianza sta nel fatto che la legge non può discriminare in base a motivi di condizioni personali e sociali. Se siamo lavoratori siamo lavoratori tutti! La Corte Costituzionale annulla le leggi che in contrasto con questo articolo contengano discriminazioni su qualificazioni personali. Precisiamo: il principio d’eguaglianza non vieta in assoluto discipline differenziate, ma solo discriminazioni irrazionali o irragionevoli fondate su una delle categorie indicate all’art 3. L’art 3 non implica parità di trattamento ma significa che DEBBANO ESSERE TRATTATE IN MODO UGUALI LE SITUAZIONI UGUALI E IN MODO DIVERSO LE SITUAZIONI RAGIONEVOLMENTE DIVERSE. (siamo tutti lavoratori). Sono ammessi quindi trattamenti differenziati solo se esistono ragioni particolari che giustificano il trattamento diverso (principio di ragionevolezza). Ogni distinzione di trattamento deve essere pertanto razionalmente giustificata rispetto al fine perseguito dal legislatore. La riforma Dini che fa da sparti acqua tra un sistema e l’altro è discriminatoria. Dunque, una data non è una giustificazione ragionevole e razionale. Bisogna anteporre le pari opportunità all’interesse economico. La nostra richiesta è una richiesta formale intesa come pari dignità senza discriminazioni che gode di una protezione costituzionale. Un esempio su tutti: è da considerarsi ragionevole e non discriminatoria una legge a favore della maternità in quanto anche se crea un privilegio a favore della donna, lo fa unicamente in relazione alla tutela del ruolo naturale di madre che solo la donna può assumere. Nel nostro caso, non si capisce su cosa si fonda una legge che elargisce un privilegio a una fascia di lavoratori rispetto ad altri poiché sono entrambe chiamate a svolgere una attività che perseguono lo stesso fine che è il bene economico del Paese nonché alla realizzazione di se stessi. È inammissibile e intollerabile questa miopia da parte del legislatore che non tiene conto degli aspetti cardine che reggono la nostra società.

Da tempo è maturata la notizia che in molti Paesi dell’Unione Europea i corsi di formazione professionale sono assimilati automaticamente alla carriera lavorativa. Come spesso accade noi importiamo tutto dall’Europa tranne quelle a noi favorevoli. Eppure ci si lagna della scarsa reperibilità di personale addetto alla manifattura e non si propone, come fanno in molti paesi, di aderire alle norme europee che permettono il riscatto della formazione per rendere attrattivo l’impiego nei settori produttivi. Altresì tiene banco il riscatto gratuito delle lauree che viene riproposto in ogni manovra di bilancio. Questo inconcepibile ritardo mi fa talmente indispettire da lanciare una provocazione prima che una informazione. Alcuni hanno riscattato i periodi di lavoro subordinato all’estero usufruendo di una aspettativa concessa dal datore di lavoro in Italia. Questa prassi ha permesso non solo di riconoscere la prestazione di lavoro all’estero ma anche di agganciare i periodi di formazione professionale frequentati in Italia dal paese ospitante. Questa è la legge che vige in Europa. Quindi invito ad esplorare questo campo poiché, anche se ne ho certezza, non conosco bene i meccanismi, ma sono certo che alcuni si sono spesi per raggiungere la quota 100.

Confuto ora, come ultimo aspetto, sul tavolo della critica, la convinzione che allungando la vita media è sacrosanto lavorare più a lungo. Niente di più intellettualmente disonesto. Un dogma che cercherò di sfatare sul piano biologico. Premetto che ovviamente non sono un medico ma quando si parla di pensioni, il dibattito, è ridotto esclusivamente sul piano della sostenibilità dei conti e viene completamente ignorato l’aspetto biologico dell’individuo. Nessuno raffronta con consapevolezza le ingiurie del tempo che inesorabilmente usurano ogni essere vivente regredendo le funzioni degli organi e con essi l’attività motoria e celebrale, i processi che sono alla base della vita con l’uscita più idonea dal lavoro in equilibrio tra ciò che siamo ora e ciò che diventeremo domani. 

Ho dedicato il mio tempo a darmi una risposta chiedendomi: quando è l’età giusta per uscire dal lavoro raccogliendo i principali riferimenti della pubblicazione del Prof. Edoardo Boncinelli, che nel suo libro “Lettera ad un bambino che vivrà 100 anni” stende un saggio sulla longevità spaziando dalla biologia all’etica alle implicazioni genetiche che regolano la durata della vita. Egli ci dice che: “Il progresso e le nostre conoscenze ci hanno permesso di allungare le aspettative di vita, ma non conta solamente quanto si vive ma come si vive. La scienza, la tecnica e la medicina hanno fatto passi da gigante con effetti prima impensabili sulle nostre esistenze, viviamo più a lungo, invecchiamo meglio e più lentamente grazie a condizioni di vita migliori, dall’igiene, all’alimentazione, alla riduzione della fatica, alla prevenzione dagli incidenti, ma ahimè, giorno dopo giorno le capacità regrediscono, le possibilità si riducono, i limiti fisici si fanno sempre più manifesti. Ci incamminiamo in un lento declino che conduce inesorabilmente alla morte”. Direi: Non si è allungata la vita, si è allungata la vecchiaia. Con questa introduzione cercherò di spiegare perché usare il pretesto dell’allungamento della vita media per farci lavorare di più è sbagliato e, se è sbagliato, ha una ideologia di fondo. Dobbiamo essere consapevoli che un Paese non vale solo per i numeri economici, ma vale prima di tutto per quelli civili. 

“Negli ultimi 40 anni la vita media si è allungata di dieci anni e negli ultimi 10 di 2 anni e mezzo con il risultato che ogni anno che passa ci porta almeno un trimestre in più”; aggiungerei: che sistematicamente i governi che si susseguono ce li annullano aumentando sistematicamente la permanenza al lavoro, rendendo vane le conquiste della scienza e della tecnologia per mero aspetto contabile. Non solo ci annullano le conquiste della scienza e della tecnica ma ci rubano il tempo libero e soprattutto il tempo da dedicare ai nostri cari bisognosi di assistenza e affetto. È il tempo la cosa più preziosa che abbiamo. La speranza di vita sale a 83,1 per gli uomini e 85,2 per le donne (vedi Istat). “L’Italia ha recuperato quasi del tutto la longevità perduta dopo il Covid” ma nessuno ha rivisto al ribasso le aspettative di vita in equilibrio con l’uscita dal lavoro poiché non esiste normativa che permette di recuperare ciò che è stato perso. Premesso che nessuna altra specie sulla Terra vive così a lungo, (considerando che viviamo più a lungo anche perché interveniamo nel corso della nostra vita con tanti piccoli aggiustamenti sul nostro corpo, con al medicina e la chirurgia). Il nostro sistema immunitario è l’arma principale che, anche in silenzio, fa il suo dovere ed è sempre vigile e pronto a intervenire contro chi non riconosce come parte del corpo, così stronca sul nascere tanti, tantissimi tumori in via di formazione ma purtroppo non tutti poiché più invecchi più la cellula accumula un certo numero di mutazioni a carico di alcuni suoi geni specifici, diventando tumorale e poi cancerogena. Quindi, l’incidenza di sviluppare un tumore cresce, per un motivo molto semplice: l’incidenza aumenta con l’età. Come è vero che se la vita media fosse di trent’anni, poche persone svilupperebbero un tumore in tutta la loro vita, mentre la possibilità di svilupparne cresce progressivamente con l’aumento delle aspettative di vita. È anche vero che ci sono tumori per cause ereditarie a tutte le età seppur rari. “L’invecchiamento del corpo produce sempre meno anticorpi, meno specifici ed efficaci con il risultato che molti tumori nascenti possono passare più facilmente inosservati e portare una patologia conclamata. Dunque noi procediamo sempre in bilico tra due esigenze opposte: permettere alle nostre cellule di replicarsi quando è necessario e scansare per quanto possibile l’insorgere dei tumori che si possono però combattere. Il corpo lo fa tutti i giorni con due meccanismi diversi: uno di natura molecolare e preventiva, l’altro di natura cellulare correttiva. I tumori ordinari diventano significativi a partire dai 50 e 60 anni, è da questa fase che ci vorrebbero controlli programmati". Questa è l’età critica.

“In realtà tutto quel che succede dai 18 anni in poi ha la caratteristica di una degenerazione perché la parabola della vita sale fino a i 18 anni; (ci sarà un perché lo Stato ha fissato la maturità al 18° anno di età) ci mantiene più o meno a un livello alto per diversi anni, poi entra in una fase discendente. C’è una chiara palese degenerazione, un affaticamento e un deterioramento. Le malattie degenerative, quelle malattie cardiocircolatorie e celebrali costituiscono un bilancio della morte consistente. La triade tumore, malattie cardiocircolatorie e le malattie neuro-generative dominano quindi l’età avanzata. Prendo ancora in prestito le parole del Prof. Boncinelli: con il passare del tempo le cose non si mantengono costanti e in ogni minuto della nostra giornata c’è uno sforzo nell’aggiustare tutti i meccanismi di volta in volta. Con il passare degli anni questo controllo nel nostro corpo diventa sempre più precario, è il processo che conduce all’invecchiamento spendendo tantissime energie. Stanchezza. L’invecchiamento è il risultato di una usura che può essere in parte contrastata dalle capacità autonome del corpo di riparare i danni subiti dall’ambiente o più in generale dal tempo. Dunque, questi meccanismi di autoriparazione sono molto efficaci quando siamo bambini, mediamente efficaci quando siamo adulti e via via sempre meno efficaci quanto più invecchiamo. L’efficienza di questi meccanismi è controllata da geni specifici. Proseguiamo: è vero che se la gente vivesse più a lungo la popolazione diventerebbe incontrollabile, bisognerebbe ripensare al mercato del lavoro, del tempo libero e introdurre nuove motivazioni per evitare il calo d’interesse, di competitività”. Aggiungo che la cosa più sensata da realizzare, progressivamente all’introduzione tecnologica, era la riduzione dell’orario di lavoro. La tecnica ci doveva pagare le pensioni. “Chi non ha una visione lungimirante si esporrà a rischio ravvicinati”.

Dunque, dalla lettura del libro deduco che tenere le persone più a lungo al lavoro, oltre a tutti i rischi biologici descritti, produce un calo d’interesse nel partecipare alle finalità d’impresa e della società in genere. Cedere il passo ai giovani è una necessità impellente e una necessità sociale. L’economia non è una somma di numeri ma una scelta sociale. Davanti a queste considerazioni è giusto azzardarsi a vivere come se non dovessimo morire mai? È giusto ignorare che le nostre funzioni biologiche cambino col passar del tempo? È giusto o no lasciare il posto a coloro che possono lavorare in piena condizione fisica, psichica e motivazionale affinché si delinei le fasi della vita a seconda delle possibilità e delle esigenze di ciascuno di noi? Dobbiamo rassegnarci a vivere per lavorare  annullando l’ultima agognata parte della vita che è la quiescenza?

Ricapitolando, a mano a mano che invecchiamo le nostre cellule invecchiano non riescono a rigenerarsi tutte, le nostre fibre, le ossa, i vasi, si irrigidiscono, il nostro cuore farà sempre più fatica a compiere il suo lavoro, al sistema immunitario sicuramente sfuggirà qualcosa e dovremmo intervenire sempre più spesso con la medicina e la chirurgia e non sarà sempre senza effetti collaterali. 

Se anteponiamo le risorse economiche, scordiamoci le pensioni. Non c’è governo che non prenda di mira le pensioni e ne riduca benefici e risorse. Nessuno ragiona sul fatto che nasciamo quasi tutti uguali ma moriamo tutti diversi e lavoriamo chi in condizioni precarie chi nella gradevolezza. Se la speranza di vita sale a 83,1 per gli uomini e 85,2 per le donne, lavorando fino a 70 anni, quanto tempo ci rimane per goderci la pensione? Quante probabilità abbiamo per raggiungerla. Rendo noto che in Friuli vengono diagnosticati 4 mila casi di tumore all’anno, peggior dato nazionale. L’Italia ha il primato di vivere più a lungo degli altri paesi è ed una conquista di civiltà che non va dissipata, ma viviamo meno meglio di altri. Per esempio gli svedesi muoiono 3 anni prima di noi ma hanno una qualità di vita migliore di 7 anni rispetto alla nostra. Occuparsi di politica, vuol dire anche assicurare serenità, certezze e protezione anziché ridurle sempre più. Tutto il lavoro che facciamo, tutti i sacrifici che ognuno di noi fa per migliorare l’esistenza diventeranno mera sopravvivenza. Diventare anziani è un dono di Dio e gli anziani sono l’anello di congiunzione tra le generazioni. 

Giunti a una certa età cresce il desiderio di avere più tempo per noi stessi. Avere più tempo aumenta la devozione a quei valori per cui rendono la vita degna di essere vissuta, aguzzano l'ingegno, aiutano ad essere più saggi. Il tempo libero è la possibilità di essere totalmente umani. La permanenza al lavoro con la presunzione di rimanerci in piena salute è un azzardo. Siamo stati modellati subdolamente seguendo l’ideologia finanziaria non quella umana. Vogliamo tempo per le cose che abbiamo a casa. Mi rendo conto che portando dei temi con un’ottica diametralmente opposta alla maggioranza, si rischia di essere presi per visionari, ma non si può negare l’evidenza che stiamo vivendo il periodo antropologico post boom economico più basso sul piano morale. Ma le battaglie giuste producono un mondo migliore. Il benessere di un popolo, mi rifiuto di misurarlo con il debito pubblico. Prima dei numeri ci sono i diritti. Se c’è la volontà si può cambiare tutto. Chi dice che non si può, non vuole. Ci vuole una sollevazione di popolo, non importa quanto ci vorrà perché so che “nessuna notte è tanto lunga da impedire al sole di sorgere”. Le persone ormai non capiscono perché fare tanti sacrifici se le cose vanno sempre peggio. Manca quindi un perché, manca uno scopo. Non si può andare avanti per svalutazione dei valori e dei diritti. “Si può dire che tutti i mezzi sono legittimi di fronte alla rigidità e all’ottusità delle norme”. Una legge non basta che sia votata dalla maggioranza ma deve essere anche moralmente giusta. Una crescita economica che non cammini alla pari di una crescita morale non serve a nulla. Quindi, se sparisce il confine tra giusto e sbagliato troppe cose vanno alla rovescia. Il tempo, invece di misurarlo col denaro, va goduto. Avere un periodo della vita per riprenderci il gusto di stare con la propria famiglia, gli amici, un libro, una poesia, lanciare uno sguardo al cielo, rappresentano il lato più profondo della condizione umana. Durante l’attività lavorativa abbiamo perso le cose che facevamo da bambini, che ci lasciavano stupiti, quelle che stanno dentro la concezione del fanciullo pascoliano, quelle che nell’adulto svaniscono, quelle cose che ci scaldavano il cuore, quelle che non volevamo perdere mai, quelle a cui non potremmo mai fare a meno. Riprendiamoci le pensioni, riprendiamoci la vita.

Questa lunga stesura è dedicata anche a tutti quelli che hanno una funzione pubblica affinché si capisca che i cittadini hanno sentenziato che oltre un certo limite di diritti violati, non serve più andare a votare, e i dati c’è lo dimostrano. Perdere la fiducia nelle istituzioni significa che le persone respingono l’idea che le proprie sventure siano attribuite alla propria limitatezza, ma hanno già individuato il colpevole.

Con affetto e fiducia vi auguro un Buon Natale e felice anno nuovo a tutti.

Grazie,  Andrea Mauro 

 

 

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