
Si possono riassumere in tre le ragioni dell'indifferenza del governo Meloni nei confronti del genocidio dei palestinesi da parte del governo israeliano:
1. Scambio di armi e di sistemi di sorveglianza con Israele;
2. Tentativo di illecito sfruttamento dei giacimenti del gas palestinese;
3. Supina sudditanza nei confronti di Trump.
1. La cooperazione Italia-Israele in campo militare e di cyber security
La cooperazione militare italo israeliana solleva molti dubbi sulla nostra scelta a favore della sicurezza nazionale rispetto alla sede difesa del diritto internazionale.
Sulla cooperazione militare con Israele, Leonardo SpA sostiene di averla sospesa, a parte le sue controllate americane e israeliane che "sarebbero indipendenti" e, come tali, possono fare ciò che vogliono.
Rimane invece in vigore l’utilizzo delle tecnologie di sorveglianza israeliane da parte dell’Italia, uso che solleva rilevanti questioni etiche, legali e umanitarie.
In tale ambito, è emblematico lo scandalo della società israeliana Paragon Solution, titolare di un software di spionaggio, che ha rescisso il contratto con l’Italia per l'utilizzo scorretto del sistema da parte del governo italiano che avrebbe violato gli accordi usando lo spyware non per controspionaggio, ma per violare gli account WhatsApp di giornalisti e attivisti italiani oppositori della Meloni.
Così come crea imbarazzo il contratto tra il Ministero dell’Economia italiano e la compagnia israeliana Cognyte Ltd per la piattaforma Hiwire fornita alla Guardia di Finanza.
Si dàil caso che le tecnologie di sorveglianza israeliane siano state sviluppate e utilizzate soprattutto nella pulizia etnica palestinese, con gravi implicazioni etiche in quanto il genocidio è statore il laboratorio dello sviluppo di queste tecnologie, che Italia e l'Europa sfruttano a piene mani.
Ne consegue che l’adozione di sistemi sviluppati8 nell'ottica “maximum land, minimum Palestinians” è in contrasto con i valori fondamentali della nostra Costituzione e, più in generale, delle democrazie europee.
2. Giacimenti di Gas palestinesi
Nel 2015 la Palestina ha definito i propri confini marittimi e la sua zona economica esclusiva, entrando a far parte della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) di cui, naturalmente, Israele non è firmatario.
Il sacrosanto riconoscimento dello Stato di Palestina sancirebbe automaticamente il diritto dell’Autorità Palestinese (PA) a sviluppare le risorse di gas naturale del giacimento Gaza Marine, ma il governo italiano, naturalmente, privilegia gli interessi dell'ENI.
Uno studio legale che difende l’UNCLOS, e alcuni gruppi palestinesi per i diritti umani, ha inviato una lettera di diffida all'ENI, che sta trattando lo sfruttamento dei giacimenti palestinesi, avvertendo il gruppo petroliferlo italiano che non può sfruttare i giacimenti di gas nell’area nota come Zona G, che ricade nelle acque territoriali di Gaza, dove invece il ministero israeliano dell’Energia sta illegalmente concedendo sei licenze.
Nella lettera, gli avvocati palestinesi hanno sottolineato che circa il 62% della zona G ricade in acque marittime rivendicate dalla Palestina e, in quanto tali, “Israele non può concedervi alcun diritto di esplorazione e dunque l'ENI non può acquisirne alcun diritto”.
Dopo l'ingiunzione legale, l'ENI ha comunicato a gruppi di pressione in Italia che “le licenze non sono ancora state rilasciate e, comunque, non sono in corso attività esplorative”.
È evidente che il riconoscimento dello Stato della Palestina, in particolare da parte dei paesi dove sono registrati grandi gruppi petroliferi, scioglierebbe ogni ambiguità legale.Il riconoscimento fornirebbe all'Autorità Palestinese una fonte stabile di entrate, nonché risorse stabili di energia indipendenti da Israele.
La controversia sugli investimenti privati nei Territori palestinesi occupati è saltata in primo piano con il rapporto pubblicato dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Palestina, Francesca Albanese. La relatrice ha messo in guardia (pur col suo stile a volte troppo focoso) le imprese occidentali dal fare investimenti in zone che la Corte internazionale di giustizia (CIG) ha dichiarato occupate illegalmente da Israele.
3. Sudditanza all'autocrate Trump
Last but not least, la sudditanza a Trump. Per ora l'allineamento della Meloni con l'ondeggiante ambrato ha generato il solo "beneficio" di un aumento generalizzato del 15% dei dazi USA sulle esportazioni europee e, in particolare, sulla pasta italiana che ora potrebbero salire al 107%. Inoltre, ci siamo sobbarcarti l’impegno ad acquistare gas líquido americano che importeremo a caro prezzo da oltreoceano. Infine, siamo disponibili a rinunciare all’imposizione fiscale sui giganti digitali, definitiva cessione di sovranità ai monopolisti americani.
Nonostante queste concessioni, che smascherano il sovranismo di bandiera della governo italiano, resta alto il pericolo che il rapporto con Trump si riveli una trappola per la Meloni, e per il Paese, che ignora le sparate del magnate, ad esempio sugli "europei parassiti".
Il presidente Usa ha con gli affari di Stato lo stesso approccio del programma tv “The Apprentice” dove, alla prima mossa sgradita, gridava "sei fuori, you’re fired!
La grandezza dell’Europa, come noi uomini liberi l’amiamo, è nelle sue istituzioni liberaldemocratiche, nel sistema di controlli e contrappesi che ciascun potere esercita e subisce dagli altri, garantendo il contraddittorio, che è l'espressione maggiore di libertà e democrazia.
Certamente non è questa la priorità di un presidente che pochi mesi fa ha concesso la grazia ai suoi millecinquecento sostenitori che nel 2021, dopo la vittoria di Biden alle presidenziali, hanno assaltato ìl Congresso americano, uccidendo poliziotti e tentando d'impiccare la rappresentante democratica Nancy Pelosi, sfuggita miracolosamente all'attacco.
Ma, nonostante i rischi che comporta per gli italiani, questo presidente USA è la vera priorità della premier Meloni.