
Il 29 settembre, Donald Trump ha presentato un piano in 20 punti per porre fine alla guerra di Gaza, rivolgendo ad Hamas un ultimatum: se Hamas non avesse raggiunto un accordo con Israele entro la sera del 5 ottobre, “si sarebbe scatenato l’INFERNO”.
Hamas s'è affrettata a consegnare la risposta il 3 ottobre, parziale rispetto a quanto richiesto, ma con alcune concessioni importanti:
- ha accettato, in linea di principio, di liberare tutti i 48 ostaggi, circa 20 dei quali ancora vivi, prima di qualsiasi ritiro completo delle forze israeliane dalla Striscia.
- Ha confermato che un governo tecnocratico potrebbe in futuro gestire l’amministrazione di Gaza.
- Non ha accettato invece di disarmarsi né di rinunciare alla propria influenza sulla regione.
Trump ha voluto interpretare la risposta come un sì. “Hamas è pronta per una PACE duratura”, ha scritto sui social, ordinando a Israele di “fermare immediatamente i bombardamenti su Gaza” per facilitare l’accordo sugli ostaggi.
Binyamin Netanyahu, colto di sorpresa da Trump, ha dichiarato che Israele si sta preparando a implementare la “prima fase” del piano Trump, dando ordine all’esercito di ridurre l'offensiva sulla città di Gaza.
Qatar ed Egitto hanno annunciato di esser pronti ad avviare i colloqui con Israele sul rilascio degli ostaggi, che dovrebbero iniziare a breve al Cairo.
Secondo The Economist, i capi dei servizi segreti di Egitto, Qatar e Turchia hanno incontrato i leader di Hamas a Doha, affermando che il piano Trump è l’ultima possibilità di porre fine alla guerra.
Netanyahu è ora stretto tra Trump ansioso di concludere l'accordo di pace, e l’opinione pubblica israeliana stremata da due anni di guerra e desiderosa di vedere tornare a casa gli ostaggi.
Il piano Trump gode di un ampio sostegno sia in Israele, dove il 72% della popolazione lo approva, sia a Gaza, dove due milioni di palestinesi disperati sono esplosi in celebrazioni dopo la risposta di Hamas a Trump, chiaro segno della distanza che li separa dal gruppo terroristico.
Hamas vuole comunque garanzie che Netanyahu non riprenda la guerra, come ha fatto a marzo scorso. I suoi comandanti militari a Gaza — che detengono gli ostaggi — sono più preoccupati di questa possibilità rispetto a quelli di Doha, segno di una spaccatura interna al movimento.
Sula seconda parte del piano c'è confusione e vaghezza sul futuro di Gaza. Trump vorrebbe presiedere un “Consiglio di pace” incaricato di ricostruire l’enclave, di cui Tony Blair dovrebbe fare parte. I paesi arabi contribuirebbero con loro truppe alla forza di pace garante della sicurezza. Hamas si dovrebbe disarmare, e sarebbe esclusa da qualsiasi ruolo nella Gaza postbellica; ai suoi membri verrebbe offerta l'amnistia o l'esilio.
Hamas propone invece di trasferire la gestione a un “organismo palestinese indipendente”, il che sembrerebbe escludere figure come Blair, e non ha detto nulla sul disarmo. Un mediatore arabo ritiene che Hamas potrebbe accettare di consegnare i razzi — arsenale ormai ridotto — ma non le armi leggere, e insisterebbe per essere inclusa nei colloqui sul futuro di Gaza, cosa che la controparte israeliana molto difficilmente accetterà.
In conclusione, pur promettente, resta incerto il successo dell'iniziativa. il piano Trump, per ora abbozzato, ha bisogno di tempo e molta pazienza prima di essere attuato. Il diavolo, come sempre, si nasconde nei dettagli, non ultimo il blocco e poi, ancora più improbable, il ritiro degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.