

ASHRAF FAYAD di Anna Maria Farabbi
(immagine di Alessandra Gasparini)
Quando i poeti sono condannati a morte e la loro poesia processata
è ritirata dalla circolazione.
Ashraf Fayadh
Ringrazio Valeria De Felice per portare alla luce un’altra magnifica resistenza come Ashraf Fayadh, attraverso la pubblicazione nel 2019 di Epicrisi, sua seconda opera.
Ashraf Fayadh è poeta, regista, fotografo, pittore e curatore di mostre, di origini palestinesi nato in Arabia Saudita nel 1980. Nel 2014 è stato processato in Arabia Saudita per la sua raccolta di poesie Le istruzioni sono all’interno, pubblicata otto anni prima a Beirut. L’opera è stata ritirata dalla circolazione. I suoi temi di canto sono le questioni sociali nel mondo arabo, l’esilio, l’amore, la situazione dei profughi. I tribunali sauditi lo hanno condannato a morte per reato di apostasia e per diffusione di idee blasfeme contro la religione e il profeta. Dopo una grande campagna internazionale di solidarietà, è avvenuta la commutazione della pena a otto anni di reclusione e 800 frustate. Il poeta è ancora recluso nella prigione di Abba.
Il libro è sostenuto dalle acute prefazioni di Massimo Campanini e Paolo Branca e dalla postfazione di Sana Darghmouni che ha curato la traduzione dall’arabo. Il contributo notevole di Pina Piccolo, sia per la traduzione che per la diffusione ne La macchina sognante. La copertina riporta un disegno dello stesso autore.
Ritengo utile riassumere il nucleo iniziale della prefazione di Massimo Campanini poiché individua l’identità stilistica di certa poesia arabo-islamica, pregna di asprezza violenta, diretta nel rendere in estrema frontalità il dolore. Campanini si riferisce a un periodo storico letterario passato, risalente a circa quarant’anni fa, cogliendo due poeti: l’egiziano Salah ‘Abd al Sabur e il palestinese Mahmud Darwish. Del primo riporta questi straordinari versi che testimoniano, appunto, l’asciuttezza laminare:
La gente della mia terra è feroce come i falchi
il suo canto è come il tremore dell’inverno quando fitta è la pioggia,
il suo riso scoppietta come fiamma di legna che arde.
Uccide, beve, ruba, rutta:
ma si tratta di uomini!
Se questa punta lirica espressionistica incide, quella di Ashraf Fayadh sembra, apparentemente, più tenue, o meglio, aggiungo io, si modula con una diversità propria. Torno a Campanini per riportare il suo interrogativo al mondo : "Si può oggi incarcerare e condannare un uomo per ateismo, cioè per reati di opinione?". L’eco dell’interrogativo converge su tre cardini, secondo Campanini: la questione dei diritti; l’ermeneutica del testo sacro e la strumentalizzazione politica.
Evidenzio la sua frase a commento: " La libertà di opinione è un diritto umano e i modernisti musulmani stessi affermano che il Corano (nel celebre versetto Q 2:256: lā ikrāh fi’ l-dīn) lo sancisce."
La poesia di Ashraf Fayadh ruota sul fulcro esistenziale quasi scardinato da condizioni socio culturali politiche che compiono processi infestanti e autodistruttivi sia per la singolarità della persona che per l’umanità intera. L’io, se consapevole, sensibile, presente a sé stesso e al mondo, non può non esserne massacrato, abbattuto da una feroce stanchezza magmatica. E’ in quel quasi che si crea la sua resistenza, la sua energia che lo anella al tu e al noi. In quel quasi il poeta dimora, tremendamente provato, cantando. L’opera affonda nel significato dell’amore, vissuto, meditato, deluso, inquisito. E’ dall’orbita dell’amore che il poeta interroga la radice umana e la pone in questione. La raggera tematica è ampia e trova gli spacchi sociali e politici con cui scorticare retoriche e integralismi.
Rapisco alcuni versi di Separazione automatica :
"…Sono un animale…
Nudo… di debole struttura, cammino se due zampe.
Mi innamoro, ed esagero nell’odio.
Sento fame… ed estremo e imbarazzante è il mio bisogno di aria, minimo quello
dell’acqua.
Mi aggrappo molto alla vita, e i miei motivi meno convincenti di quelli del lupo
quando entrambi abbiamo bisogno di uccidere."
Le parole di Paolo Branca nella sua prefazione vanno riportate perché mettono a fuoco la necessità di una sensibilità allarmata e partecipe di ingiustizie e tragedie che progressivamente cementificano vite, comunicazione e espressione artistica. Che Antigone sia messa a tacere nella tomba implica non solo l’assassinio per mano di Creonte ma anche di tutti i complici zitti nella piazza e nelle case. Scrive Paolo Branca:
" In altre latitudini e in contemporanea alle nostre vite confortevoli il dramma si ripete, tuttavia, senza destare altrettanto sdegno e simile attenzione. E’ fastidioso e sconfortante, quindi meglio rimuoverlo. Eppure non stiamo parlando di lande remote, non di paesi arcaici, di mondi consegnati dalla leggenda agli incubi di atroci fiabe o autori gotici. Sulle rive del Mediterraneo, apparentemente tranquillo lago di periferia, infuria anche mentre stiamo scrivendo queste righe la violenza di regimi che pur rappresentati nelle grandi assise internazionali, fanno sistematicamente strage dei loro stessi cittadini nelle terre umanizzate dalle viti e dagli ulivi culla di grandi civiltà a noi strettamente imparentate."
Anna Maria Farabbi