Il nostro modo di guardare alla scuola oggi è lo specchio del futuro


Il nostro modo di guardare alla scuola oggi è lo specchio del futuro
Il problema
Quando per i piccoli degli uccelli arriva il momento di uscire dal nido per tentare i primi voli, ogni ritardo e ogni possibile impedimento possono procurare un danno grande. Un mese a quarant’anni è un mese, ma a sei, a quindici, a vent’anni, un mese può essere un secolo e più, mentre tutto il nostro essere è teso a crescere verso la propria umanità. Noi non sappiamo se qualche esperto in qualche disciplina vorrà trovare argomenti per confermare la nostra convinzione e il nostro sentimento, ma questi sono radicati nella memoria e nell’esperienza e ci portano a pensare che oggi, nel mondo bloccato (nel corpo e nella mente) da un virus, il problema della riapertura delle scuole deve essere posto con determinazione, con tutta la forza e cercando nella creatività ogni percorso possibile. La scuola è infatti lo spazio del volo. Certo, la vorremmo in tanti casi migliore e sappiamo che anche altre possono essere le occasioni per crescere, ma di fatto essa ha sommamente questa vocazione.
La didattica a distanza non ha niente a che fare con la scuola. Dopo settimane di pratica incessante, possiamo scoprirci per essa entusiasti e scottati, ma chiunque abbia insegnato e imparato sa che non si tratta di scuola. Per quanto possa essere l’ingrediente (eventuale e occasionale) di un percorso formativo, la didattica nella distanza impedisce per l’appunto quella vicinanza totale che costruisce la scuola. Della scuola non ha la libertà (un ospite di pietra - un sistema industriale - è sempre lì, tra chi parla e chi ascolta); non ne ha la vera capacità comunicativa (che passa da ogni fibra della persona e in un attimo); non ne ha l’allegria (che ha bisogno anche del corpo ed è condizione essenziale per imparare); non genera motivazione (perché soltanto i bambini che abbiano una famiglia capace di sollecitarli staranno con assiduità di fronte a un video - immersi in una marea di altri contenuti luccicanti – attenti ad ascoltare la maestra lontana che parla; solo loro torneranno ad approfondire quei racconti sui libri).
Siamo consapevoli delle attenzioni con cui dobbiamo affrontare le problematiche di un’epidemia che ha colpito gravemente soprattutto certe aree del Paese (un’epidemia di cui ancora non sono del tutto chiari significato e dimensione); anche siamo però consapevoli che la riapertura delle scuole costituisce un’urgenza, che non deve essere trascurata, pagando nell’indifferenza le conseguenze di un sistema sanitario che era stato fortemente indebolito e disorientato da politiche dissennate e da una nozione meccanica della medicina. Si applichi il principio di precauzione per proteggerci dai rischi di infezioni, ma non si considerino questi rischi come se fossero del tutto privi di un confine, e non si incentivi il panico, quasi si trattasse di stregoneria. Si usi senz’altro il principio di precauzione per la salute (principio per tante altre cose curiosamente dimenticato dai politici della sanità) ma anche lo si applichi di fronte al rischio di una società priva di futuro per aver impedito ai suoi giovani di formarsi pienamente; lo si applichi – il principio di precauzione - anche al rischio che viene alla democrazia da iniziative che rendono più difficile la formazione dei giovani che non appartengono a categorie privilegiate.
In forza di sentimenti buoni e di giuste ragioni, noi chiediamo a tutte le persone buone e giuste, una forte iniziativa a favore della riapertura delle scuole e delle università. La si vuole in forme che potranno essere studiate, inventate, dosate, magari con orari molto ridotti, differenziati rispetto agli orari di lavoro e tenendo conto delle diverse età e delle diverse situazioni degli studenti (con attenzione ai diversamente abili) e alle diverse situazioni locali (tra Regione e Regione ma anche tra città piccole e grandi), ciò per costituire un’alternativa alla rinuncia che sembra profilarsi, un’alternativa che sia un segnale positivo per tutti. Si sappia riporre fiducia in chi insegna e in chi impara, perché essi stessi possano trovare un ordine nelle consuetudini di incontro che ben conoscono; si comprenda che per tutta la vita della Nazione (anche quella produttiva) la riapertura delle scuole (anche parziale) è un segnale di speranza.
I danni legati alla prolungata chiusura del sistema di produzione si vedono subito e ci sono forze che pongono con energia i gravi problemi che ne derivano. Cancellare un anno (tanto sarebbe l‘effetto di una chiusura che va da marzo a settembre) nella storia di formazione dei nostri bambini, dei nostri ragazzi, dei nostri giovani, non costituirebbe un danno immediatamente evidente, ma potrebbe essere danno più grave; ancora più grave la disponibilità con la quale sembra si accetti come sostenibile la loro segregazione nelle case: abbiamo già bambini che si impauriscono di fronte a un pallone che rimbalza, andando avanti così ne avremo che hanno paura ad uscire di casa. Non subito si vede l’effetto di un bicchiere di benzina versato nelle radici di un giovane albero, ma esso diventerà il segno della desolazione.
Il problema
Quando per i piccoli degli uccelli arriva il momento di uscire dal nido per tentare i primi voli, ogni ritardo e ogni possibile impedimento possono procurare un danno grande. Un mese a quarant’anni è un mese, ma a sei, a quindici, a vent’anni, un mese può essere un secolo e più, mentre tutto il nostro essere è teso a crescere verso la propria umanità. Noi non sappiamo se qualche esperto in qualche disciplina vorrà trovare argomenti per confermare la nostra convinzione e il nostro sentimento, ma questi sono radicati nella memoria e nell’esperienza e ci portano a pensare che oggi, nel mondo bloccato (nel corpo e nella mente) da un virus, il problema della riapertura delle scuole deve essere posto con determinazione, con tutta la forza e cercando nella creatività ogni percorso possibile. La scuola è infatti lo spazio del volo. Certo, la vorremmo in tanti casi migliore e sappiamo che anche altre possono essere le occasioni per crescere, ma di fatto essa ha sommamente questa vocazione.
La didattica a distanza non ha niente a che fare con la scuola. Dopo settimane di pratica incessante, possiamo scoprirci per essa entusiasti e scottati, ma chiunque abbia insegnato e imparato sa che non si tratta di scuola. Per quanto possa essere l’ingrediente (eventuale e occasionale) di un percorso formativo, la didattica nella distanza impedisce per l’appunto quella vicinanza totale che costruisce la scuola. Della scuola non ha la libertà (un ospite di pietra - un sistema industriale - è sempre lì, tra chi parla e chi ascolta); non ne ha la vera capacità comunicativa (che passa da ogni fibra della persona e in un attimo); non ne ha l’allegria (che ha bisogno anche del corpo ed è condizione essenziale per imparare); non genera motivazione (perché soltanto i bambini che abbiano una famiglia capace di sollecitarli staranno con assiduità di fronte a un video - immersi in una marea di altri contenuti luccicanti – attenti ad ascoltare la maestra lontana che parla; solo loro torneranno ad approfondire quei racconti sui libri).
Siamo consapevoli delle attenzioni con cui dobbiamo affrontare le problematiche di un’epidemia che ha colpito gravemente soprattutto certe aree del Paese (un’epidemia di cui ancora non sono del tutto chiari significato e dimensione); anche siamo però consapevoli che la riapertura delle scuole costituisce un’urgenza, che non deve essere trascurata, pagando nell’indifferenza le conseguenze di un sistema sanitario che era stato fortemente indebolito e disorientato da politiche dissennate e da una nozione meccanica della medicina. Si applichi il principio di precauzione per proteggerci dai rischi di infezioni, ma non si considerino questi rischi come se fossero del tutto privi di un confine, e non si incentivi il panico, quasi si trattasse di stregoneria. Si usi senz’altro il principio di precauzione per la salute (principio per tante altre cose curiosamente dimenticato dai politici della sanità) ma anche lo si applichi di fronte al rischio di una società priva di futuro per aver impedito ai suoi giovani di formarsi pienamente; lo si applichi – il principio di precauzione - anche al rischio che viene alla democrazia da iniziative che rendono più difficile la formazione dei giovani che non appartengono a categorie privilegiate.
In forza di sentimenti buoni e di giuste ragioni, noi chiediamo a tutte le persone buone e giuste, una forte iniziativa a favore della riapertura delle scuole e delle università. La si vuole in forme che potranno essere studiate, inventate, dosate, magari con orari molto ridotti, differenziati rispetto agli orari di lavoro e tenendo conto delle diverse età e delle diverse situazioni degli studenti (con attenzione ai diversamente abili) e alle diverse situazioni locali (tra Regione e Regione ma anche tra città piccole e grandi), ciò per costituire un’alternativa alla rinuncia che sembra profilarsi, un’alternativa che sia un segnale positivo per tutti. Si sappia riporre fiducia in chi insegna e in chi impara, perché essi stessi possano trovare un ordine nelle consuetudini di incontro che ben conoscono; si comprenda che per tutta la vita della Nazione (anche quella produttiva) la riapertura delle scuole (anche parziale) è un segnale di speranza.
I danni legati alla prolungata chiusura del sistema di produzione si vedono subito e ci sono forze che pongono con energia i gravi problemi che ne derivano. Cancellare un anno (tanto sarebbe l‘effetto di una chiusura che va da marzo a settembre) nella storia di formazione dei nostri bambini, dei nostri ragazzi, dei nostri giovani, non costituirebbe un danno immediatamente evidente, ma potrebbe essere danno più grave; ancora più grave la disponibilità con la quale sembra si accetti come sostenibile la loro segregazione nelle case: abbiamo già bambini che si impauriscono di fronte a un pallone che rimbalza, andando avanti così ne avremo che hanno paura ad uscire di casa. Non subito si vede l’effetto di un bicchiere di benzina versato nelle radici di un giovane albero, ma esso diventerà il segno della desolazione.
PETIZIONE CHIUSA
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Petizione creata in data 26 aprile 2020