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NON bastano le leggi…

Luigina OrtisItaly
Apr 5, 2019

«Non bastano le leggi, serve cambiare le menti» (Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, febbraio 2019).
Le menti si cambiano istillando la buona educazione e sviluppando una profonda consapevolezza di sé e degli altri.
In questi ultimi anni ho appurato che svilire la forza e la coerenza dell’avversario è risultata la tecnica di annientamento più efficace per capovolgere la realtà dei fatti correlata agli infedeli patrocini, alle complicità e a tanto altro.
Ho appreso che «il colpevole» non vuole proprio assumersi la colpa: sfugge, si nasconde, si giustifica, di rimando incolpa «la reale vittima» così che la situazione, anziché risolversi, si arena in un vicolo cieco.
Essendo convinta che a ogni errore debba corrispondere un’azione di rimedio proporzionata, concreta e coerente, con i miei patrocinatori ho cercato strenuamente di mantenere e di far scorrere la comunicazione sul binario del rispetto e della trasparenza nella speranza che mostrassero la volontà di ripristinare una condizione corretta. Ma, ahimè! Da anni, ormai, i soggetti in questione, per non fare i conti con gli illeciti commessi e con le palesi responsabilità professionali, hanno dirottato l’attenzione e puntato il dito esclusivamente sulla mia persona, addossandomi falsamente comportamenti insensati che non ho mai posto in essere o, ancor peggio, attribuendomi stati psichici insani di cui non sono affetta e di cui non lo sono mai stata.
Svalutano (senza una briciola di prova attendibile) le mie capacità intellettive e psichiche al mero scopo di occultare le ingiustizie compiute contro i miei diritti civili e morali.
Vogliono farmi passare per una persona mentalmente fragile allo scopo di insinuare dubbi e sospetti sulla mia credibilità e su quanto discuto.
Questo non è solo un metodo di distrazione dal vero oggettivo a loro scomodo, ma ho appurato essere una decisione da lungo tempo concertata tra i miei patrocinatori, i loro colleghi compiacenti, l’assicurazione e il suo assicurato (sin. str. 04.06.2002), il CTP e qualcun altro, i quali hanno individuato nella spietata campagna diffamatoria il migliore e più semplice mezzo per portarmi all’isolamento sociale, per zittirmi e, quindi, per seppellire la verità documentale che tanto temono.
È indispensabile definire la ragione per la quale tuttora perseverano nel dichiarare che io sono una persona debole: secondo il parere di diversi esperti, detta falsità è stata diffusa a macchia d’olio con il preciso intento di sminuire la gravità dei danni economici, giudiziari, esistenziali che, proprio i sopra menzionati professionisti, mi hanno arrecato con malafede e in piena consapevolezza.
Spontaneamente ci si chiede: i Golia hanno forse paura del sassolino di Davide? Certo è che i soggetti citati stanno impiegando ingenti forze per schiacciare una formichina che ambisce semplicemente a vivere in pace e che legittimamente auspica le siano riconosciuti i diritti sanciti dalla Carta Costituzionale. Questo è il sunto della realtà tangibile.
Senza voler offendere ma solo per riflettere sui dati di realtà, ai signori che mi hanno danneggiata vorrei esprimere il mio parere e dire:

- se, davanti alle vostre documentate responsabilità professionali, non affrontate il problema con giudizio e lealtà, è la vostra diligenza a manifestare «depressione», non io!

- Se continuate a opporvi e respingete la possibilità di prendere atto della concretezza o, dopo anni, ancora oggi vi rifiutate di riflettere sulla realtà documentale, non è colpa mia, siete Voi a manifestare «depressione» dei valori etici e «fragilità» nell’ambito della maturità deontologica.

- Se Vi infuriate nel momento in cui espongo il vero fattuale a Voi scomodo, a mio avviso siete Voi a espletare una «forma depressiva» a livello di probità e di sensibilità umana.

- Siate finalmente sinceri, l’umile sagacia può aiutarvi ad ammettere che il mio coraggio, la mia determinazione, la mia voglia di vivere dignitosamente, la mia verace espressione Vi danno un fastidio incontenibile e provocano in Voi un’aberrante avversione della mia persona: tutto questo l’ho letto nei vostri occhi e nei vostri comportamenti, a volte, persino nelle parole che mi avete rivolto.

- Vi sembra cosa giusta attribuire a me ciò che non mi appartiene o che, forse, potrebbe appartenere a qualcun altro?

Per capire bisogna rapportarsi e parlare pacatamente, con discernimento.
Per oscurare ciò che non fa comodo è sufficiente confliggere sempre e dovunque.
Esprimo, per l’ennesima volta, la piena volontà a trovare una soluzione pacifica e ragionata sull’intera vicenda.
Praticare “l’arte del possibile” è fortemente auspicabile.

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