Permettere il ritorno dei dirigenti scolastici fuori regione al proprio domicilio

Il problema

Petizione alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo – Strasburgo

Segnalazione di una grave violazione dei diritti umani dei Dirigenti Scolastici italiani

Alla cortese attenzione della

Corte europea dei Diritti dell’Uomo – Strasburgo

e, per conoscenza,
Al Ministro dell’Istruzione e del Merito
Al Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana

 
Noi, Dirigenti Scolastici italiani in servizio fuori regione, vincitori di concorso pubblico nazionale, ci rivolgiamo con urgenza alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo e, per conoscenza, al Ministro dell’Istruzione e del Merito e al Presidente del Consiglio dei Ministri, per segnalare una condizione di grave e perdurante lesione dei diritti umani e fondamentali, derivante da procedure di reclutamento e mobilità che, nell’ultimo decennio, hanno colpito in modo sistemico chi ha legittimamente conquistato un posto di lavoro statale.

Una vita spezzata da regole iniquamente applicate

Siamo dirigenti scolastici che hanno superato regolarmente un concorso pubblico nazionale, espletato e concluso nel pieno rispetto dei principi di imparzialità, uguaglianza e merito previsti dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo.

A oltre sei anni dall’immissione in ruolo, molti di noi continuano a prestare servizio lontano dalla propria regione di residenza e dai propri affetti, senza che sia stata prevista alcuna reale possibilità di rientro territoriale. Questa condizione non è frutto di una scelta personale, ma di un meccanismo di regole e procedure frammentate, introdotte senza coordinamento e prive di un disegno complessivo di sistema.

Queste procedure hanno avuto l’effetto di surclassare sostanzialmente i vincitori di concorso, che si trovano oggi penalizzati nelle prospettive di carriera e di mobilità a favore di soggetti reclutati in epoca successiva.

Quali ingiustizie stiamo denunciando

Le conseguenze di questo assetto normativo e amministrativo sono reali, pesanti e quotidiane:

Immobilità geografica prolungata, con trasferte e spostamenti continui.
Compressione grave e duratura della vita familiare e personale, con lontananza forzata da coniugi, figli, genitori anziani e altri affetti.
Compressione delle possibilità economiche familiari, dovuta a spese ingenti per permanenze fuori sede, viaggi continui e doppie residenze.
Totale incertezza sul futuro professionale e personale, senza alcun meccanismo compensativo o transitorio efficace.

Questa situazione non riguarda casi isolati, ma una condizione sistemica che interessa centinaia di dirigenti scolastici impegnati quotidianamente nel Servizio Pubblico, che si trovano costretti a gestire famiglie, lavoro e salute in condizioni di stress continuo, con evidenti ricadute anche sul benessere psicofisico.

Un ulteriore atto di ingiustizia normativa
Particolarmente grave è l’effetto dell’ultimo intervento normativo, che nei fatti “sana” una platea di aspiranti dirigenti scolastici costituita in larga parte da soggetti che non avevano superato le prove del concorso nazionale; alcuni di essi sono già stati allocati in sedi, spesso nelle loro regioni di residenza, a partire dal 2024.

Tale intervento non riequilibra il sistema, ma anzi azzera definitivamente le nostre aspirazioni al rientro, aggravando la disparità già esistente e consolidando un sacrificio che diventa, di fatto, indefinito nel tempo e sempre più insostenibile sul piano umano, sociale, familiare ed economico.

A questo aggiungiamo la grave ingiustizia dell’aver bandito nuove procedure di reclutamento in regioni dichiarate da 3 anni sature e allungano così la coda di nuove immissioni che scalzeranno  ancora e di nuovo il nostro diritto alla mobilità (in forza delle recenti disposizioni approvate con l’emendamento del Parlamento, che trasformano anche le graduatorie regionali dei concorsi per Dirigenti scolastici in graduatorie ad esaurimento, integrandole con gli idonei e rendendole strumenti permanenti di immissione in ruolo).

A partire dall’anno scolastico 2026/2027, viene infatti introdotto un sistema di ripartizione a quote fisse, che prevede:

·         fino al 60% dei posti destinati alla graduatoria del concorso ordinario 2023;

·         fino al 40% dei posti destinati alla graduatoria del concorso straordinario,
con mantenimento di questo criterio fino al completo esaurimento delle graduatorie e senza più restituzione reciproca dei posti tra le stesse.

Questo nuovo impianto normativo si intreccia in modo diretto e problematico con quanto previsto dal contratto in tema di mobilità dei Dirigenti scolastici e pone un interrogativo cruciale, che nessuno finora ha voluto affrontare con chiarezza:

👉 che ne sarà della quota del 60% dei posti destinati alla Mobilità, che secondo il Contratto nazionale e il TUPI dovrebbe sempre precedere le nuove assunzioni?

Il rischio è concreto e altissimo: l’avvio di una nuova stagione di mobilità pari a zero, dopo che il blocco già sperimentato tre anni fa dall’USR Campania si è nel frattempo esteso a gran parte del territorio nazionale, fatta eccezione per pochissimi casi isolati.

Questa impostazione normativa produce un esito gravissimo:
chi è già in servizio, lontano dalla propria terra, lontano dai propri figli, dalla propria famiglia e dalla propria rete affettiva e sociale, viene di fatto condannato a rimanere intrappolato in sedi forzate per anni, senza prospettiva, senza equità e senza umanità.

Non stiamo chiedendo privilegi.
Stiamo chiedendo giustizia, rispetto e tutela di diritti fondamentali che lo Stato non può ignorare.

Perché ci rivolgiamo alla Corte di Strasburgo

Alla luce di questa situazione, sorgono interrogativi di forte impatto costituzionale e convenzionale, in particolare rispetto alla compatibilità con la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, con specifico riferimento:

  • al diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8 CEDU);
  • al principio di non discriminazione (art. 14 CEDU), dato il trattamento differenziato e ingiustificato nei confronti dei vincitori di concorso;
  • al principio di proporzionalità e ragionevolezza, alla luce dell’eccessiva durata e gravità del sacrificio imposto.

Con rispetto, ma con determinazione, ci poniamo la seguente domanda:

può uno Stato, attraverso l’adozione e l’applicazione di procedure amministrative e normative non coordinate, incidere in modo così profondo e prolungato sulla vita personale, familiare e professionale di cittadini che hanno regolarmente vinto un concorso pubblico nazionale, senza che ciò costituisca una lesione dei diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo?


Una richiesta di giustizia, non un ricorso tecnico

Con la presente non intendiamo ancora formalizzare un ricorso tecnico, ma portare all’attenzione della Corte europea dei Diritti dell’Uomo e delle istituzioni italiane una condizione collettiva di palese ingiustizia, che riguarda dirigenti scolastici oggi privi di reali strumenti di tutela e di ascolto.

Confidando nel ruolo di garanzia e tutela dei diritti umani che la Corte europea dei Diritti dell’Uomo è chiamata a svolgere, e nella responsabilità istituzionale delle autorità italiane, chiediamo che questa situazione venga:

✔️ riconosciuta come violazione di diritti fondamentali;
✔️ valutata in termini di compatibilità con la CEDU;
✔️ presa in considerazione per un intervento di natura correttiva e preventiva.

 
Sottoscriviamo questa petizione i Dirigenti Scolastici italiani in servizio fuori regione, che chiedono dignità, ascolto e giustizia.

avatar of the starter
Nazario MalandrinoPromotore della petizione

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Il problema

Petizione alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo – Strasburgo

Segnalazione di una grave violazione dei diritti umani dei Dirigenti Scolastici italiani

Alla cortese attenzione della

Corte europea dei Diritti dell’Uomo – Strasburgo

e, per conoscenza,
Al Ministro dell’Istruzione e del Merito
Al Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana

 
Noi, Dirigenti Scolastici italiani in servizio fuori regione, vincitori di concorso pubblico nazionale, ci rivolgiamo con urgenza alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo e, per conoscenza, al Ministro dell’Istruzione e del Merito e al Presidente del Consiglio dei Ministri, per segnalare una condizione di grave e perdurante lesione dei diritti umani e fondamentali, derivante da procedure di reclutamento e mobilità che, nell’ultimo decennio, hanno colpito in modo sistemico chi ha legittimamente conquistato un posto di lavoro statale.

Una vita spezzata da regole iniquamente applicate

Siamo dirigenti scolastici che hanno superato regolarmente un concorso pubblico nazionale, espletato e concluso nel pieno rispetto dei principi di imparzialità, uguaglianza e merito previsti dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo.

A oltre sei anni dall’immissione in ruolo, molti di noi continuano a prestare servizio lontano dalla propria regione di residenza e dai propri affetti, senza che sia stata prevista alcuna reale possibilità di rientro territoriale. Questa condizione non è frutto di una scelta personale, ma di un meccanismo di regole e procedure frammentate, introdotte senza coordinamento e prive di un disegno complessivo di sistema.

Queste procedure hanno avuto l’effetto di surclassare sostanzialmente i vincitori di concorso, che si trovano oggi penalizzati nelle prospettive di carriera e di mobilità a favore di soggetti reclutati in epoca successiva.

Quali ingiustizie stiamo denunciando

Le conseguenze di questo assetto normativo e amministrativo sono reali, pesanti e quotidiane:

Immobilità geografica prolungata, con trasferte e spostamenti continui.
Compressione grave e duratura della vita familiare e personale, con lontananza forzata da coniugi, figli, genitori anziani e altri affetti.
Compressione delle possibilità economiche familiari, dovuta a spese ingenti per permanenze fuori sede, viaggi continui e doppie residenze.
Totale incertezza sul futuro professionale e personale, senza alcun meccanismo compensativo o transitorio efficace.

Questa situazione non riguarda casi isolati, ma una condizione sistemica che interessa centinaia di dirigenti scolastici impegnati quotidianamente nel Servizio Pubblico, che si trovano costretti a gestire famiglie, lavoro e salute in condizioni di stress continuo, con evidenti ricadute anche sul benessere psicofisico.

Un ulteriore atto di ingiustizia normativa
Particolarmente grave è l’effetto dell’ultimo intervento normativo, che nei fatti “sana” una platea di aspiranti dirigenti scolastici costituita in larga parte da soggetti che non avevano superato le prove del concorso nazionale; alcuni di essi sono già stati allocati in sedi, spesso nelle loro regioni di residenza, a partire dal 2024.

Tale intervento non riequilibra il sistema, ma anzi azzera definitivamente le nostre aspirazioni al rientro, aggravando la disparità già esistente e consolidando un sacrificio che diventa, di fatto, indefinito nel tempo e sempre più insostenibile sul piano umano, sociale, familiare ed economico.

A questo aggiungiamo la grave ingiustizia dell’aver bandito nuove procedure di reclutamento in regioni dichiarate da 3 anni sature e allungano così la coda di nuove immissioni che scalzeranno  ancora e di nuovo il nostro diritto alla mobilità (in forza delle recenti disposizioni approvate con l’emendamento del Parlamento, che trasformano anche le graduatorie regionali dei concorsi per Dirigenti scolastici in graduatorie ad esaurimento, integrandole con gli idonei e rendendole strumenti permanenti di immissione in ruolo).

A partire dall’anno scolastico 2026/2027, viene infatti introdotto un sistema di ripartizione a quote fisse, che prevede:

·         fino al 60% dei posti destinati alla graduatoria del concorso ordinario 2023;

·         fino al 40% dei posti destinati alla graduatoria del concorso straordinario,
con mantenimento di questo criterio fino al completo esaurimento delle graduatorie e senza più restituzione reciproca dei posti tra le stesse.

Questo nuovo impianto normativo si intreccia in modo diretto e problematico con quanto previsto dal contratto in tema di mobilità dei Dirigenti scolastici e pone un interrogativo cruciale, che nessuno finora ha voluto affrontare con chiarezza:

👉 che ne sarà della quota del 60% dei posti destinati alla Mobilità, che secondo il Contratto nazionale e il TUPI dovrebbe sempre precedere le nuove assunzioni?

Il rischio è concreto e altissimo: l’avvio di una nuova stagione di mobilità pari a zero, dopo che il blocco già sperimentato tre anni fa dall’USR Campania si è nel frattempo esteso a gran parte del territorio nazionale, fatta eccezione per pochissimi casi isolati.

Questa impostazione normativa produce un esito gravissimo:
chi è già in servizio, lontano dalla propria terra, lontano dai propri figli, dalla propria famiglia e dalla propria rete affettiva e sociale, viene di fatto condannato a rimanere intrappolato in sedi forzate per anni, senza prospettiva, senza equità e senza umanità.

Non stiamo chiedendo privilegi.
Stiamo chiedendo giustizia, rispetto e tutela di diritti fondamentali che lo Stato non può ignorare.

Perché ci rivolgiamo alla Corte di Strasburgo

Alla luce di questa situazione, sorgono interrogativi di forte impatto costituzionale e convenzionale, in particolare rispetto alla compatibilità con la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, con specifico riferimento:

  • al diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8 CEDU);
  • al principio di non discriminazione (art. 14 CEDU), dato il trattamento differenziato e ingiustificato nei confronti dei vincitori di concorso;
  • al principio di proporzionalità e ragionevolezza, alla luce dell’eccessiva durata e gravità del sacrificio imposto.

Con rispetto, ma con determinazione, ci poniamo la seguente domanda:

può uno Stato, attraverso l’adozione e l’applicazione di procedure amministrative e normative non coordinate, incidere in modo così profondo e prolungato sulla vita personale, familiare e professionale di cittadini che hanno regolarmente vinto un concorso pubblico nazionale, senza che ciò costituisca una lesione dei diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo?


Una richiesta di giustizia, non un ricorso tecnico

Con la presente non intendiamo ancora formalizzare un ricorso tecnico, ma portare all’attenzione della Corte europea dei Diritti dell’Uomo e delle istituzioni italiane una condizione collettiva di palese ingiustizia, che riguarda dirigenti scolastici oggi privi di reali strumenti di tutela e di ascolto.

Confidando nel ruolo di garanzia e tutela dei diritti umani che la Corte europea dei Diritti dell’Uomo è chiamata a svolgere, e nella responsabilità istituzionale delle autorità italiane, chiediamo che questa situazione venga:

✔️ riconosciuta come violazione di diritti fondamentali;
✔️ valutata in termini di compatibilità con la CEDU;
✔️ presa in considerazione per un intervento di natura correttiva e preventiva.

 
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I decisori

Presidenza del consiglio dei ministri, Governo Italiano
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