NO AL BUSINESS DEI RANDAGI - PROGETTO SVUOTACANILI. Petizione popolare

Firmatari recenti
Giacomo Bianchi e altri 19 hanno firmato di recente.

Il problema

Rivisitare la gestione dei canili/gattili sia pubblici che privati sulla base di un’ottica culturale diversa al fine di evitare scelte imprenditoriali dirette a sacrificare il benessere degli animali alle logiche del profitto. La vigente normativa favorisce lo sviluppo di meccanismi speculativi e ingiustificatamente lucrativi sulla pelle degli animali proprio da chi li dovrebbe tutelare.

Prendere come esempio virtuoso l’Olanda che vanta il titolo di non avere animali randagi (senza praticare la soppressione per raggiungere tale esito). Questo risultato dovrebbe essere un significativo esempio per tutta l’umanità, del fatto che si possono raggiungere questi obbiettivi se le autorità agissero nel modo più appropriato. In pratica l’Olanda ha raggiunto l’obbiettivo di far vivere degnamente tutti gli animali, con 4 cambiamenti principali: 1) Sterilizzazione massiccia e obbligatoria.  2) Leggi severe e sanzioni gravi per abuso e abbandono degli animali. 3) Disincentivare l’acquisto di animali attraverso tasse e imposte piuttosto elevate.  4) Campagne di propaganda istituzionale.

Premessa

In Italia, nel 2012, il Ministero della Salute stimava un numero di cani randagi compreso tra i 500 e i 700.000 (oggi, secondo il Sindacato Italiano dei Veterinari, la cifra potrebbe essere più che raddoppiata), di cui un terzo nei canili. Dati difficili da raccogliere che si intersecano con il buco nero dell’illegalità, oltreché con l’impossibilità di calcolare con precisione il numero di animali vaganti sul territorio. Un business che il ministero valuta sui 100 milioni di euro l’anno, ma che alcune associazioni stimano il doppio. Una rete di prigioni fuorilegge e spesso controllate dalle mafie dove ‘il migliore amico dell’uomo’ è ammassato, malnutrito, maltrattato; e da dove a migliaia partono per il Nord Europa per trasformarsi in cavie o animali da pelliccia. Per ogni animale accalappiato e chiuso in un canile il comune di riferimento spende dai 1.300 ai 1.700 euro l’anno. Ma nella gran parte dei casi questo flusso di denaro non evita che i cani siano malati, malnutriti, stipati in gabbie sovraffollate  e che alimentino un traffico imponente di finte “adozioni” che li deporta sui tavoli della sperimentazione. In definitiva il business del randagismo è un affare con profitti ingenti e pochi controlli. Spesso incentivato da connivenze e complicità a livello degli enti locali. Un sistema corrotto e remunerativo in molti casi camuffato da coraggioso volontariato dove l’ultimo aspetto considerato è il benessere degli animali. Gli obblighi dei Comuni nei confronti del fenomeno del randagismo variano da regione a regione, in particolare sulla ripartizione di competenze tra comuni e aziende sanitarie locali, ma in generale si può comunque affermare che il ruolo del Comune e del suo Sindaco è sempre fondamentale. Il Primo cittadino è in ogni caso un’autorità sanitaria e deve vigilare sul proprio territorio garantendone la sicurezza; questo anche quando si parla di controllo del randagismo. Ovviamente, le divergenze appena viste fanno la differenza in termini di responsabilità in caso di danni causati dai randagi. A seconda dei casi e delle normative di riferimento, infatti, ci saranno sentenze di condanna del solo comune, delle ASL o di entrambi i soggetti insieme, in solido.

Normativa

L’affidamento del canile comunale, ai sensi dell’art. 4 ultimo periodo della legge 14 agosto 1991, n. 281 (“Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo”), avviene “direttamente o tramite convenzioni con le associazioni animaliste e zoofile o con soggetti privati che garantiscano la presenza nella struttura di volontari delle associazioni animaliste e zoofile preposti alla gestione delle adozioni e degli affidamenti dei cani e dei gatti”.

L’ente locale nell’esercizio della sua discrezionalità amministrativa nell’individuazione delle modalità di gestione, qualora intendesse assegnare la gestione del servizio ad un soggetto esterno dovrà espletare una procedura concorsuale mediante procedure previste dalla normativa nazionale in conformità con la disciplina comunitaria, oppure potrà gestire il servizio stesso mediante gli istituti previsti dal d.lgs. n. 267/2000 in convenzione con altre amministrazioni locali, secondo le previsioni degli art. 30 e ss. del Testo Unico degli Enti Locali (TUEL), e più in generale mediante accordo tra P.A. (ex art. 15 della legge n. 241/1990). Pertanto la scelta di operare la gestione diretta senza ricorrere al mercato rientra nell’esercizio della funzione pubblica assegnata all’amministrazione a cui sono affidate competenze su beni e servizi in nome e per conto della collettività, confermando che la compatibilità delle scelte amministrative con i fini dell’ente pubblico, ai sensi dell’art. 1 della legge n. 241/1990, devono essere ispirate a criteri di economicità e di efficacia secondo il canone indicato nell’art. 97 Cost., per cui la verifica della legittimità dell’attività amministrativa non può prescindere dalla valutazione del rapporto tra gli obiettivi conseguiti e i costi sostenuti, soprattutto ove sia accertato che tali costi (esterni) siano superiori.

Da queste premesse normative risulta coerente la previsione di un servizio associato di gestione del servizio di rifugio, ricovero, custodia e mantenimento degli animali randagi, essendo solo contemplato quale mera possibilità che la gestione possa essere affidata ad associazioni protezionistiche; tale affidamento, però, costituisce una mera possibilità, in quanto in via ordinaria la gestione dei rifugi spetta ai comuni e tale gestione, per espressa previsione normativa, può avvenire sia singolarmente che in via associata (tramite un protocollo d’intesa con i comuni sprovvisti di un canile – rifugio che preveda una forma di condivisione del servizio utilizzando la struttura già in uso presso il comune capofila e partecipando alla spesa economica sostenuta dai comuni sede dei canili) . Il richiamo normativo è fortemente orientato a pretendere una gestione diretta o tra amministrazioni e solo come facoltà successiva quella di rivolgersi all’esterno con la concessione alle associazioni o ai privati.

Proposta

Stop agli affidamenti diretti in convenzione a bandi, gare e procedure competitive e vietare l'erogazione dei finanziamenti pubblici per la gestione del servizio di rifugio, ricovero, custodia e mantenimento degli animali randagi a soggetti esterni sia essi rappresentati da società od associazioni al fine di evitare la spartizione dei fondi tra stipendi e consulenze d'oro e destinare agli animali solo le briciole. Rendere fuorilegge il modello Roma dove il gestore privato Avcpp (Associazione Volontari Canile Porta Portese), senza che avesse mai vinto un bando pubblico ma sulla base di 56 rinnovi di proroghe di affidamenti diretti in convenzione, per un quindicennio (2001-2016) ha intascato l'80% dei 4.200.000 euro annualmente ricevuti a titolo di stipendi d'oro destinando solo il 10% al mantenimento dei cani detenuti in sistematico ed eccessivo sovraffollamento. Gli animali costituivano merce di scambio atteso che il canone veniva determinato sulla base del numero medio di presenze mensile dell'ultimo trimestre di riferimento; per questo motivo il numero dei cani detenuti non si è ridimensionato, negli anni, al di sotto del numero concordato, per questo motivo l'importo del canone non è mai diminuito, per questo motivo gli stipendi d'oro sono stati sempre garantiti sulla pelle dei cani e gatti che terminavano la propria esistenza detenuti a vita senza mai vedere la libertà.

Internalizzare il servizio al fine di correggere l'inefficienza allocativa derivante dall'esistenza di esternalità. Assegnare, quindi, la gestione del servizio di rifugio, ricovero, custodia e mantenimento degli animali randagi all'Amministrazione locale coadiuvata dalle associazioni virtuose di volontariato, protezionistiche che non perseguono fini di lucro , ispirate da principi solidaristici ai sensi delle raccomandazioni delle best practices, che non dovranno più gestire canili, ma occuparsi delle adozioni ed essere di supporto ai gestori dei canili nelle attività quotidiane .

Il progetto si basa su queste azioni: sterilizzazioni e profilassi, educazione del cane e della popolazione, adozioni e integrazione animale nel tessuto sociale, task force di controllo, riconversione degli attuali canili in oasi. L’obiettivo è arginare il randagismo. Uno degli strumenti è la realizzazione di una task force con Polizia locale (istituendo il Nucleo Operativo Tutale Animali), l’ASL, i Carabinieri forestali, i volontari di Protezione Animali, le guardie zoofile. La task force opera con cadenza settimanale (1-2 giorni alla settimana) per controlli sulla corretta detenzione degli animali: microchip, deiezioni, cani vaganti, abbandoni, maltrattamenti, adozioni, individuazione cani da sterilizzare. La task force fa un censimento della popolazione canina padronale non sterilizzata microchippata e non, al fine di poterla monitorare. (Il Comune di Vieste con il progetto " Zero cani in canile" rappresenta un esempio virtuoso ed un modello da seguire. Il budget comunale è passato da 140 mila euro a 8 mila euro annue, si sono azzerate le richieste di risarcimento per aggressioni e incidenti, sono scesi drasticamente i casi di uccisioni e maltrattamenti di animali) .  

Valutare la possibilità di eventuali contributi per adozione animali mediante compensazione Tares o vitalizi (obbligatorietà dell'adottante a visite periodiche presso strutture veterinarie Asl e controlli a sorpresa del personale amministrativo dell' Ufficio Diritti Animali coadiuvato da volontari; tali agevolazioni sono vincolate al buono stato di salute dell’animale).

Sollecitare, inoltre, le Pubbliche amministrazioni e gli Enti locali all'applicazione di norme e leggi concernenti la sterilizzazione degli animali così come previsto dalla legge 281/91 e dalla Finanziaria 2007. L’obbligo della sterilizzazione dei randagi deriva dalla necessità di elaborare una politica di controllo delle nascite al fine di ridurre il fenomeno del randagismo e il sovraffollamento nei canili.

Rendere obbligatorio l'allestimento di  telecamere di videosorveglianza h24, nelle aree di detenzione degli animali. 

L'obiettivo è dare una casa a cani e gatti ancora senza famiglia  e di permettere un sostanziale risparmio per le casse delle amministrazioni.

La finalità del Progetto Svuotacanili non è quella di realizzare nuovi centri di detenzione di cani e gatti ma di chiuderli definitivamente. Un progetto ambizioso ma realistico. 

 

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Giacomo Bianchi e altri 19 hanno firmato di recente.

Il problema

Rivisitare la gestione dei canili/gattili sia pubblici che privati sulla base di un’ottica culturale diversa al fine di evitare scelte imprenditoriali dirette a sacrificare il benessere degli animali alle logiche del profitto. La vigente normativa favorisce lo sviluppo di meccanismi speculativi e ingiustificatamente lucrativi sulla pelle degli animali proprio da chi li dovrebbe tutelare.

Prendere come esempio virtuoso l’Olanda che vanta il titolo di non avere animali randagi (senza praticare la soppressione per raggiungere tale esito). Questo risultato dovrebbe essere un significativo esempio per tutta l’umanità, del fatto che si possono raggiungere questi obbiettivi se le autorità agissero nel modo più appropriato. In pratica l’Olanda ha raggiunto l’obbiettivo di far vivere degnamente tutti gli animali, con 4 cambiamenti principali: 1) Sterilizzazione massiccia e obbligatoria.  2) Leggi severe e sanzioni gravi per abuso e abbandono degli animali. 3) Disincentivare l’acquisto di animali attraverso tasse e imposte piuttosto elevate.  4) Campagne di propaganda istituzionale.

Premessa

In Italia, nel 2012, il Ministero della Salute stimava un numero di cani randagi compreso tra i 500 e i 700.000 (oggi, secondo il Sindacato Italiano dei Veterinari, la cifra potrebbe essere più che raddoppiata), di cui un terzo nei canili. Dati difficili da raccogliere che si intersecano con il buco nero dell’illegalità, oltreché con l’impossibilità di calcolare con precisione il numero di animali vaganti sul territorio. Un business che il ministero valuta sui 100 milioni di euro l’anno, ma che alcune associazioni stimano il doppio. Una rete di prigioni fuorilegge e spesso controllate dalle mafie dove ‘il migliore amico dell’uomo’ è ammassato, malnutrito, maltrattato; e da dove a migliaia partono per il Nord Europa per trasformarsi in cavie o animali da pelliccia. Per ogni animale accalappiato e chiuso in un canile il comune di riferimento spende dai 1.300 ai 1.700 euro l’anno. Ma nella gran parte dei casi questo flusso di denaro non evita che i cani siano malati, malnutriti, stipati in gabbie sovraffollate  e che alimentino un traffico imponente di finte “adozioni” che li deporta sui tavoli della sperimentazione. In definitiva il business del randagismo è un affare con profitti ingenti e pochi controlli. Spesso incentivato da connivenze e complicità a livello degli enti locali. Un sistema corrotto e remunerativo in molti casi camuffato da coraggioso volontariato dove l’ultimo aspetto considerato è il benessere degli animali. Gli obblighi dei Comuni nei confronti del fenomeno del randagismo variano da regione a regione, in particolare sulla ripartizione di competenze tra comuni e aziende sanitarie locali, ma in generale si può comunque affermare che il ruolo del Comune e del suo Sindaco è sempre fondamentale. Il Primo cittadino è in ogni caso un’autorità sanitaria e deve vigilare sul proprio territorio garantendone la sicurezza; questo anche quando si parla di controllo del randagismo. Ovviamente, le divergenze appena viste fanno la differenza in termini di responsabilità in caso di danni causati dai randagi. A seconda dei casi e delle normative di riferimento, infatti, ci saranno sentenze di condanna del solo comune, delle ASL o di entrambi i soggetti insieme, in solido.

Normativa

L’affidamento del canile comunale, ai sensi dell’art. 4 ultimo periodo della legge 14 agosto 1991, n. 281 (“Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo”), avviene “direttamente o tramite convenzioni con le associazioni animaliste e zoofile o con soggetti privati che garantiscano la presenza nella struttura di volontari delle associazioni animaliste e zoofile preposti alla gestione delle adozioni e degli affidamenti dei cani e dei gatti”.

L’ente locale nell’esercizio della sua discrezionalità amministrativa nell’individuazione delle modalità di gestione, qualora intendesse assegnare la gestione del servizio ad un soggetto esterno dovrà espletare una procedura concorsuale mediante procedure previste dalla normativa nazionale in conformità con la disciplina comunitaria, oppure potrà gestire il servizio stesso mediante gli istituti previsti dal d.lgs. n. 267/2000 in convenzione con altre amministrazioni locali, secondo le previsioni degli art. 30 e ss. del Testo Unico degli Enti Locali (TUEL), e più in generale mediante accordo tra P.A. (ex art. 15 della legge n. 241/1990). Pertanto la scelta di operare la gestione diretta senza ricorrere al mercato rientra nell’esercizio della funzione pubblica assegnata all’amministrazione a cui sono affidate competenze su beni e servizi in nome e per conto della collettività, confermando che la compatibilità delle scelte amministrative con i fini dell’ente pubblico, ai sensi dell’art. 1 della legge n. 241/1990, devono essere ispirate a criteri di economicità e di efficacia secondo il canone indicato nell’art. 97 Cost., per cui la verifica della legittimità dell’attività amministrativa non può prescindere dalla valutazione del rapporto tra gli obiettivi conseguiti e i costi sostenuti, soprattutto ove sia accertato che tali costi (esterni) siano superiori.

Da queste premesse normative risulta coerente la previsione di un servizio associato di gestione del servizio di rifugio, ricovero, custodia e mantenimento degli animali randagi, essendo solo contemplato quale mera possibilità che la gestione possa essere affidata ad associazioni protezionistiche; tale affidamento, però, costituisce una mera possibilità, in quanto in via ordinaria la gestione dei rifugi spetta ai comuni e tale gestione, per espressa previsione normativa, può avvenire sia singolarmente che in via associata (tramite un protocollo d’intesa con i comuni sprovvisti di un canile – rifugio che preveda una forma di condivisione del servizio utilizzando la struttura già in uso presso il comune capofila e partecipando alla spesa economica sostenuta dai comuni sede dei canili) . Il richiamo normativo è fortemente orientato a pretendere una gestione diretta o tra amministrazioni e solo come facoltà successiva quella di rivolgersi all’esterno con la concessione alle associazioni o ai privati.

Proposta

Stop agli affidamenti diretti in convenzione a bandi, gare e procedure competitive e vietare l'erogazione dei finanziamenti pubblici per la gestione del servizio di rifugio, ricovero, custodia e mantenimento degli animali randagi a soggetti esterni sia essi rappresentati da società od associazioni al fine di evitare la spartizione dei fondi tra stipendi e consulenze d'oro e destinare agli animali solo le briciole. Rendere fuorilegge il modello Roma dove il gestore privato Avcpp (Associazione Volontari Canile Porta Portese), senza che avesse mai vinto un bando pubblico ma sulla base di 56 rinnovi di proroghe di affidamenti diretti in convenzione, per un quindicennio (2001-2016) ha intascato l'80% dei 4.200.000 euro annualmente ricevuti a titolo di stipendi d'oro destinando solo il 10% al mantenimento dei cani detenuti in sistematico ed eccessivo sovraffollamento. Gli animali costituivano merce di scambio atteso che il canone veniva determinato sulla base del numero medio di presenze mensile dell'ultimo trimestre di riferimento; per questo motivo il numero dei cani detenuti non si è ridimensionato, negli anni, al di sotto del numero concordato, per questo motivo l'importo del canone non è mai diminuito, per questo motivo gli stipendi d'oro sono stati sempre garantiti sulla pelle dei cani e gatti che terminavano la propria esistenza detenuti a vita senza mai vedere la libertà.

Internalizzare il servizio al fine di correggere l'inefficienza allocativa derivante dall'esistenza di esternalità. Assegnare, quindi, la gestione del servizio di rifugio, ricovero, custodia e mantenimento degli animali randagi all'Amministrazione locale coadiuvata dalle associazioni virtuose di volontariato, protezionistiche che non perseguono fini di lucro , ispirate da principi solidaristici ai sensi delle raccomandazioni delle best practices, che non dovranno più gestire canili, ma occuparsi delle adozioni ed essere di supporto ai gestori dei canili nelle attività quotidiane .

Il progetto si basa su queste azioni: sterilizzazioni e profilassi, educazione del cane e della popolazione, adozioni e integrazione animale nel tessuto sociale, task force di controllo, riconversione degli attuali canili in oasi. L’obiettivo è arginare il randagismo. Uno degli strumenti è la realizzazione di una task force con Polizia locale (istituendo il Nucleo Operativo Tutale Animali), l’ASL, i Carabinieri forestali, i volontari di Protezione Animali, le guardie zoofile. La task force opera con cadenza settimanale (1-2 giorni alla settimana) per controlli sulla corretta detenzione degli animali: microchip, deiezioni, cani vaganti, abbandoni, maltrattamenti, adozioni, individuazione cani da sterilizzare. La task force fa un censimento della popolazione canina padronale non sterilizzata microchippata e non, al fine di poterla monitorare. (Il Comune di Vieste con il progetto " Zero cani in canile" rappresenta un esempio virtuoso ed un modello da seguire. Il budget comunale è passato da 140 mila euro a 8 mila euro annue, si sono azzerate le richieste di risarcimento per aggressioni e incidenti, sono scesi drasticamente i casi di uccisioni e maltrattamenti di animali) .  

Valutare la possibilità di eventuali contributi per adozione animali mediante compensazione Tares o vitalizi (obbligatorietà dell'adottante a visite periodiche presso strutture veterinarie Asl e controlli a sorpresa del personale amministrativo dell' Ufficio Diritti Animali coadiuvato da volontari; tali agevolazioni sono vincolate al buono stato di salute dell’animale).

Sollecitare, inoltre, le Pubbliche amministrazioni e gli Enti locali all'applicazione di norme e leggi concernenti la sterilizzazione degli animali così come previsto dalla legge 281/91 e dalla Finanziaria 2007. L’obbligo della sterilizzazione dei randagi deriva dalla necessità di elaborare una politica di controllo delle nascite al fine di ridurre il fenomeno del randagismo e il sovraffollamento nei canili.

Rendere obbligatorio l'allestimento di  telecamere di videosorveglianza h24, nelle aree di detenzione degli animali. 

L'obiettivo è dare una casa a cani e gatti ancora senza famiglia  e di permettere un sostanziale risparmio per le casse delle amministrazioni.

La finalità del Progetto Svuotacanili non è quella di realizzare nuovi centri di detenzione di cani e gatti ma di chiuderli definitivamente. Un progetto ambizioso ma realistico. 

 

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Petizione creata in data 4 marzo 2016