No al ritorno della leva militare in Italia


No al ritorno della leva militare in Italia
Il problema
Difendiamo i giovani. Difendiamo la Costituzione. Difendiamo il futuro.
Dal 1° gennaio 2005 la leva militare obbligatoria in Italia è sospesa, in seguito alla Legge n. 226 del 23 agosto 2004. È stata una scelta storica: il nostro Paese ha deciso di superare l’obbligatorietà del servizio militare e di affidare la difesa a Forze Armate professionali.
Quella decisione rappresentava un cambio di visione: la sicurezza non come mobilitazione di massa, ma come responsabilità istituzionale in un contesto di pace.
Oggi però quel capitolo rischia di riaprirsi.
Nel dibattito politico si parla di introdurre una leva “volontaria” e di aumentare progressivamente la spesa per la difesa, già oggi attorno al 2% del PIL, con pressioni per portarla ancora più in alto nei prossimi anni.
La leva non è abolita definitivamente: è formalmente sospesa.
Questo significa che, in determinate condizioni, potrebbe essere riattivata.
La Costituzione italiana, all’articolo 78, stabilisce che:
“Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari.”
Solo il Parlamento può dichiarare lo stato di guerra e attivare strumenti straordinari.
La normalità costituzionale della Repubblica non è la guerra, ma la pace.
L’articolo 52 afferma che la difesa della Patria è dovere del cittadino, ma non impone la leva obbligatoria: infatti dal 2005 la difesa è garantita attraverso un esercito professionale.
Eppure oggi si torna a parlare di leva “volontaria”.
Una formula che può sembrare innocua. Ma che rischia di rappresentare il primo passo verso una normalizzazione culturale e politica del ritorno alla leva.
In un Paese dove:
la spesa sanitaria pubblica è sotto la media dei Paesi OCSE (circa 6,3% del PIL),
la spesa per l’istruzione è intorno al 4% del PIL, tra le più basse dell’Unione Europea,
gli investimenti in ricerca e sviluppo si fermano attorno all’1,4–1,5% del PIL, lontani dall’obiettivo europeo del 3%,
la priorità non può essere la militarizzazione.
Ogni aumento strutturale della spesa militare significa scelte politiche precise.
Significa meno risorse per scuole, università, borse di studio, sanità pubblica, ricerca scientifica, politiche per il lavoro e per la casa.
Significa abituare le nuove generazioni all’idea che l’addestramento militare possa tornare a essere una tappa normale della vita adulta.
Noi non accettiamo questa prospettiva.
La sicurezza si costruisce con:
diplomazia e cooperazione internazionale,
istruzione pubblica accessibile,
sanità forte,
ricerca e innovazione,
lavoro dignitoso e autonomia per i giovani.
Non vogliamo che il futuro del nostro Paese sia orientato alla guerra preventiva o alla mobilitazione permanente.
Per questo chiediamo:
Di mantenere la sospensione della leva militare prevista dalla Legge 226/2004.
Di escludere qualsiasi reintroduzione, anche sotto forma “volontaria”.
Di rispettare lo spirito della Costituzione, che consente strumenti straordinari solo in caso di stato di guerra deliberato dal Parlamento.
Di investire le risorse pubbliche in sanità, istruzione, ricerca e lavoro.
Il futuro dell’Italia non è nelle armi.
È nella forza delle idee, della conoscenza e dei diritti.
Firma anche tu.
Perché ciò che oggi viene presentato come un’ipotesi, domani potrebbe diventare una realtà.
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Il problema
Difendiamo i giovani. Difendiamo la Costituzione. Difendiamo il futuro.
Dal 1° gennaio 2005 la leva militare obbligatoria in Italia è sospesa, in seguito alla Legge n. 226 del 23 agosto 2004. È stata una scelta storica: il nostro Paese ha deciso di superare l’obbligatorietà del servizio militare e di affidare la difesa a Forze Armate professionali.
Quella decisione rappresentava un cambio di visione: la sicurezza non come mobilitazione di massa, ma come responsabilità istituzionale in un contesto di pace.
Oggi però quel capitolo rischia di riaprirsi.
Nel dibattito politico si parla di introdurre una leva “volontaria” e di aumentare progressivamente la spesa per la difesa, già oggi attorno al 2% del PIL, con pressioni per portarla ancora più in alto nei prossimi anni.
La leva non è abolita definitivamente: è formalmente sospesa.
Questo significa che, in determinate condizioni, potrebbe essere riattivata.
La Costituzione italiana, all’articolo 78, stabilisce che:
“Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari.”
Solo il Parlamento può dichiarare lo stato di guerra e attivare strumenti straordinari.
La normalità costituzionale della Repubblica non è la guerra, ma la pace.
L’articolo 52 afferma che la difesa della Patria è dovere del cittadino, ma non impone la leva obbligatoria: infatti dal 2005 la difesa è garantita attraverso un esercito professionale.
Eppure oggi si torna a parlare di leva “volontaria”.
Una formula che può sembrare innocua. Ma che rischia di rappresentare il primo passo verso una normalizzazione culturale e politica del ritorno alla leva.
In un Paese dove:
la spesa sanitaria pubblica è sotto la media dei Paesi OCSE (circa 6,3% del PIL),
la spesa per l’istruzione è intorno al 4% del PIL, tra le più basse dell’Unione Europea,
gli investimenti in ricerca e sviluppo si fermano attorno all’1,4–1,5% del PIL, lontani dall’obiettivo europeo del 3%,
la priorità non può essere la militarizzazione.
Ogni aumento strutturale della spesa militare significa scelte politiche precise.
Significa meno risorse per scuole, università, borse di studio, sanità pubblica, ricerca scientifica, politiche per il lavoro e per la casa.
Significa abituare le nuove generazioni all’idea che l’addestramento militare possa tornare a essere una tappa normale della vita adulta.
Noi non accettiamo questa prospettiva.
La sicurezza si costruisce con:
diplomazia e cooperazione internazionale,
istruzione pubblica accessibile,
sanità forte,
ricerca e innovazione,
lavoro dignitoso e autonomia per i giovani.
Non vogliamo che il futuro del nostro Paese sia orientato alla guerra preventiva o alla mobilitazione permanente.
Per questo chiediamo:
Di mantenere la sospensione della leva militare prevista dalla Legge 226/2004.
Di escludere qualsiasi reintroduzione, anche sotto forma “volontaria”.
Di rispettare lo spirito della Costituzione, che consente strumenti straordinari solo in caso di stato di guerra deliberato dal Parlamento.
Di investire le risorse pubbliche in sanità, istruzione, ricerca e lavoro.
Il futuro dell’Italia non è nelle armi.
È nella forza delle idee, della conoscenza e dei diritti.
Firma anche tu.
Perché ciò che oggi viene presentato come un’ipotesi, domani potrebbe diventare una realtà.
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Petizione creata in data 25 febbraio 2026