Mi sembra giusto dare un chiarimento e fare luce sulle voci che si stanno rincorrendo in questi ultimi giorni. Un chiarimento tecnico, scientifico, da operatore della sanità pubblica quale sono da oltre 50 anni. Un giudizio che qualcuno etichetta come un sentimento “di pancia” guidato da un attacco di “nostalgia” ma che io semplicemente chiamo buon senso e lungimiranza. Quella lungimiranza che deve guidare le scelte per il futuro, che non si deve fermare all’emergenza attuale, ma che deve dare risposte per quello che verrà e che soprattutto deve rassicurare i cittadini.
Se questo vuol dire essere nostalgici allora lo siamo in molti, compresi tutti coloro che sono ben consapevoli dell’importanza di ripristinare strutture ospedaliere troppo presto abbandonate e che la sanità pubblica va rafforzata, non penalizzata.
Nel caso specifico del Forlanini mi preme sottolineare ancora una volta che nessuno ha mai detto di volerlo aprire tutto e subito. Solo un ingenuo saprebbe che è impossibile recuperare i 650mila metri cubi della struttura in un colpo di bacchetta magica.
Quello che ho sempre sostenuto va in una duplice direzione: una risposta a breve termine per supportare lo sforzo che sta compiendo la Regione Lazio nell’aumentare il numero di posti letto in terapia intensiva e sub-intensiva: una sala del Forlanini, come per esempio la ex-mensa, potrebbe essere facilmente recuperata e attrezzata con una cinquantina di posti di terapia intensiva per affrontare subito l’emergenza Covid-19. Una risposta a medio-lungo termine per prevenire eventuali emergenze sanitarie future e non farsi trovare impreparati, ripristinando quel polo d’eccellenza per la cura delle malattie polmonari di cui fino a pochi anni fa facevano parte i vicini Spallanzani e San Camillo.
Se l’emergenza coronavirus richiede quindi da subito misure tempestive ed eccezionali, è importante che si guardi al futuro con intelligenza e lungimiranza. Dotarsi di un polo d’eccellenza per la cura delle malattie infettive e polmonari sarebbe un’arma in più a disposizione non solo di
Roma e della Regione Lazio ma di tutto il Paese.
Chiaramente la fattibilità tecnica non spetta a me dirla, ma a un comitato di tecnici tra cui architetti e ingegneri di elevata professionalità e serietà che dovranno essere interpellati per dare indicazioni precise su fattibilità tecnica, tempistiche e costi.
Ho sempre difeso la buona sanità, sia quella pubblica che quella privata. La buona sanità non ha un colore politico, la buona sanità non ha un proprietario. Quando un cittadino viene ricoverato non gli si chiede di che partito sia o per chi faccia il tifo.
Mi dispiace vedere questa faziosità ingiustificata, specie in un momento del genere. Leggere dall’azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini che i soldi dovranno essere diretti al loro ospedale, il San Camillo, come se il Forlanini non fosse più il loro. Leggere da comunicati ufficiali che la struttura è in dismissione dagli anni ’90, quando tra il 1990 e il 2013 sono passati solo nel mio reparto di chirurgia toracica più di 25mila in camera operatoria. Questi numeri non sono inventati, sono fatti. Sono storie di persone.
Credo che un momento come questo, in cui c’è bisogno di unità e di dare risposte rassicuranti ai cittadini, sia un’occasione anche per permettere a chi ha effettuato scelte sbagliate di tornare sui propri passi.
Ma soprattutto credo che sia importante informare correttamente i cittadini di Roma e della regione Lazio che dal 2015 stanno ancora aspettando una risposta sulla destinazione del Forlanini. Sono
loro i sostenitori delle oltre 100.000 firme raccolte da questa petizione.