Sosteniamo gli adolescenti con la sindrome di Hikikomori

Il problema

Il loro mondo sono le loro stanze e i loro computer sono le loro finestre. Sono gli Hikikomori, un termine giapponese che, letteralmente significa “stare in disparte”, indica un disturbo psichiatrico che si manifesta attraverso ritiro sociale, auto-esclusione, isolamento, rifiuto totale del mondo esterno ed è diventato tristemente conosciuto anche in Italia. Questi ragazzi isolati, che vivono nelle proprie camere, si stima che siano almeno 100mila in Italia, ma si tratta di un fenomeno sottovalutato e potrebbero essere molti di più. È un fenomeno che riguarda soprattutto i giovani dai 12 ai 26 anni, prevalentemente maschi, anche se il numero delle ragazze isolate potrebbe essere sottostimato per via dei sondaggi effettuati fino ad ora. Vivono un disagio adattivo sociale. Si sentono inadeguati. Non riescono a reggere il confronto con la società di oggi, dove gli standard presentati, anche per via social, sono il successo e i soldi.

Di giorno, dormono. Di notte, vivono, isolandosi dai ritmi normali. Non riuscendo ad avere rapporti con persone reali, si riescono a relazionare online dove si sentono meno giudicati.

“Sto al pc dalle 10 alle 23. Mi fermo solo per cucinarmi qualcosa, a volte alle 17 anziché alle 13. Mi corico all’1 o 2 di notte, senza spegnere il computer. Se non riesco a dormire, torno a usarlo... È difficile. All’inizio non sei conscio di caderci dentro. Poi diventi un vegetale che cammina e ti autodifendi chiudendoti a riccio. Il malessere non si cronicizza solo se la famiglia ti accetta e ti aiuta”. Questa è la testimonianza di Marco, 25 anni.

Una ragazza esprime ciò: “Sono rimasta chiusa nella mia stanza per tre anni. Dormivo di giorno e stavo sveglia di notte, non facevo niente, stavo al computer, guardavo il cellulare, non avevo fame, mangiavo una volta al giorno, sempre di notte. Raramente mi lavavo, evitavo sempre di parlare con i miei genitori”. Un’altra ragazza questo: “A volte non riuscivo a distinguere lo schermo dal soffitto… Stavo nel letto, avevo tremila pensieri in testa, mi svegliavo piangendo, non riuscivo ad alzarmi dal letto. Mi alzavo all’ora di pranzo, mangiavo quel tanto che bastava per prendere i medicinali". O ancora: "Non voglio uscire. Non voglio andare. E tu, mamma, muori". Nei casi peggiori possono seguire azioni violente contro se stessi e contro i propri familiari, in particolare nei confronti della mamma.

Vissuti di giovani che si isolano, che restano chiusi nelle loro stanze per mesi, perfino anni: "Per passare il tempo mi facevo delle grandi canne. Mi sballavo, poi mi addormentavo, poi mi risballavo. A volte mi facevo la doccia per rilassarmi, ci stavo dentro mezz’ora. Mangiavo soltanto una volta al giorno, mi arrangiavo con quello che trovavo nella cucina dei miei nonni. Uscivo soltanto per andare a comprare le cartine e le sigarette, ma quando uscivo avevo l’ansia, così forte che andavo al tabaccaio correndo, poi tornavo a casa ancora più veloce perché volevo richiudermi nella mia stanza".

La pandemia ha contribuito ad aumentare i casi di ragazzi hikikomori. Secondo le stime, sono aumentati anche del 30 per cento negli ultimi due anni. Il ritiro è uno dei disagi gravi esplosi dopo i lockdown. Alla ripresa della scuola in presenza, si è registrato un incremento di rinunce a qualsiasi tipo di socialità, dal “No” alla famiglia, al “No” alla scuola ed agli amici. Questo fenomeno si sta diffondendo sempre di più, tanto da iniziare a coinvolgere anche bambini delle elementari. L’Italia è uno dei Paesi che presenta la più alta incidenza di giovani che si isolano.

Sono presenti delle associazioni che vengono in supporto delle persone hikikomori, ma non è sufficiente, sia perché non c’è ancora una solida rete di assistenza, sia perché stanno aumentando costantemente le richieste di aiuto da parte dei genitori, ma anche perché permettersi un processo di cura non è alla portata di tutti.

Chiediamo alle Istituzioni, in particolar modo al Ministro dell'Istruzione, di non lasciare indietro queste persone relegate ai margini della società, tramite ad esempio l'inserimento nelle scuole di una figura di ascolto, di raccordo per gli studenti che hanno bisogno  di affrontare problemi come questo. Chiediamo seriamente alle istituzioni di non mostrarsi più indifferenti di fronte a tale realtà, per la quale è necessario che ci sia un supporto e una considerazione maggiore, oltre che dalla propria famiglia, anche dalla comunità che li circonda, da figure che rappresentino per loro un riferimento, semplicemente una luce, che non sia solo quella del computer nel buio della propria camera.

Per chiunque abbia a cuore la salute degli adolescenti, firmi e condivida questo appello. Grazie

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Matteo AmodioPromotore della petizione

4478

Il problema

Il loro mondo sono le loro stanze e i loro computer sono le loro finestre. Sono gli Hikikomori, un termine giapponese che, letteralmente significa “stare in disparte”, indica un disturbo psichiatrico che si manifesta attraverso ritiro sociale, auto-esclusione, isolamento, rifiuto totale del mondo esterno ed è diventato tristemente conosciuto anche in Italia. Questi ragazzi isolati, che vivono nelle proprie camere, si stima che siano almeno 100mila in Italia, ma si tratta di un fenomeno sottovalutato e potrebbero essere molti di più. È un fenomeno che riguarda soprattutto i giovani dai 12 ai 26 anni, prevalentemente maschi, anche se il numero delle ragazze isolate potrebbe essere sottostimato per via dei sondaggi effettuati fino ad ora. Vivono un disagio adattivo sociale. Si sentono inadeguati. Non riescono a reggere il confronto con la società di oggi, dove gli standard presentati, anche per via social, sono il successo e i soldi.

Di giorno, dormono. Di notte, vivono, isolandosi dai ritmi normali. Non riuscendo ad avere rapporti con persone reali, si riescono a relazionare online dove si sentono meno giudicati.

“Sto al pc dalle 10 alle 23. Mi fermo solo per cucinarmi qualcosa, a volte alle 17 anziché alle 13. Mi corico all’1 o 2 di notte, senza spegnere il computer. Se non riesco a dormire, torno a usarlo... È difficile. All’inizio non sei conscio di caderci dentro. Poi diventi un vegetale che cammina e ti autodifendi chiudendoti a riccio. Il malessere non si cronicizza solo se la famiglia ti accetta e ti aiuta”. Questa è la testimonianza di Marco, 25 anni.

Una ragazza esprime ciò: “Sono rimasta chiusa nella mia stanza per tre anni. Dormivo di giorno e stavo sveglia di notte, non facevo niente, stavo al computer, guardavo il cellulare, non avevo fame, mangiavo una volta al giorno, sempre di notte. Raramente mi lavavo, evitavo sempre di parlare con i miei genitori”. Un’altra ragazza questo: “A volte non riuscivo a distinguere lo schermo dal soffitto… Stavo nel letto, avevo tremila pensieri in testa, mi svegliavo piangendo, non riuscivo ad alzarmi dal letto. Mi alzavo all’ora di pranzo, mangiavo quel tanto che bastava per prendere i medicinali". O ancora: "Non voglio uscire. Non voglio andare. E tu, mamma, muori". Nei casi peggiori possono seguire azioni violente contro se stessi e contro i propri familiari, in particolare nei confronti della mamma.

Vissuti di giovani che si isolano, che restano chiusi nelle loro stanze per mesi, perfino anni: "Per passare il tempo mi facevo delle grandi canne. Mi sballavo, poi mi addormentavo, poi mi risballavo. A volte mi facevo la doccia per rilassarmi, ci stavo dentro mezz’ora. Mangiavo soltanto una volta al giorno, mi arrangiavo con quello che trovavo nella cucina dei miei nonni. Uscivo soltanto per andare a comprare le cartine e le sigarette, ma quando uscivo avevo l’ansia, così forte che andavo al tabaccaio correndo, poi tornavo a casa ancora più veloce perché volevo richiudermi nella mia stanza".

La pandemia ha contribuito ad aumentare i casi di ragazzi hikikomori. Secondo le stime, sono aumentati anche del 30 per cento negli ultimi due anni. Il ritiro è uno dei disagi gravi esplosi dopo i lockdown. Alla ripresa della scuola in presenza, si è registrato un incremento di rinunce a qualsiasi tipo di socialità, dal “No” alla famiglia, al “No” alla scuola ed agli amici. Questo fenomeno si sta diffondendo sempre di più, tanto da iniziare a coinvolgere anche bambini delle elementari. L’Italia è uno dei Paesi che presenta la più alta incidenza di giovani che si isolano.

Sono presenti delle associazioni che vengono in supporto delle persone hikikomori, ma non è sufficiente, sia perché non c’è ancora una solida rete di assistenza, sia perché stanno aumentando costantemente le richieste di aiuto da parte dei genitori, ma anche perché permettersi un processo di cura non è alla portata di tutti.

Chiediamo alle Istituzioni, in particolar modo al Ministro dell'Istruzione, di non lasciare indietro queste persone relegate ai margini della società, tramite ad esempio l'inserimento nelle scuole di una figura di ascolto, di raccordo per gli studenti che hanno bisogno  di affrontare problemi come questo. Chiediamo seriamente alle istituzioni di non mostrarsi più indifferenti di fronte a tale realtà, per la quale è necessario che ci sia un supporto e una considerazione maggiore, oltre che dalla propria famiglia, anche dalla comunità che li circonda, da figure che rappresentino per loro un riferimento, semplicemente una luce, che non sia solo quella del computer nel buio della propria camera.

Per chiunque abbia a cuore la salute degli adolescenti, firmi e condivida questo appello. Grazie

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Petizione creata in data 30 gennaio 2022